27 novembre 2021

Limpide ambiguità - 10° e ultimo episodio

Epilogo

Kuhn aveva dato la massima diffusione possibile alla notizia, che alle 19 qualcuno avrebbe fornito nome e cognome dell'assassino. Era certo che a quell'apparecchio non si sarebbe trovata una persona sola, ma dietro di lui avrebbe preso forma l'ombra di qualcuno che era pronto ad uccidere per la quinta volta. Alle 18:59 Kuhn sollevò la cornetta dell'apparecchio posto sul tavolo dell'ufficio dell'albergo e formò il numero dell'interno 315. Note acute intermittenti lo avvertirono che in quello stanzino buio il telefono stava squillando. Una voce bassa e incerta risuonò all'altro lato del filo. "Pronto. Parlo con il commissario Kuhn ? Sono un impiegato dell'albergo, il mio nome non ha importanza, devo solo comunicarvi che ....". La frase si interruppe e in quei due minuti di silenzio ci fu una successione di eventi rapidissimi, che portarono all'epilogo della nostra storia.

L'ombra che aveva percorso furtivamente il corridoio buio, che si apriva subito dietro il famoso stanzino, aveva aperto la porta ed aveva sollevato un bastone da passeggio per colpire. Pedretti aveva precipitosamente abbandonato la zuppa di gamberi e si era lanciato a fermare la mano omicida. Pomatti, giacca nera, camicia bianca e papillon nero, aveva lasciato la sua posizione di cameriere di sala e si era precipitato a sua volta all'interno dello stanzino. Quando Kuhn giunse sul luogo ed accese l'unica piccola lampadina, la debole luce illuminò una scena assai interessante. Un giovane cameriere sorreggeva il filo dell'apparecchio numero 315, la cornetta era in terra e il suo sguardo era atterrito come quello della lepre, colta lungo la strada dai fari dei bracconieri. Due impacciati poliziotti, a nome Pomatti e Pedretti, con un colore di fiamma sulle guance, tentavano di frenare i movimenti, inconsulti e di nevrotica ribellione, di una figura sportiva, alta e snella, con un volto abbronzato e incorniciato da un bel paio di baffi e da capelli di un castano ben curato. Proprio lui, Roberto Passugger, lo stimato ed ammirato direttore del Kurverein, nonché ideatore della campagna di promozione turistica Heidiland. Kuhn non potette trattenere un fremito di piacere, che trovò sfogo in una sonora risata.




Jakob Roth appoggiò il suo calice di Brunello di Montalcino sul tavolo. Un raggio di sole engadinese metteva maggiormente in risalto il rosso rubino e la corposità di quel vino. "E così sei finalmente arrivato a svelare il volto sotto il quale si era incarnato il male. Ci hai mostrato la faccia di Caino". Kuhn sorseggiava con avidità ma con attenzione quel liquido profumato, cogliendone le particolarità del legno di rovere, del grano che cresce tra le vigne della collina di Montalcino e forse del profumo della viola mammola che tra quelle spighe fiorisce. "Più che Caino, lo vedrei meglio raffigurato in un Giano bifronte. Un volto rassicurante che prepara le vacanze delle famiglie benestanti da un lato, e la faccia terrea di un omosessuale represso, disposto ad uccidere pur di mantenere il suo segreto, dall'altro. E questo campione di conformismo, nonché beneamato direttore del Kuhrverein è stato sorpreso in atteggiamento affettuosamente espansivo con un giovane cameriere del Palace. Proviamo ad immaginare la scena. Sono le 4:30 del mattino, Casiraghi è stato da poco lasciato da solo nella sua stanza dalla sua amica occasionale. Non ha sonno. Decide di fare un giro per l'albergo deserto e di andare a fumare una sigaretta nel salone del piano terra. I tappeti coprono il rumore dei suoi passi. Passugger e il suo efebo non cessano le proprie effusioni amorose, se non quando se lo trovano di fronte. Non hanno tempo di ricomporsi. E' un momento di imbarazzo, subito risolto da Casiraghi che normalmente saluta e prontamente si congeda. Cerca di trattenere il riso per la scoperta appena fatta, si precipita nella stanza di Marion Steinkopf. Vuole condividere con lei il piacere della salata novità. La donna già dorme, quasi non capisce il resoconto dell'amico e dopo pochi minuti lo congeda. Casiraghi fa appena in tempo a varcare la soglia della propria camera, che il bastone da passeggio di Passugger lo colpisce violentemente alla testa. Il manager turistico dal corpo curato e sicuro di se, vive momenti di lucida follia. Vede la sua omosessualità come un vizietto e sa che la notizia si propagherebbe in poche ore e lo porterebbe alla rovina. Solleva il corpo del giovane milanese, scende alla piscina e lo getta dentro, assicurandosi che i suoi polmoni si riempiano sufficientemente di acqua."

