Al mattino
si svegliò ben lontano da una forma perfetta. Non era un buon inizio per quella
che secondo lui sarebbe stata la giornata decisiva. Bevve un caffè doppio prima
di uscire e un altro lo prese al Caffè Hauser, lungo la strada per il suo
ufficio. Fu lì che venne raggiunto da una telefonata di Pedretti. Non erano
ancora le nove, non aveva ancora messo piede nella sua stanza di lavoro, in più
aveva un pesante cerchio alla testa e c'era qualcuno, che si era già messo in
giro per le strade ad uccidere la gente.
Questa volta
aveva violato uno dei templi della serenità locale, si era permesso di lasciare
un corpo insanguinato e senza vita nell'aula della III classe della scuola
elementare del Municipio di St. Moritz. Un custode, che perrcorre ogni mattina
i locali alle 7:30, per controllare se tutto è in ordine, aveva fatto la
macabra scoperta. Aveva notato del liquido rosso sul pavimento, subito sotto la
prima fila di banchi. Aveva maledetto l'ultima generazione di insegnanti,
troppo permissiva. Specialmente la nuova maestra della III classe, inventava
sempre nuove attività educative, con acquerelli e colori vari, ottenendo come
unico risultato di raddoppiare la sua fatica. Solo che quelle macchie di rosso
non venivano da un tubetto di colori a tempera, ma direttamente dal cranio
aperto del signor Winterhouse. Il vecchio giornalista inglese, uno dei più
fedeli clienti dell'Hotel Palace non avrebbe più giocato a curling sotto il
sole dell'Engadina. Qualcuno aveva interrotto la sua elegante esistenza con un
colpo violento alla nuca. Questa volta il bastone da passeggio aveva compiuto
da solo tutto il lavoro e non c'era stato bisogno di escogitare una nuova
tecnica per inscenare quest'ultimo assassinio. Kuhn pensò che l'autore doveva
aver provato una certa delusione per quella morte immediata. Il fatto che
questa volta l'assassino avesse colpito all'interno della scuola elementare,
completava l'opera di distruzione delle istituzioni più sacre della città.
Tutti gli abitanti erano passati da quelle aule, chi aveva poi avuto successo e
chi poi non l'aveva avuto. La scuola era una vecchia costruzione dalle grandi
finestre chiare, che davano su quella che poteva essere considerata la piazza
principale. Le scalinate d'accesso alla porta gli davano una certa severità e
facevano pensare alla capacità di elevazione sociale, prodotta dalla cultura. La torre con l'orologio la faceva sembrare più una stazione ferroviaria che un edificio dedicato all'insegnamento. Pavimenti e soffitti di legno completavano l'atmosfera nello stesso tempo di
familiarità e di ufficialità. Kuhn pensò che se fosse stato direttore della
scuola, si sarebbe fatto fare un ufficio grandioso in una di quella sale
luminose e avrebbe cercato di rendere più accoglienti quegli ambienti austeri.
Domandò al
custode chi possedeva le chiavi della scuola e fu abbastanza sorpreso dal fatto
che ogni insegnante ne possedesse una copia. il che significava che metà della
popolazione di St. Moritz poteva avere accesso ai locali della scuola.
"Come ci sarà finito in questa classe il signor Winterhouse", si
domandò Kuhn, " e quale sarà stato questa volta il legame con l'assassino
?". Pensò in quel momento che il signor Winterhouse era l'unico amico
della signora Von Apfel. L'unico che frequentava la sua casa e passava qualche
ora a conversare con lei. La povera donna doveva avergli comunicato in qualche
modo il suo segreto, e questo era costato la vita all'aristocratico
giornalista. Frugò nella tasca interna dell'elegante giacca di tweed del morto
e ne trasse una stilografica, alcuni biglietti da visita e un blocchetto di
appunti con l'intestazione del Kurverein. Kuhn si chiedeva la ragione per la quale
non si era messo in contatto con la polizia, e soprattutto perché si era recato
all'appuntamento con l'assassino. L'unica risposta era che il morto non
conoscesse niente di preciso, aveva solo ricevuto dei segnali allarmanti, ma
niente di chiaro. La signora Von Apfel poteva avergli telefonato e comunicato
le proprie preoccupazioni, ma senza fare nomi, riservandosi di essere più
precisa in seguito. Era strana questa riservatezza, dava l'impressione che la
donna avesse avuto un certo timore a rivelare il nome della persona che aveva
visto con Marion Steinkopf prima della sua morte, Come se il nome fosse stato
troppo conosciuto e non certo sospettabile. Kuhn fu assalito da un dubbio: la
vecchia invalida aveva telefonato a tre persone, al comandante della polizia,
che purtroppo era sempre occupato, all'amico Winterhouse e all'assassino
stesso. Il suo progetto era sicuramente quello di procedere ad un incontro di
chiarimento per quel giorno e probabilmente a casa sua per l'ora di cena.
L'assassino aveva avuto il tempo di eliminare la vecchia nel pomeriggio e
studiare il modi di far tacere per sempre il giornalista inglese. Kuhn pensò
anche al silenzio della signorina Steinkopf. Se sapeva qualcosa sulla morte
dell'amico milanese, perché non aveva parlato quel pomeriggio nel suo ufficio.
Aveva timore di uno scandalo, di coinvolgere un personaggi importante in un
assassinio senza averne le prove. Anche se il cerchio intorno alla testa,
riduceva lo spazio a disposizione dei suoi pensieri, e l'alcol bevuto la sera
prima non era ancora stato interamente assorbito dal suo corpo, il quadro
generale cominciava a delinearsi e con una certa chiarezza. Ma mancava ancora
un coupe de theatre, per fornire la chiave di tutta la vicenda.
E questo
arrivò, nella forma di una piccola lettera, redatta a mano, che giaceva sul
tavolo di Kuhn con la posta del mattino. Era vergata con calligrafia precisa,
ma i contenuti erano piuttosto confusi, inoltre era anonima. "La mia vita
è in pericolo, conosco l'autore dei recenti delitti, non posso più tacere.
Telefoni all'interno 315 dell'Hotel Palace alle 19 di Giovedì 21
Settembre". Kuhn guardò il calendario della macelleria Heuberger, appeso
alla parete, e tra una foto di Bundner Fleisch e una ricetta di involtini alla
romana, si rese conto che era Giovedì 21 e che erano le quattro del pomeriggio.
Non ci volle molto a sapere che l'interno 315 corrispondeva ad un telefono
di servizio della cucina del Palace. L'apparecchio era situato in un piccolo
stanzino al lato delle grandi porte che segnavano l'ingresso a quell'enorme
antro, che poteva sfornare pranzi per quattrocento persone. Si trattava di un
seminterrato, interamente ricoperto di mattonelle bianche, e percorso da un
labirinto di tubi, di cui non si conosceva per intero il numero e l'utilità. Una
ventina di cuochi in camice e cappello si muovevano indaffarati intorno a dei
banchi fumanti. Tra di loro c'era anche un attento Pedretti, falsamente
indaffarato dietro ad una pentola colma di zuppa di gamberi. Erano le 18:30,
ora in cui le prime famiglie svizzere e tedesche iniziano la loro cena. Gli
italiani sarebbero arrivati introno alle 20:00. I russi non si erano mai alzati
dalla tavola del pranzo e continuavano a bere.
Questa
storia di delitti, apparentemente senza senso, sarebbe finita nello stesso
luogo dov'era iniziata, all'interno del Palace.

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