20 novembre 2021

Limpide ambiguità - 9° episodio

Sangue nella classe della III elementare delle vecchie scuole

 

Al mattino si svegliò ben lontano da una forma perfetta. Non era un buon inizio per quella che secondo lui sarebbe stata la giornata decisiva. Bevve un caffè doppio prima di uscire e un altro lo prese al Caffè Hauser, lungo la strada per il suo ufficio. Fu lì che venne raggiunto da una telefonata di Pedretti. Non erano ancora le nove, non aveva ancora messo piede nella sua stanza di lavoro, in più aveva un pesante cerchio alla testa e c'era qualcuno, che si era già messo in giro per le strade ad uccidere la gente.

Questa volta aveva violato uno dei templi della serenità locale, si era permesso di lasciare un corpo insanguinato e senza vita nell'aula della III classe della scuola elementare del Municipio di St. Moritz. Un custode, che perrcorre ogni mattina i locali alle 7:30, per controllare se tutto è in ordine, aveva fatto la macabra scoperta. Aveva notato del liquido rosso sul pavimento, subito sotto la prima fila di banchi. Aveva maledetto l'ultima generazione di insegnanti, troppo permissiva. Specialmente la nuova maestra della III classe, inventava sempre nuove attività educative, con acquerelli e colori vari, ottenendo come unico risultato di raddoppiare la sua fatica. Solo che quelle macchie di rosso non venivano da un tubetto di colori a tempera, ma direttamente dal cranio aperto del signor Winterhouse. Il vecchio giornalista inglese, uno dei più fedeli clienti dell'Hotel Palace non avrebbe più giocato a curling sotto il sole dell'Engadina. Qualcuno aveva interrotto la sua elegante esistenza con un colpo violento alla nuca. Questa volta il bastone da passeggio aveva compiuto da solo tutto il lavoro e non c'era stato bisogno di escogitare una nuova tecnica per inscenare quest'ultimo assassinio. Kuhn pensò che l'autore doveva aver provato una certa delusione per quella morte immediata. Il fatto che questa volta l'assassino avesse colpito all'interno della scuola elementare, completava l'opera di distruzione delle istituzioni più sacre della città. Tutti gli abitanti erano passati da quelle aule, chi aveva poi avuto successo e chi poi non l'aveva avuto. La scuola era una vecchia costruzione dalle grandi finestre chiare, che davano su quella che poteva essere considerata la piazza principale. Le scalinate d'accesso alla porta gli davano una certa severità e facevano pensare alla capacità di elevazione sociale, prodotta dalla cultura. La torre con l'orologio la faceva sembrare più una stazione ferroviaria che un edificio dedicato all'insegnamento. Pavimenti e soffitti di legno completavano l'atmosfera nello stesso tempo di familiarità e di ufficialità. Kuhn pensò che se fosse stato direttore della scuola, si sarebbe fatto fare un ufficio grandioso in una di quella sale luminose e avrebbe cercato di rendere più accoglienti quegli ambienti austeri.




Domandò al custode chi possedeva le chiavi della scuola e fu abbastanza sorpreso dal fatto che ogni insegnante ne possedesse una copia. il che significava che metà della popolazione di St. Moritz poteva avere accesso ai locali della scuola. "Come ci sarà finito in questa classe il signor Winterhouse", si domandò Kuhn, " e quale sarà stato questa volta il legame con l'assassino ?". Pensò in quel momento che il signor Winterhouse era l'unico amico della signora Von Apfel. L'unico che frequentava la sua casa e passava qualche ora a conversare con lei. La povera donna doveva avergli comunicato in qualche modo il suo segreto, e questo era costato la vita all'aristocratico giornalista. Frugò nella tasca interna dell'elegante giacca di tweed del morto e ne trasse una stilografica, alcuni biglietti da visita e un blocchetto di appunti con l'intestazione del Kurverein. Kuhn si chiedeva la ragione per la quale non si era messo in contatto con la polizia, e soprattutto perché si era recato all'appuntamento con l'assassino. L'unica risposta era che il morto non conoscesse niente di preciso, aveva solo ricevuto dei segnali allarmanti, ma niente di chiaro. La signora Von Apfel poteva avergli telefonato e comunicato le proprie preoccupazioni, ma senza fare nomi, riservandosi di essere più precisa in seguito. Era strana questa riservatezza, dava l'impressione che la donna avesse avuto un certo timore a rivelare il nome della persona che aveva visto con Marion Steinkopf prima della sua morte, Come se il nome fosse stato troppo conosciuto e non certo sospettabile. Kuhn fu assalito da un dubbio: la vecchia invalida aveva telefonato a tre persone, al comandante della polizia, che purtroppo era sempre occupato, all'amico Winterhouse e all'assassino stesso. Il suo progetto era sicuramente quello di procedere ad un incontro di chiarimento per quel giorno e probabilmente a casa sua per l'ora di cena. L'assassino aveva avuto il tempo di eliminare la vecchia nel pomeriggio e studiare il modi di far tacere per sempre il giornalista inglese. Kuhn pensò anche al silenzio della signorina Steinkopf. Se sapeva qualcosa sulla morte dell'amico milanese, perché non aveva parlato quel pomeriggio nel suo ufficio. Aveva timore di uno scandalo, di coinvolgere un personaggi importante in un assassinio senza averne le prove. Anche se il cerchio intorno alla testa, riduceva lo spazio a disposizione dei suoi pensieri, e l'alcol bevuto la sera prima non era ancora stato interamente assorbito dal suo corpo, il quadro generale cominciava a delinearsi e con una certa chiarezza. Ma mancava ancora un coupe de theatre, per fornire la chiave di tutta la vicenda.

E questo arrivò, nella forma di una piccola lettera, redatta a mano, che giaceva sul tavolo di Kuhn con la posta del mattino. Era vergata con calligrafia precisa, ma i contenuti erano piuttosto confusi, inoltre era anonima. "La mia vita è in pericolo, conosco l'autore dei recenti delitti, non posso più tacere. Telefoni all'interno 315 dell'Hotel Palace alle 19 di Giovedì 21 Settembre". Kuhn guardò il calendario della macelleria Heuberger, appeso alla parete, e tra una foto di Bundner Fleisch e una ricetta di involtini alla romana, si rese conto che era Giovedì 21 e che erano le quattro del pomeriggio. Non ci volle molto a sapere che l'interno 315 corrispondeva ad un telefono di servizio della cucina del Palace. L'apparecchio era situato in un piccolo stanzino al lato delle grandi porte che segnavano l'ingresso a quell'enorme antro, che poteva sfornare pranzi per quattrocento persone. Si trattava di un seminterrato, interamente ricoperto di mattonelle bianche, e percorso da un labirinto di tubi, di cui non si conosceva per intero il numero e l'utilità. Una ventina di cuochi in camice e cappello si muovevano indaffarati intorno a dei banchi fumanti. Tra di loro c'era anche un attento Pedretti, falsamente indaffarato dietro ad una pentola colma di zuppa di gamberi. Erano le 18:30, ora in cui le prime famiglie svizzere e tedesche iniziano la loro cena. Gli italiani sarebbero arrivati introno alle 20:00. I russi non si erano mai alzati dalla tavola del pranzo e continuavano a bere.




Questa storia di delitti, apparentemente senza senso, sarebbe finita nello stesso luogo dov'era iniziata, all'interno del Palace.

 

Taschenbunker


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