"Ma perché non uccide subito anche la signora Steinkopf ?", lo interruppe Jakobi. Kuhn bevve un altro sorso di quell'ottimo vino e la sua lingua divenne più scorrevole. "Perché ignorava che Casiraghi fosse passato dalla sua stanza. Questo venne a saperlo solo il giorno dopo da voci che circolavano per l'albergo, e che il suo giovane cameriere aveva raccolto e riportato. La bella pubblicitaria aveva taciuto nel colloquio avuto con me, un po' perché quel tipo di persone non amano gli scandali. e un po' perché era in pieno sonno quando Casiraghi le aveva descritto la scena. Non era sicura del nome del protagonista ed aveva la sensazione che fosse stato tutto un sogno". Accese una sigaretta e proseguì: "Passugger fece finta di incontrarla per la strada, la invitò prima a bere, e quindi a fare una passeggiata sino in cima al Signal Bahn, per poi tornare con il trenino a cremagliera. Una volta lassù non ebbe difficoltà a stordirla e quindi ad appenderla agli ingranaggi della stazione". "A questo punto il nostro soggetto ha già sviluppato un piacere, anche per lui inaspettato, di uccidere. C'è una specie di ricercata scenografia, nel modo come ha eliminato la Steinkopf", sottolinea Roth. "Già e il massimo di questo processo viene raggiunto con l'uccisione della povera Von Apfel. La donna tornava dalla visita ad alcuni conoscenti a Maloja, era seduta sul sedile posteriore della propria auto e alla guida c'era la fedele infermiera. Passando per Bad aveva notato la bella figura di Passugger, ma ancora di più era stata colpita dall'avvenenza e dalla giovane età della donna che l'accompagnava. Quando il giorno seguente lesse sull'Engadiner Post la notizia del ritrovamento di quel giovane corpo, cercò di mettersi in contatto con me, ma senza successo. Decise allora di parlare direttamente con Passugger, non sospettando di essere di fronte ad un cinico assassino. Lo invitò per un incontro per la sera stessa, quindi telefonò a Winterhouse e lo pregò di essere presente. Voleva avvertire anche me di questa riunione, ma non fece in tempo". Kuhn tacque di nuovo per prendere un altro sorso di vino. Era estremamente piacevole sedere nelle comode poltrone del salotto, in compagnia dell'amico Roth e ripercorrere tutte le tappe della vicenda. "Quando entrò nella villa isolata della Von Apfel e si armò di un coltello da cucina deve aver raggiunto l'apice di quello strano godimento che aveva scoperto di provare nel togliere la vita da una persona. Deve aver addirittura dimenticato la ragione per cui la stava uccidendo, e con forza ha penetrato il cuore di una donna immobile su di una sedia a rotelle.", disse Roth con tono sommesso. "In un ultimo tentativo di difesa", proseguì Kuhn, "deve aver gridato che altri erano a conoscenza della sua identità e deve aver fatto il nome di Winterhouse, condannandolo così a morte. Passugger ha capito che avrebbe dovuto uccidere di nuovo, ha telefonato al giornalista inglese, ha fissato un appuntamento nei locali ormai vuoti dell'Ufficio del Turismo con la scusa di recarsi insieme dalla vecchia signora. Lo ha quindi ucciso con il bastone e lasciato il corpo nei locali della vicina scuola elementare. Ma questa volta l'ha fatto stancamente, senza gusto e senza genio. Si era già reso conto ormai di aver commesso troppi errori, di aver disseminato la propria strada di cadaveri. "E anche uccidere iniziava ad essere una routine, dettata dalle necessità", aggiunse Roth.

Tacquero entrambi, pensavano alla potenza delle passioni che nel bene e nel male agitano l'animo umano. Kuhn pensava in verità anche alla bontà di quel vino e alla maniera di versarsene un altro bicchiere.

Una delle maschere meglio riuscite del perbenismo locale, il miglior rappresentante dell'etica sociale che domina i rapporti semplicemente banali degli abitanti e dei frequentatori di St. Moritz, distrutto dal desiderio omosessuale. L'ultimo raggio di luce tagliava la valle, ricamando riflessi di aria limpida sopra a quei vecchi larici e a quelle meravigliose montagne. Arrivava il buio delle stelle.




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Vaccini e discriminazioni

La vespa terragnola vive abitualmente sottoterra ed è abituata ad un contratto sociale piuttosto rigido, che regola la convivenza con le altre vespe la sotto, per questo non riesce a capire la logica che è alla base di alcuni comportamenti umani. . E' stato stabilito che per tornare ad un minimo di normalità e disfarsi di questo maledetto virus e delle sue varianti dovremmo raggiungere con il vaccino almeno il 90 - 95% della popolazione. Abbiamo in questo modo debellato altre gravi malattie, soprattutto dell'infanzia, e per raggiungere questo risultato abbiamo deciso l'obbligatorietà di tutta una serie di vaccini nella scuola pubblica. La vespa non capisce perchè non abbiamo introdotto l'obbligatorietà del vaccino contro il Covid per tutta la popolazione italiana. 
Il nostro bravo Governo ha scelto la via del ristringimento progressivo di tutte le attività sociali e di movimento dei non vaccinati, per spingerli amorosamente a vaccinarsi.
Il dubbio della vespa è che con tutte le nostre paure di anticostituzionalità dell'obbligo si giunga via via a fornire una ragionevole base di opposizione e di protesta a chi non si vuole vaccinare. Mentre l'obbligo di vaccino garantirebbe una maggiore sicurezza di azione e movimento all'interno della nostra convivenza, uno degli obiettivi anche della nostra Costituzione, le sempre maggiori restrizioni alle libertà di chi non è vaccinato costituiscono una discriminazione nei confronti di un gruppo di persone, appartenenti al nostro stesso tessuto sociale.


Vespa terragnola


20 novembre 2021

Limpide ambiguità - 9° episodio

Sangue nella classe della III elementare delle vecchie scuole

 

Al mattino si svegliò ben lontano da una forma perfetta. Non era un buon inizio per quella che secondo lui sarebbe stata la giornata decisiva. Bevve un caffè doppio prima di uscire e un altro lo prese al Caffè Hauser, lungo la strada per il suo ufficio. Fu lì che venne raggiunto da una telefonata di Pedretti. Non erano ancora le nove, non aveva ancora messo piede nella sua stanza di lavoro, in più aveva un pesante cerchio alla testa e c'era qualcuno, che si era già messo in giro per le strade ad uccidere la gente.

