31 ottobre 2021
Una scritta inaspettata
20 ottobre 2021
Rettiliani, Illuminati ...
Un tema da riprende prossimamente.
Mi ero già dilungato su un mio precedente post, questo:
https://analogici.blogspot.com/2021/10/rivoluzioni-e-punture.html
14 ottobre 2021
Rivoluzioni e punture
Che stia succedendo?
Cerco di capire cosa incendi gli animi, mettendo in pericolo il sistema. C'è sempre un fattore scatenante, la scintilla che incendia la prateria: nel 1789 furono le briosce di Maria Antonietta, nel 1917 le trincee e la fame, il tutto condito da ideali e speranze di un mondo migliore. Oggi forse il precariato e le sopraffazioni dei padroni? Le pensioni, la sanità che arranca? O addirittura i portuali manifestano a Trieste contro una delle tante guerre?
E si minacciano rivoluzioni per la punturina e il foglietto? E in tutti questi anni ve ne siete stati zitti e buoni di fronte al precariato selvaggio, ad ogni genere di vessazione, prepotenza, carognata?
I dubbi che si insinuano nella mia mente perversa si stanno consolidando.
I tuoi motti sono ben lontani da libertè, egalitè, fraternitè, tutto il potere ai soviet, pace in terra agli uomini di buona volontà. I tuoi irrinunciabili capisaldi sono quelli dell'abitudine, anche la più merdosa, che è intoccabile, pare stia scritta nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. Allora sai cosa? Ti meriti che il Capitale (quello con la "C" maiuscola) ti calpesti e ti stritoli, ti renda schiavo, alleandosi temporaneamente con i ceti bottegai, salvo poi schiacciarli appena gli torna comodo.
E se allora fosse lui, il Kapitale, la forza motrice di cui sognavo? Ci devo pensare. Al prossimo capitolo. Posso ancora cambiare idea, nel puntare sulle multinazionali (che non se ne accorgeranno), voi ometti e donnette intanto continuate a vivacchiare, ribellatevi ai foglietti e alle punturine. Non potete aspirare ad altro.
12 ottobre 2021
Il Ponte di Annibale e il Mulino di Bruscheto
Vivo sulla collina prospiciente il Castello di
Sammezzano in Località Castello, abitato del Leccio, nel Comune di Reggello dal
1983. Siamo a nemmeno un chilometro dal fiume Arno, ma è come se il fiume e la
cultura che si è portato dietro in tanti anni non esistessero più, siamo al
confine con il Comune di Incisa e di Rignano. Non avevo mai sentito parlare del
Ponte di Annibale, ne tantomeno del Mulino di Bruscheto, come del resto
non sono più presenti nel nostro quotidiano i ricordi del porto fluviale di
Incisa e delle secche di Pian dell'Isola. Nelle ultime settimane causalmente
incontro ripetutamente questi due nomi per alcune mie ricerche storiche sulla
zona. Ci arrivo quindi non per passaparola, per conoscenza diretta di qualcuno,
ma seguendo dei testi e delle testimonianze storiche.
Decido quindi di andare a vedere. Cerco di capire a che altezza della
provinciale che da Leccio porta al Casello di Incisa-adesso anche Reggello,
devio a destra e do per la prima volta un senso al cartello Bruscheto un
chilometro, davanti al quale sarò passato qualche migliaia di volte. Esiste un
abitato di recente costruzione, a sua volta denominato Bruscheto, dove sembra
che durante il giorno vivano solo anziane donne dall'espressione arcigna. Si
passa sotto all'autostrada e si costeggia un canale, in un tipico scenario di
campagna abbandonata nelle adiacenze di grandi vie di comunicazione, vedi
autostrada e direttissima. La prima sorpresa è costituita da due villini
ottocenteschi in una pioppeta al livello dell'argine dell'Arno. Dimostrano una
loro origine nobile, da quadro dirigente, tipo medico del paese o notaio.
Chissà forse la loro costruzione era in qualche modo legata ad uno dei periodi
più opulenti del mulino.
Qui c'è un ponte sul canale squallido, così stretto da obbligarci a
parcheggiare la macchina e proseguire a piedi.
