21 settembre 2021

Limpide ambiguità - 2° episodio

Al Palace Hotel -

Mentre percorreva un oscuro ed interminabile corridoio, seguendo un agitatissimo direttore d’albergo, che lo aveva atteso personalmente all’ingresso fornitori, Kuhn non riusciva a scrollarsi di dosso quella sensazione di freddo che lo assaliva tutte le volte che entrava in quell’albergo. Non gli piaceva.

Quella profusione di grandi spazi vuoti, quell’architettura da “Gothyc tales”, trapiantata sulle Alpi solo per mettere a proprio agio i primi turisti inglesi, lo disturbava.

Sorrise però, riflettendo che era un luogo perfetto per un delitto. Con questa espressione sul volto varcò la soglia della piscina, e si ritrovò in un ambiente con 28 gradi di temperatura ed un’umidità intorno al 95%. Vedeva le cose come da dentro una bolla di sapone. Un grande terrazzo coperto, circondato da vetrate nebbiose, che si apriva verso la valle e il lago. Al posto del pavimento una vasta superficie di acqua fumante. Al centro della quale galleggiava una forma nera.

Pomatti e Pedretti, un po’ per la pesante divisa di lana, un po’ per l’abitudine all’aria secca, si sentivano fortemente a disagio. Fu comunque la voce discreta del direttore che ruppe la bolla. “Capitano Kuhn, siamo ancora increduli. Un morto nella piscina dell’hotel. E’ un fatto incompatibile con la nostra immagine, con la qualità del servizio che il nostro …”. “Quando lo avete trovato ?”, interruppe Kuhn. “Questa mattina alle 7:30, quando gli inservienti della piscina hanno iniziato le pulizie”. Kuhn pensò al difficile risveglio del solerte direttore, alla sua prima concitata telefonata con la proprietà, al veloce consulto e alla successiva telefonata all’Ufficio di Polizia Municipale. “I clienti dell’albergo non sanno niente dell’accaduto, ufficialmente la piscina è chiusa per il ricambio dell’acqua. Contiamo sulla sua discrezione e su …”. “Dovremo tirarlo fuori in qualche modo”, interruppe nuovamente Kuhn. Furono portati degli arpioni e delle piccole reti, montate su lunghi bastoni. Dopo qualche tentativo il corpo venne avvicinato ad una scaletta e quindi fatto salire sul bordo della piscina.




A parte i rigonfiamenti della pelle, dati da un corpo presumibilmente pieno d’acqua, si trattava di un bel tipo. Dentro ad uno smoking un po’ spiegazzato dalla lunga immersione, c’era un uomo sui trent’anni, capelli e volto ben curati, mani affusolate ed aria simpatica.

“Il signor Casiraghi”, esclamò l’integerrimo direttore. “E’… era nostro affezionato cliente, milanese, figlio di un affermato commercialista con grossi interessi nel mercato finanziario. Ha cenato verso le nove con una sua amica, la signora Marion Steinkopf”. Kuhn avvertì un certo senso di disagio nel tono con cui il direttore aveva pronunciato la parola amica. “Sono usciti per un caffè, credo,  e sono rientrati verso le undici e trenta, per poi ritirarsi nelle loro camere”. Stesso disagio che faceva pensare che i due si fossero ritirati in una sola camera. Ma questo il direttore non l’aveva detto.

“Sembra che la morte debba quindi risalire ad un’ora tra la mezzanotte e le sette del mattino, e che sia da addebitare ad affogamento. Ma questo ce lo confermerà il dottor Meyer con un’autopsia. Non sarà stato semplice tenere sott’acqua con la forza un giovane robusto come questo. A meno che non fosse arrivato alla piscina già morto o perlomeno in stato di incoscienza. Giunse il dottor Meyer con un’ambulanza. Il corpo uscì dalla stessa porta dei fornitori da cui era entrato Kuhn e il direttore apparve decisamente sollevato. Non tralasciò però di ricordare al capitano che il prestigio dell’hotel e quello dell’intera Municipalità erano nelle sue mani e in quelle della sua riservatezza. Che la salvaguardia del carattere esclusivo dei clienti veniva prima di tutto e che non poteva permettere ……

“Arrivederci a presto !” Salutò sbrigativamente Kuhn e si incamminò verso il suo locale preferito, per il primo bicchiere di birra della giornata. Mentre varcava la soglia del Buffet della Stazione rifletteva sul “carattere esclusivo” dei clienti del Palace. Saranno stati quarant’anni che tra i clienti non c’erano più veri signori. Scomparsi gli inglesi e tutti gli scandinavi, ma soprattutto scomparso lo stile. Erano in compenso apparsi italiani vocianti esibizionisti, che non perdevano occasione per mostrare la loro redente ricchezza. Arabi europeizzati, che vestivano abiti firmati con la classe di poliziotti in borghese. Sudamericani con famiglie sterminate, che trasudavano opulenza e che spendevano lieti il denaro ripulito dalle banche locali. Del passato erano rimasti solamente i tedeschi, i peggiori, con un’antipatia congenita, immutabile nel tempo. Questo pensava Kuhn dei clienti del Palace, sorseggiando la sua birra. Si sentiva un ingenuo populista, ma quanto era più a suo agio in quel brutto locale. Il Buffet della Stazione di St. Moritz era infatti conosciuto come il posto più malfamato della città, se mai ce ne poteva essere uno. Ci si mangiava anche il miglior Pot-au-feu dell’intero Grigioni.

I tavoli erano affollati sin dalle prime ore del mattino di improbabili camerieri spagnoli, famiglie portoghesi che attendevano di trovare una sistemazione per il lavoro stagionale, valtellinesi, strappati alla montagna di casa per guidare i mezzi battipista o azionare gli skilift di Corviglia. E su tutto un acre odore di caffè, di tabacco e di case lontane. Sembrava sempre di essere dietro le quinte di un teatro in quel bar, dove senti gli odori dei corpi degli attori, vedi il loro sudore e le loro lacrime. In un’Engadina così pulita a Kuhn faceva bene quell’aria pesante.


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