Questa volta aveva violato uno dei templi della serenità locale, si era permesso di lasciare un corpo insanguinato e senza vita nell'aula della III classe della scuola elementare del Municipio di St. Moritz. Un custode, che perrcorre ogni mattina i locali alle 7:30, per controllare se tutto è in ordine, aveva fatto la macabra scoperta. Aveva notato del liquido rosso sul pavimento, subito sotto la prima fila di banchi. Aveva maledetto l'ultima generazione di insegnanti, troppo permissiva. Specialmente la nuova maestra della III classe, inventava sempre nuove attività educative, con acquerelli e colori vari, ottenendo come unico risultato di raddoppiare la sua fatica. Solo che quelle macchie di rosso non venivano da un tubetto di colori a tempera, ma direttamente dal cranio aperto del signor Winterhouse. Il vecchio giornalista inglese, uno dei più fedeli clienti dell'Hotel Palace non avrebbe più giocato a curling sotto il sole dell'Engadina. Qualcuno aveva interrotto la sua elegante esistenza con un colpo violento alla nuca. Questa volta il bastone da passeggio aveva compiuto da solo tutto il lavoro e non c'era stato bisogno di escogitare una nuova tecnica per inscenare quest'ultimo assassinio. Kuhn pensò che l'autore doveva aver provato una certa delusione per quella morte immediata. Il fatto che questa volta l'assassino avesse colpito all'interno della scuola elementare, completava l'opera di distruzione delle istituzioni più sacre della città. Tutti gli abitanti erano passati da quelle aule, chi aveva poi avuto successo e chi poi non l'aveva avuto. La scuola era una vecchia costruzione dalle grandi finestre chiare, che davano su quella che poteva essere considerata la piazza principale. Le scalinate d'accesso alla porta gli davano una certa severità e facevano pensare alla capacità di elevazione sociale, prodotta dalla cultura. La torre con l'orologio la faceva sembrare più una stazione ferroviaria che un edificio dedicato all'insegnamento. Pavimenti e soffitti di legno completavano l'atmosfera nello stesso tempo di familiarità e di ufficialità. Kuhn pensò che se fosse stato direttore della scuola, si sarebbe fatto fare un ufficio grandioso in una di quella sale luminose e avrebbe cercato di rendere più accoglienti quegli ambienti austeri.




Domandò al custode chi possedeva le chiavi della scuola e fu abbastanza sorpreso dal fatto che ogni insegnante ne possedesse una copia. il che significava che metà della popolazione di St. Moritz poteva avere accesso ai locali della scuola. "Come ci sarà finito in questa classe il signor Winterhouse", si domandò Kuhn, " e quale sarà stato questa volta il legame con l'assassino ?". Pensò in quel momento che il signor Winterhouse era l'unico amico della signora Von Apfel. L'unico che frequentava la sua casa e passava qualche ora a conversare con lei. La povera donna doveva avergli comunicato in qualche modo il suo segreto, e questo era costato la vita all'aristocratico giornalista. Frugò nella tasca interna dell'elegante giacca di tweed del morto e ne trasse una stilografica, alcuni biglietti da visita e un blocchetto di appunti con l'intestazione del Kurverein. Kuhn si chiedeva la ragione per la quale non si era messo in contatto con la polizia, e soprattutto perché si era recato all'appuntamento con l'assassino. L'unica risposta era che il morto non conoscesse niente di preciso, aveva solo ricevuto dei segnali allarmanti, ma niente di chiaro. La signora Von Apfel poteva avergli telefonato e comunicato le proprie preoccupazioni, ma senza fare nomi, riservandosi di essere più precisa in seguito. Era strana questa riservatezza, dava l'impressione che la donna avesse avuto un certo timore a rivelare il nome della persona che aveva visto con Marion Steinkopf prima della sua morte, Come se il nome fosse stato troppo conosciuto e non certo sospettabile. Kuhn fu assalito da un dubbio: la vecchia invalida aveva telefonato a tre persone, al comandante della polizia, che purtroppo era sempre occupato, all'amico Winterhouse e all'assassino stesso. Il suo progetto era sicuramente quello di procedere ad un incontro di chiarimento per quel giorno e probabilmente a casa sua per l'ora di cena. L'assassino aveva avuto il tempo di eliminare la vecchia nel pomeriggio e studiare il modi di far tacere per sempre il giornalista inglese. Kuhn pensò anche al silenzio della signorina Steinkopf. Se sapeva qualcosa sulla morte dell'amico milanese, perché non aveva parlato quel pomeriggio nel suo ufficio. Aveva timore di uno scandalo, di coinvolgere un personaggi importante in un assassinio senza averne le prove. Anche se il cerchio intorno alla testa, riduceva lo spazio a disposizione dei suoi pensieri, e l'alcol bevuto la sera prima non era ancora stato interamente assorbito dal suo corpo, il quadro generale cominciava a delinearsi e con una certa chiarezza. Ma mancava ancora un coupe de theatre, per fornire la chiave di tutta la vicenda.

E questo arrivò, nella forma di una piccola lettera, redatta a mano, che giaceva sul tavolo di Kuhn con la posta del mattino. Era vergata con calligrafia precisa, ma i contenuti erano piuttosto confusi, inoltre era anonima. "La mia vita è in pericolo, conosco l'autore dei recenti delitti, non posso più tacere. Telefoni all'interno 315 dell'Hotel Palace alle 19 di Giovedì 21 Settembre". Kuhn guardò il calendario della macelleria Heuberger, appeso alla parete, e tra una foto di Bundner Fleisch e una ricetta di involtini alla romana, si rese conto che era Giovedì 21 e che erano le quattro del pomeriggio. Non ci volle molto a sapere che l'interno 315 corrispondeva ad un telefono di servizio della cucina del Palace. L'apparecchio era situato in un piccolo stanzino al lato delle grandi porte che segnavano l'ingresso a quell'enorme antro, che poteva sfornare pranzi per quattrocento persone. Si trattava di un seminterrato, interamente ricoperto di mattonelle bianche, e percorso da un labirinto di tubi, di cui non si conosceva per intero il numero e l'utilità. Una ventina di cuochi in camice e cappello si muovevano indaffarati intorno a dei banchi fumanti. Tra di loro c'era anche un attento Pedretti, falsamente indaffarato dietro ad una pentola colma di zuppa di gamberi. Erano le 18:30, ora in cui le prime famiglie svizzere e tedesche iniziano la loro cena. Gli italiani sarebbero arrivati introno alle 20:00. I russi non si erano mai alzati dalla tavola del pranzo e continuavano a bere.