Camminiamo lungo il fiume in un paesaggio da femmine violate e predoni post
moderni, e sono sorpreso che la mia adorata consorte prosegua senza fiatare e
senza esprimere la sua volontà di tornare indietro. Nell'aria c'è il tipico
odore dei fossetti di scarico della cucina, che ormai quasi sempre ci
accompagna nella vicinanza dei nostri maggiori fiumi. Non ci sono però nè
plastica nè rifiuti. Tutto è incolto e sa di dimenticato, su un lato del fiume
passa la linea dei treni ad alta velocità, mentre sull'altro lato si
intravedono le auto che corrono lungo l'autostrada. In mezzo a tutto ciò appare
come prima cosa un enorme costruzione abbandonata posta su un grande masso
sull'ansa del fiume. Sfruttando un'area piena di rocce, un abile architetto
idraulico ha costruito una vera e propria diga, per obbligare il flusso a passare
attraverso il mulino. Il prodotto è un bacino assai ampio, quasi un placido
lago, che vedi terminare all'orizzonte in una specie di bordo sfioratore. Il
mulino è chiaramente abbandonato, ma non da secoli. Le macchine che ancora vi
sono nell'interno hanno ingranaggi di ferro e si intravedono dei resti di
impianti elettrici. Scendendo un piccolo sentiero si arriva al ponte, ed è
bellissimo. C'è una carreggiata centrale in sassi di fiume stondati, una specie
di pavé medievale, incorniciato da entrambi i lati da grandi pietre
rettangolari lisce. Non ha archi ed è quasi al livello dell'acqua, è come se
avessimo appoggiato noi una passerella tra i massi. E' questo accorgimento che
l'ha reso resistente alle piene del fiume. Non si distingue la pietra della
roccia dalla pietra del ponte. Chi l'ha costruito ha utilizzato ciò che la
natura gli aveva messo a disposizione sia per l'aspetto carraio che per quello
estetico. Come vedete dalla foto dei primi anni sessanta il ponte aveva un arco
centrale, che adesso non esiste più.
E' stata un'autocisterna, trasportata dalla corrente
durante l'alluvione del 1966 a distruggerlo, sino ad allora aveva resistito a
tutto, alle piene, alle guerre, ai bombardamenti alleati e alle mine tedesche.
Sembra che ci siano solo due altri ponti "immortali" sull'Arno, il
Ponte vecchio a Firenze e il Ponte a Buriano. Questo si chiama Ponte di
Annibale o delle Panche. Sembra che la storia che sia stato Annibale a farlo
costruire per far passare il suo esercito, che andava a distruggere Roma, sia
una leggenda. Sembra che il ponte sia di origine medievale. Ma quello che più
mi intriga è il secondo nome, delle Panche. Non sono andato a verificare l'etimologia
di queste panche, perchè mi affascina troppo l'immagine immediata che ci
coglie. Donne indaffarate in cestini di vimini o nel lavaggio di verdure, che
siedono su delle panche di pietra, naturali o manufatte, e che guardano lo
scorrere della corrente o il passaggio di carri o di persone sul ponte. E' un
abbaglio di ricordi e di storia dell'umanità che ti coglie su questi sassi.
Chissà perchè pensi a questi posti come dei luoghi molto più vitali di adesso,
pieni di gente che lavora, che trasporta direttamente sulle acque del fiume o
lungo le strade che scorrono nella valle, attività agricole, commerci,
manifatture. Eppure oggi ci sono molti più abitanti, molte più strade, molte
più attività industriali, molte più abitazioni e commerci. Cosa avrà questo
passato immaginario di così affascinante ai nostri occhi, eppure nella realtà
era molto più insicuro e i predoni e le femmine violate c'erano veramente.
Forse è colpa nostra, colpa di un presente che scorre
velocemente lungo alcune direttrici e ignora o abbandona tutto quello che resta
da una parte, anche un ponte come questo, bellissimo nella sua semplicità e
affascinante nella sua storia. Rifletto sul fatto che scopro adesso questo
luogo, dopo 38 anni che vivo in queste terre. Soprattutto nessuno me ne ha mai
parlato. Il ponte non è stato più usato, il mulino ha cessato di macinare o di
produrre corrente. Nel frattempo tutti in macchina o in treno lungo strade,
autostrade, direttissime ad alta velocità, e tutto quello che è nel mezzo non
viene più toccato e soprattutto non viene ricordato. La mancanza di utilizzo
porta all'oblio e la vegetazione di una campagna incolta fa il resto, stende
una recinzione verde intorno a questi luoghi, dimenticati da tutti.