Questa storia di delitti, apparentemente senza senso, sarebbe finita nello stesso luogo dov'era iniziata, all'interno del Palace.

 

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14 novembre 2021

Limpide ambiguità - 8° episodio

A cena da Herr Roth

Per quel pomeriggio fortunatamente non ci furono altri morti, Le sera Kuhn era invitato a cena da Jakob Roth, un ebreo, residente a Zurigo, di origine polacca. Personaggio molto interessante, aveva una biografia da far invidia ad Elias Canetti. Se solo avesse scelto di dedicarsi alla letteratura o alla poesia, avremmo avuto un grande scrittore in più nella nostra piccola Europa. Aveva optato invece per il commercio ed aveva diretto con enorme successo la catena di ristoranti, ereditata dal padre. Era rimasto però un grande intellettuale. Oltre ad una raffinata intelligenza Roth possedeva un gusto quasi perfetto per la cucina e il buon vino. Erano stati questi due aspetti a farli incontrare e a farli diventare due buoni amici. Lo accolse sulla porta della sua grande villa sulla collina di Suvretta, come lo avrebbe accolto e invitato ad entrare in tre stanze bianche e disadorne sulla collina di Gerusalemme. "Benvenuto nella mia umile dimora". Come sempre portava sulla testa il copricapo tradizionale ebraico, così come tutti i suoi figli maschi, che con lui erano ad attenderlo sulla porta. Tutti avevano i capelli tagliati piuttosto corti, con due unici lunghi riccioli che scendevano al posto delle basette. Il taglio ed il colore degli abiti era come sempre il più triste possibile. Con i loro completi neri e le loro cravatte nere su camicie bianche, sembrava una famiglia di funzionari di pompe funebri. Ma, a parte tutta questa ortodossia della forma, erano tutte care persone. Nel salotto illuminato e riscaldato da un bel fuoco, li attendevano la moglie e le quattro figlie.

Iniziarono con un bianco fresco come aperitivo, un Aigle fresco di cantina. Mentre la signora Jakob gli offriva alcune tartine al salmone, il marito gli domandò dolcemente: "Come va la vita ? Sembra che in questi ultimi tempi il lavoro il lavoro di comandante della polizia di St. Moritz sia diventato un po' meno monotono". "Già, asserì lievemente Kuhn, se continua ad uccidere con questo ritmo, presto a St. Moritz ci saranno più morti che a Beirut. A parte gli scherzi, ‘c’è qualcosa di banale in queste morti. Si ha una prima impressione di grandiosità, si pensa a cause remote nello spazio e nel tempo. In un primo momento ho cercato nomi stranieri, che mi fornissero l'identità di un killer professionista. Ma se fosse stato tale, avrebbe ucciso una volta sola. Questa catena di morti nasce dagli errori, ogni assassinio copre quello precedente". Sedettero a tavola, dove due silenziosi camerieri servirono una deliziosa crema di pomodoro e cetrioli. Kuhn appoggiò il suo bicchiere di Malanser rosato e proseguì: "Ogni volta si ha l'impressione che l'autore abbia improvvisato. In un primo momento quasi con paura, infine, via via che nella sua mente si delinea la scena del nuovo delitto, quasi con piacere. Come un regista che muove gli attori sulla scena e vede comporsi un finale affascinante, assolutamente imprevisto. Se potessi contare anch'io sulle tavole della Torà, come te, caro Jakob, e non solo dall'esperienza che viene da un'esistenza piuttosto normale, forse avrei una conoscenza più profonda dell'animo umano. Particolarmente del suo lato più oscuro, quello del male". Amavano entrambi scherzare sulle proprie ortodossie, fu quindi naturale per Jakobi ribattere: "Se invece di essere uno scettico protestante, che tenta di risolvere tutti i propri dubbi con la ragione positiva, tu accettassi che il male ha nel mondo una sua dignità divina che spinge l'uomo a comportamenti per te incomprensibili. Se tu non fossi così cartesiano e riformato, la realtà ti apparirebbe molto più semplice". Su queste riflessioni vennero serviti dei filetti di pollo cucinati una salsa di vino bianco secco e guarniti con una crema fredda di porri. Il vino assunse un colore rosso, leggermente più marcato, proprio del Chianti dei Colli toscani di Carmignano.

"E' vero, la mia maggiore difficoltà consiste nell'individuare il progetto che sta dietro a questi delitti", proseguì Kuhn, " adesso mi rendo conto che vado a caccia di fantasmi. Costui non ha alcun progetto, ha ucciso per caso anche la prima volta, come accidentalmente sono cadute sotto i suoi colpi le altre vittime". "Attento però", affermò Roth, "un filo sottile lega adesso gli avvenimenti. Inaspettata anche all'autore di questi delitti, è sopravvenuta l'emozione di dare la morte ad un altro essere umano. Il male gli ha svelato il piacere di uccidere". Apparve sulla tavola un profumatissimo capriolo, tagliato a piccoli dadi e cotto alla cacciatora, immerso cioè in una salsa scura, molto aromatica. Il vino divenne sempre più rosso, ed assunse i toni rubini di una Riserva di Morellino di Scansano, Kuhn cominciava ad essere un pochino alterato. Quella successione di vini iniziava a ledere la sua bonaria imperturbabilità verso il mondo.

"E' innegabile che un certo piacere lo abbia procurato anche a me. Ha come rotto una nebbia decennale. Dovevi vedere le reazione dei Füssli e dei Passügger. Il loro perbenismo di facciata funziona perfettamente nella routine quotidiana, ma si sgretola di fronte a fatti starordinari. Questo assassino è per loro una variabile imprevista, è come la perdita del controllo che hanno sulla realtà". "Non credere caro Kuhn, sembra a prima vista. La loro capacità di inscatolare il movimento che li circonda è fantastica. Non è un caso che voi svizzeri siate i migliori orologiai della Terra. Numerare e dominare lo scorrere del tempo è stata la prima dei filosofi occidentali e voi, anche geograficamente, siete come il cuore della nostra vecchia Europa. Vi invidio per questo, nel vostro conservatorismo siete i depositari della tradizione razionalista del pensiero occidentale. Nel bene e nel male". A questo punto Kuhn era quasi ubriaco. Assaggiò solo per cortesia il formaggio fresco, che gli venne servito con noci e chicchi di uva. Bevve però con piacere un bicchierino di Passito di Pantelleria. Barcollando seguì la famiglia Roth verso le confortevoli poltrone della sala da fumo. Accettò come una liberazione un caffè espresso e si sprofondò beatamente di fronte al cammino acceso.

"Cosa pensi di fare allora ?" Domandò Roth. "Niente. Aspetto. Ci sarà un altro morto, ma credo che sarà l'ultimo. Gli errori si sommano e l'improvvisazione si paga, anche nel crimine". Un bicchierino di kirsch gli dette la sensazione di potersi risollevare dal torpore. Trovò infine la forza di salutare tutti i membri di quella numerosa famiglia e per ringraziare la signora Roth per la suntuosa cena. Sulla porta strinse la mano all'amico ed ebbe ancora un attimo di lucidità per osservare un oggetto, che richiamò la sua attenzione, appoggiato in un angolo dell'ingresso. "Ma guarda ! Anche tu possiedi un bastone da passeggio".




La notte dormì un sonno pesante Il vino e il troppo cibo gli movimentarono i sogni. L'amico Roth teneva alte davanti al suo volto le pagine della Torà, gridando: "Ascolta gli insegnamenti del nostro Dio terribile". Srotolava le antiche pagine e restava con in mano un bastone da passeggio insanguinato. "Questo è il simbolo e la mano della vendetta del Male sulle tue ipocrite forze del Bene". Infine venne rincorso lungo una strada deserta dalla signora Von Apfel seduta sulla sua carrozzella da invalida, brandendo un coltello da cucina, gridava: "Un altro morto tu vuoi ? Non ti basta di non aver fatto alcunchè per salvarmi la vita?.



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11 novembre 2021

La settima vittima

In varie fasi della vita sono stato lettore di fantascienza. Quella di ottimo livello, anche se non sempre è stato facile tirarla fuori fra le tante frattaglie. Alcuni racconti e qualche romanzo sono rimasti nel mio immaginario. "Sentinella" di F. Brown, poco più di una pagina con le ultime righe che sconvolgono il lettore e le sue quasi incrollabili convinzioni. E "La Settima Vittima", di un altro grande della fantascienza, R. Sheckley.

In un futuro non lontano l'umanità, sconvolta dalla  violenze e dalle guerre, ha trovato una via di uscita più efficace delle molte utopie che hanno provato a redimerla: canalizzare l'aggressività insita nell'individuo, e addirittura istituzionalizzarla in modo da delimitarne i danni: l'Ufficio Catarsi Emotiva. Un servizio aperto a tutti, volontario, che permette di partecipare ad una specie di gara nel quale la posta in gioco è la morte o l'assassinio legalizzato di un altro partecipante. I ruoli in cui ciascuno si alterna sono quelli di "vittima" o di "cacciatore", dove il secondo sa chi è la persona designata, mentre la prima non conosce l'identità dell'assassino da cui dovrà difendersi e forse ucciderlo.
Il protagonista è già esperto quando riceve la lettera dell'Ufficio, con il nome di una donna che sarà la sua prossima vittima.
Il cacciatore protagonista del racconto resta però profondamente stupito che la vittima designata, al contrario che nelle precedenti cacce, non cerchi minimamente di difendersi o fuggire, e anzi sembra offrirsi come facile vittima predestinata. La segue per giorni, la osserva, fino ad un hotel di lusso, dove la affascinate donna entra in conversazione con lui nella hall. Ne segue una cena e poi un seducente sviluppo in camera, le parole e gli sguardi sempre più roventi. Ormai lontano dal ruolo del cacciatore, eccitato non dall'omicidio ma dalla brama,  la vede che si accende una sigaretta, e in uno sprazzo di lucidità egli riconosce la canna di un'arma nel forellino dell'accendisigari.
Un colpo in pieno petto lo fa stramazzare su di un tavolino. Poi vede lei che prende la mira per il colpo di grazia, mentre mormora: "Finalmente potrò entrare nel Club dei Dieci"

Il racconto è uscito in italiano nella celebre raccolta "Le meraviglie del possibile" ed ha avuto una versione filmica, con Mastroianni e Ursula Andress, che però stravolge il finale.

Oscillazioni ...

Ho vari pezzi in bozza, che esprimono il mio disprezzo per le masse e un profondo sconforto. Mi risuona nelle orecchie, tragicamente, "Non avete da perdere che le vostre catene, e avete un mondo da guadagnare!".