Andrea analogico
Limpide ambiguità - 5° episodio
Quegli occhi neri. Non avrebbe mai pensato di rivederli così presto e soprattutto sbarrati nello stupore della morte. Era appena rientrato a casa quando aveva squillato il telefono. La voce affannata di Pometti aveva esclamato: "Buona sera commissario, mi dispiace disturbarla, ma sembra che ci sia un altro morto. Questa volta è attaccato ai cavi di acciaio della stazione di arrivo della funivia Signalbahn". Erano le otto di sera, ora strana per trovarsi in cima a quella montagna. Come gli occhi, anche il naso della signorina Steinkopf era stravolto. Al posto del filo finissimo di oro bianco aveva adesso una robusta corda di acciaio. Dopo aver girato intorno al suo collo immacolato terminava al gancio di lucido acciaio di un meccanismo che regola il movimento della funivia. La sua camicetta e la sua gonna bianca ondeggiavano sospese a circa un metro da terra, Il suo corpo aveva perso molto della sua naturale eleganza.
"Sembra che la signorina sapesse qualcosa di molto importante sulla morte di Casiraghi, ma riteneva di non dovermi raccontare niente. E adesso non lo racconterà più a nessuno". Era più che sicuro che la bella pubblicitaria fosse morta per la stessa ragione per cui Casiraghi era stato trovato a galleggiare nella piscina del Palace. Ma quale poteva essere il motivo ? Il manovratore della funivia con un'espressione di spaventi sul viso cinereo, grigio come la tuta da lavoro che indossava, spiegò a Kuhn come l'aveva trovata. "Come ogni sera l'impianto chiude alle 17:00. In questo periodo di bassa stagione, senza neve e con poso sole, ci sono pochi passeggeri Alle 17:30 iniziamo la verifica dei meccanismi e verso le 18:00 ho trovato il corpo di quella signorina. Per accedere alla zona dove si trova, c'è un solo corridoio, vietato all'accesso dei turisti e riservato agli addetti. E' come un angolo morto, ed è anche possibile che il corpo fosse li da ore e che nessuno l'abbia visto".
Kuhn pensò a tutte le coppie di anziani tedeschi, che erano quasi i soli turisti presenti a metà Settembre a St. Moritz, che erano passati conversando amabilmente vicino alla morta. Pronti per una leggera marcetta giù per i sentieri della Val Suvretta. Personaggi fuori moda nei loro pantaloni alla zuava e nelle loro camicie a scacchi verdi o marroni, i colori della montagna. Personaggi però simpatici, con antiquate piccozze e zainetti, contemporanei di Herman Hesse.
Che c'era andata a fare Marion Steinkopf su quella cima quel pomeriggio ? E soprattutto con chi ? Qualcuno l'avrà pure notata. Pregò il giornalista dell'Engadiner Post di fare un bell'articolo, con una foto centrale del corpo della ragazza ed un'immagine del suo volto, più piccola, di lato. Con un appello a chiunque avesse visto quella persona nei dintorni del Signalbahn., di recarsi agli uffici della Polizia Municipale. Il giornalista promise un lavoro ben fatto, ma aggiunse con un sorriso un po' troppo malizioso: In cambio lei commissario mi dovrebbe fornire maggiori sulla strana morte di un cliente dell'Hotel Palace, colto da malore nella piscina, per poi arrivare defunto all'ospedale di Samaden. Non pensa che sia un po' troppo presto per un ricco milanese andare a fare il bagno alle 6:30 del mattino ?" Sorrise di nuovo, sollevando gli zigomi e stringendo gli occhietti. "Vi farò sapere appena possibile". Rispose Kuhn, prendendo sottobraccio il dottor Meyer, arrivato nel frattempo. Uscirono dalla stazione e si trovarono su di una terrazza dalla quale si godeva uno splendido panorama della valle. L'importante era restare girati su quel lato ed evitare di dare uno sguardo a quello che c'era dietro, anche se sui loro volti soffiava un vento gelido. La stazione del Signalbahn appariva infatti come un grande e vecchio televisore bucato, costruito con tonnellate di assi di legno e cemento Eretta in modo insolente sul colle più scoperto della valle, era impossibile non vederla, da qualsiasi punto ci si fermasse ad osservare il panorama. Dietro a questa oscenità qualche chilometro quadrato di deserto alpino, solcato da file di pali neri di ferro, percorso dai fantasmi degli impanti di risalita, fermi fuori dalla stagione sciistica. Anche adesso, alla luce della luna, a Kuhn tornava sempre in mente un paesaggio analogo: le vecchie strutture per l'escavazione e per l'estrazione del marmo sulle Alpi Apuane, abbandonate da anni.