Non riesco a portare a termine le mie invettive contro il popolo di merda, e il grido di battaglia "merda al popolo!"

Invece in un'oretta mi è tornato alla mente un amatissimo racconto di fantascienza, l'ho  buttato giù parafrasando a memoria, in mezza pagina invece che nella quindicina dell'originale. 

Lo faccio uscire subito dopo questo. 
Eccolo

07 novembre 2021

Un nuovo collaboratore, esperto di vini

Una bottiglia per Natale

Vinarium è anche una figura professionale, che si occupa di vini e di turisno enogastronomico. In questa veste ho ricevuto una richiesta da un giornale inglese. Devo immaginarmi che bottiglia vorrei come regalo di Natale e descriverne il perchè, una sola. Mi spiace per l'immagine che do, una po' troppo simile a chi monta gli addobbi per le feste natalizie ai primi di Novembre ed occupa quindi un sesto dell'anno con il pensiero del Natale e dei regali, ma me l'hanno richiesto.




Dato che posso richiedere solo una bottiglie come regalo di Natale, allora vorrei ricevere almeno una Magnum. Niente etichette e produttori famosi. Un vino assolutamente sconosciuto, che mi faccia scoprire nuove aree vinicole e nuove colture e culture. Preferirei un vino rosso, di struttura forte e di grande carattere, ma che non sappia troppo di legno e che mantenga la freschezza del frutto da cui proviene. Vorrei che fosse un vino da produzione biodinamica (visto che per fortuna posso assaggiare una sola bottiglia e quindi non notare le differenze con lo stesso vino della stessa annata, proveniente da un'altra bottiglia), ma che avesse un minimo di controllo nella sua fermentazione e che non mi stupisse troppo con la sua fantasia di odori e di residui. Vorrei che fosse prodotto da qualcuno che non l'abbia fatto per scelta di vita, ma solo per fare un buon vino. Preferibilmente da qualcuno che ha sempre fatto questo lavoro e non da chi prima faceva tutt'altro e che all'improvviso è stato folgorato dalla campagna toscana o dai colori e dai profumi della lavanda in Provenza. Mi piacerebbe anche che non avesse un'etichetta firmata da un artista contemporaneo o altri artifici per farlo sembrare unico all'interno di una produzione di milioni di bottiglie. Mi farebbe piacere anche concentrarmi unicamente sulle sue caratteristiche organolettiche e mettere da parte l'identità di genere o culturale o sociale di chi l'ha prodotto. Come vorrei che non ci fosse dietro una visione del mondo ma semplicemente un buon vino.

Se mi avete proposto un buon vino, per semplicità, per rendervi più facile la scelta di un regalo, mi spiace di avervi messo in imbarazzo.

 



Limpide ambiguità - 7° episodio

Donne al Lej da Staz

“Cosa vorrà ?”. Kuhn pensò a quella strana donna, di nazionalità tedesca, che si era fatta costruire una grande villa nel bosco, dalla parte opposta del lago, in un luogo molto isolato. I primi anni ci veniva in vacanze con il marito, un famoso direttore d’orchestra Dopo la sua morte vi si era stabilita definitivamente, andandoci ad abitare da sola. Ciò che rendeva la cosa ancora più particolare era che la signora Von Apfel era paralizzata ad entrambe le gambe e costretta quindi a passare la vita su una sedia a rotelle. Usciva di casa assai raramente e solo per acquistare un po’ di provviste. Unica sua compagna in quelle grandi stanze era un’infermiera, che passava con lei la mattina e le prime ore del pomeriggio. “Che avrà da dirmi di così urgente quella donna ?”. Provò a chiamarla, ma nessuno rispose. Ricevette invece una nuova telefonata. Era il dottor Meyer. “Posso confermarle che la morte della signorina Steinkopf risale alle 17:00 – 17:30 di ieri pomeriggio. Anch’essa è stata prima stordita con un colpo, portato con notevole forza, alla nuca, e poi attaccata agli ingranaggi della funivia. L’asfissia è giunta in pochi minuti. Anche nel suo caso il colpo deve essere stato inferto con un oggetto di legno, poiché non ha provocato alcuna ferita”. “Grazie dottore, spero di non avere più bisogno di lei per qualche giorno”. Così si congedò Kuhn.

Dopo aver pranzato velocemente alla Veltliner Keller, decise di andare a trovare la signora Von Apfel. Aveva una strana sensazione di disagio. Improvvisamente non riusciva a capire come quella povera vecchia potesse vivere da sola. Una casa lontana dalla città, dove era difficile accorgersi di una sua qualsiasi necessità. Era sinceramente preoccupato per lei. Percorse la strada lungo il lago, deserta. Incrociava strade deserte, che avevano la ventura di essere abitate non più di quindici giorni all’anno. In questo periodo erano solo profili geometrici tra i larici e le betulle. Superò la casa di Giacometti, una vera rarità per quelle parti, perché oltre ad essere abitata da una famiglia, era anche provvista anche di cavalli, mucche e un cane. Una vera piccola fattoria. Percorse altri duecento metri, parcheggiò, godette per un minuto dello splendido scenario del Lej da Staz e capì perché quella vecchia pazza voleva restare in quel posto. Era piacevole, specialmente dopo aver pranzato,  dover fare quei due passi nel bosco, per arrivare alla casa. Aprì il basso cancelletto, bussò brevemente ad una vecchia porta engadinese di legno chiaro, presa chissà dove, ed entrò. Sapeva che la donna teneva sempre l’ingresso aperto. Tutto era immerso in un silenzio freddo, ma doveva essere in casa a quell’ora. E infatti la trovò in cucina. Sembrava che dormisse con la testa grigia di capelli, reclinata sullo schienale della sedia a rotelle. Purtroppo il coltello da cucina infilato tra le costole in corrispondenza del cuore non era un sogno. Kuhn si sentì quasi colpevole e maledì la sfortuna di quella povera vecchia. Era arrivata vicinissima a svelargli l’identità di colui che stava insanguinando St. Moritz. Era sicuro che lei avesse visto qualcosa, o qualcuno, che poteva facilmente essere collegato alle due morti precedenti. E mentre la Von Apferl cercava disperatamente disperatamente di comunicare con lui, Kuhn stava a perdere tempo a farsi offendere al telefono da quell’orrendo Passugger. C’era da mangiarsi il fegato. Sentì la temperatura del suo corpo aumentare insieme con la velocità della circolazione del sangue.





Osservò attentamente la posizione di quel corpo debole e leggero. Era sbilanciato all’indietro. Aveva cercato di allontanarsi dal suo assassino, ma la lotta era stata assolutamente impari. Chi l’aveva colpita aveva avuto il tempo e il modo di calcolare freddamente dove la coltellata avrebbe avuto l’effetto mortale. Si mise a girare per la casa deserta. Nel salotto, dove la donna era solita leggere ed ascoltare musica,  trovò una copia dell’Engadiner Post. Il giornalista aveva fatto un buon lavoro. Insieme con la foto di Marion Steinkopf aveva stampato un appello, marcato in neretto: “Chi l’ha vista ?”. Rose Von Apfel lo aveva sicuramente letto, aveva provato a parlare con Kuhn, non c’era riuscita, aveva così telefonato a qualcun altro, per confidargli la sua scoperta. Purtroppo aveva sbagliato persona e s’era ritrovata in quella cucina con un coltello tra le costole. Solo che questa volta l’assassino doveva aver fatto tutto con molta fretta e qualche traccia doveva pur essere rimasta. Fece due telefonate, una al suo ufficio e l’altra al dottor Meyer. Quindi si mise ad osservare attentamente tutto quello che lo circondava. Non era una casa, era una specie di museo. Vecchi spartiti musicali pendevano dalle pareti. Una vera collezione di strumenti musicali riempiva ogni angolo di quelle stanze. Si camminava su uno strato di tappeti alto dieci centimetri. Erano tutti ricordi del marito musicista. Subito dietro al grande pianoforte a cosa, in una grande vetrina, alta come un armadio, c’era un numero incredibile di bastoni da passeggio di legno. Doveva essere stata una vera mania per il signor Vin Apfel, e li aveva acquistati di tutte le fogge e in tutte le parti del mondo un cui era stato. Fu come illuminato da una visione. Cosa poteva essere facilmente trasportato da una stanza del Palace Hotel alla stazione del Signabahn e nello stesso tempo essere usato per colpire le vittime alla nuca e stordirle ? Semplice, un bastone da passeggio. Con la signora Von Apfel sicuramente non ce n’era stato bisogno. Fece una rapida verifica e non trovò alcun segno tra i suoi capelli bianchi. Si sedette in una delle comode poltrone del salotto e si accese una sigaretta. Fece lo sforzo di passare in rassegna tutte le persone che conosceva e che usavano un bastone da passeggio. Non erano molte. Restò qualche minuto assorto nei suoi pensieri. Quando arrivarono Pomatti e Pedretti, seguiti dal dottor Meyer, un breve sorriso brillava nei suoi occhi castani che, come tutto il resto del suo corpo, non erano né belli né brutti, ma in alcuni momenti interessanti.

Lasciò i suoi uomini a scattare fotografie e a rilevare impronte, anche se non era così sicuro che ne fossero capaci. Discese la collina verso la Maierei ed arrivò alla casa dei Giacometti, Poldo era fuori con una delle loro carrozze a cavalli a far provare qualche emozione alpina d’altri tempi a qualche turista straniero. La signora Noelia era indaffarata intornio ai fornelli e doveva ancora pulire la stalla, e dare il fieno ai cavalli, ma ebbe il tempo di farlo sedere e fargli un caffè. A Kuhn piaceva andare a fare visita a quella famiglia. Starsene al calduccio di quella cucina di fronte a quella donna energica. Provava sensazioni di atmosfere lontane nel tempo, della casa dei suoi genitori in St. Gallen. Pensò che non doveva essere difficile notare da quelle finestre se passava una macchina in direzione del Lej da Staz, anche perché ne saranno passate due o tre in tutto il giorno. “Ha visto qualcuno andare verso la casa della signora Von Apfel  questa mattina ?” domandò. “I soliti turisti, che passeggiano intorno al lago e che poi decidono di spingersi sino al Lej da Staz”. “Nessuno in macchina ?”.  “Si” rispose la signora Giacometti, gettando un’occhiata interrogativa, con i suoi occhi neri accesi dalla curiosità. “Verso le nove è salito il furgone del negozio di Frei, che porta verdure e pane fresco al ristorante. Poco dopo una macchina della Posta, che credo si sia fermata proprio dalla signora Apfel. Le consegna ogni mattina lettere e giornali. Infine una macchina di colore chiaro, con la targa dei Grigioni. La guidava un uomo con gli occhiali scuri, che non ho riconosciuto. E’ tornata indietro dopo nemmeno quindici minuti”. E’ sicura di non poter riconoscere chi la guidava e di non aver letto i numeri della targa ?” “Mi spiace, avevo l’acqua sul fuoco e il telefono che suonava, non mi restava molto tempo per curiosare”. Kuhn pensava che era una brava donna e che sarebbe stata anche bella, se non avesse nascosto la sua femminilità dietro ai capelli corti e alla sua aria da moglie di frontiera. Salutò, ed uscendo ebbe un attimo di invidia per Poldo Giacometti, e lo vide rientrare la sera in quel nido caldo, dove quella moglie e i suoi cuccioli davano più certezze alla vita.


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01 novembre 2021

Limpide ambiguità - 6° episodio

Ma perchè questi toni così duri ?

Appena arrivato in ufficio, nonostante fosse Sabato mattina, giorno semi festivo, ricevette più telefonate che in una settimana di normale lavoro. Il primo a chiamare fu il segretario Füssli, che tralasciò completamente ogni accenno ai verbali delle multe, che non aveva ricevuto perché erano ancora sul tavolo di Kuhn, per passare ad un’accorata esortazione, durata quasi mezzora. In sintesi, gli espose tutta la preoccupazione del Borgomastro e di tutto il Consiglio comunale per gli ultimi avvenimenti, In particolare, decessi così innaturali, contribuivano a gettare un’ombra su una città tanto stimata in tutto il mondo. Innaturali, li aveva definiti proprio così, decessi innaturali. La sottigliezza linguistica cercava di rimuovere il fatto che per le strade della città consacrata a San Maurizio e alla più alta borghesia del pianeta, girava tranquillamente un assassino seriale.

La seconda telefonata la ricevette da Roberto Passügger, stimato direttore del Kurverein, cioè il locale ufficio del turismo. Costui era l’inventore della più sciagurata campagna di promozione turistica dell’Engadina. Era infatti il padre di Heidiland. Dimostrando una fantasia sfrenata, il nostro era riuscito ad ignorare tutte le bellezze naturali della valle, per associare il nome dell’Engadina a quello di una bambina, buona e paffutella, nata e cresciuta, se mai esistita veramente, da tutt’altre parti. A coronamento di questa geniale operazione aveva fatto costruire un finto chalet alpino, promovendolo a casa natale di Heidi, per la gioia incontenibile dei turisti americani e giapponesi. L’unico aspetto positivo di tutta questa montatura era che lo chalet era stato costruito sul terreno di quel caro amico e genio della salumeria, che era Renato Giovanoli, il quale si era fatto pagare profumatamente l’esproprio del terreno. Carissimo “Ultimo uccello del Paradiso”, quanti bei ricordi nella tua carissima Pila.

Il Passügger invece girava per l’Engadina con la sua figura sempre impeccabile, alto e slanciato, con vestiti di taglio leggero e italiano, perennemente abbronzato. I suoi baffi grigio chiari tagliavano perfettamente le curate simmetrie del volto. La voce era naturalmente calda e convincente e, unita alle labbra sagomate da cui proveniva, forniva una sintesi perfetta di armonia. “I fatti accaduti nella giornata di ieri sono di estrema gravità – esordì – Anni di lavoro spesi nel costruire una valida immagine turistica della nostra valle di St. Moritz, corrono il rischio di andare perduti. L’élite sociale internazionale che costituisce il nostro pubblico certo non gradisce, nel luogo di riposo preferito, un’atmosfera di insicurezza e di illegalità. Le raccomando a nome di tutti coloro che hanno a cuore il nome della nostra cittadina, la massima cautela e discrezione nelle indagini. Soprattutto nei confronti della stampa la sua riservatezza deve essere assoluta ed ogni sua dichiarazione pubblica deve essere concordata precedentemente con il sottoscritto e con il Borgomastro. La invito inoltre ad evitare iniziative come quella da Lei intraprese, come richiedere liste di clienti agli alberghi e soprattutto indagare sugli affari personali dei nostri ospiti più influenti, quali per esempio la famiglia Casiraghi”.




Kuhn stava per chiedere se avesse dovuto concordare anche dove bere la sua prossima birra o se poteva decidere autonomamente. Preferì invece dare un consiglio al signor Passügger: “Fossi in Lei non mi preoccuperei troppo, il Kurverein può sempre fa stampare dei nuovi manifesti con foto di morti impiccati e donne sgozzate, intitolando la campagna ‘Wilkommen in Barbabluland!’”. Riattaccò il ricevitore senza attendere i commenti di Passügger alla proposta. Non si era aspettato questa mobilitazione generale e soprattutto dei toni così duri. Mentre leggeva il rapporto della Questura di Milano sulle attività dei Casiraghi, si domandò chi poteva essere il burlone che passava tutte queste notizie riservate a Passügger. Chiamò Pomatti e Pedretti e li avvisò che se nel prossimo futuro fosse uscita dal suo ufficio anche una sola parola, li metteva sotto processo e li rimandava a segare il fieno sull’alpe. Continuò quindi la sua lettura, da cui risultava che il finanziere Casiraghi, padre del giovane, era persona stimata e di provata capacità nelle operazioni di borsa. Da qualche tempo svolgeva attività di consulente nei confronti di alcuni grossi istituti di credito. Niente, da quel rapporto non si cavava niente di sospetto. Passò quindi alla lettura della lista dei clienti del Palace. C’erano almeno un paio di nomi all’apparenza di origine italiana, dal suono meridionale. Nessun nome arabo, Niente anche qui. Telefonò al direttore del Palace. Voleva sapere  chi aveva cenato o preso l’aperitivo o semplicemente conversato con la giovane coppia, prematuramente scomparsa. Fortunatamente il direttore era presente e non doveva perdere tempo ad interrogare i camerieri. Avevano preso l’aperitivo con il signor Winterhouse, anziano giornalista inglese che tutti gli anni passava le sue vacanze solitarie a St. Moritz. Avevano cenato da soli, ma brindando spesso con gli impiegati del Kurverein, che insieme al direttore Passüger festeggiavano la cena di fine stagione ad un tavolo vicino. Avevano infine preso un caffè e fumato un sigaro di nuovo con il signor Winterhouse, e quindi erano usciti.


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