03 ottobre 2021
Limpide ambiguità - 4° episodio
Uscì, prese la macchina di servizio, bianca, percorsa da
righe rosso fosforo e da scritte nere "Polizei". A lui non piaceva
quell'auto, ma era l'unico modo per poter accedere tranquillamente alla Val
Fex, ambientalmente protetta ed amorevolmente chiusa al traffico veicolare.
Quando c'era arrivato la prima volta quasi non l'aveva notato, Nella scelta di trasferirsi non aveva avuto alcun ruolo. Con il tempo però Kuhn aveva imparato ad amare quel paesaggio. Ignorava tutto dell'Engadina, sapeva che St. Moritz era mille e ottocento metri e che quindi si sarebbe trovato in montagna. Ma di pascoli alpini e di mucche ne giravano parecchi per la Svizzera. Con il passare degli anni il suo atteggiamento era radicalmente cambiato, Amava l'Engadina, la sua luce limpida invernale, la successione di laghi e fiumi che la percorrevano, i larici che tingevano tutto di giallo ai primi freddi. Godeva nell'allontanarsi da St. Moritz a ad abbandonarsi ai suoi pensieri lungo il torrente che solcava una valle laterale o salendo su di un picco deserto. Aveva provato quella sensazione di potenza che si ha in montagna, quando non si pensa a niente e proprio per questo si pensa di aver afferrato la totalità delle cose. Per questo non avrebbe più lasciato quella valle.
Adesso era seduto su di una di quelle stupide panchine che
in Svizzera riescono a trasformare anche il più impervio luogo di montagna in
un giardino pubblico. Loro pensano di farti un piacere a portare sul posto una
panchina in elicottero, ma te ti senti come Messner sull'Himalaya, che affronta
gli ottomila senza ossigeno e, arrivi in cima a un monte e ci trovi una
panchina rossa, come un pensionato ai giardinetti. Normalmente si tratta di un
dono da parte del superstite alla comunità dei camminatori in memoria del
membro, meno fortunato e quindi deceduto, di una coppia parecchio in la con gli
anni, che amava camminare in quelle valli o salire su quella montagna, con
tanto di nome e cognome dell'amato o dell'amata. Ma l'impressione che in quel
momento dava la Val Fex era stupenda. Gli ultimi fasci di luce solare colpivano
le cine delle montagne, riflettendo sulla neve e tingendola di rosa. Il torrente
che scavava la valle sgorgava da un buio profondo, dove ombre e fumi di freddo
si mescolavano. I larici rimandavano i riflessi del sole e abbagliavano di
giallo.
"Bene, sembra che i motivi e gli autori di questo
assassinio vengano da lontano". Rifletteva Kuhn. "Un sicario
proveniente dagli ambienti mafiosi italo-americani o un professionista del
crimine, pagato da un gruppo finanziario rivale. Come si sarebbe potuto
individuarlo, non avendo alcun legame diretto con il morto. E poi, che senso
avrebbe avuto colpire solo l'esecutore materiale, con la certezza che i
mandanti non sarebbero mai stati individuati." Avrebbe preferito un bel
delitto di provincia, alla sergente Studer, una vecchia storia di morbosa
gelosia, finita in un attimo di crudeltà, tra un insegnante della scuola
elementare e la fioraia della Via Maistra.
Crisi della o dalla politica ?
01 ottobre 2021
Husserl, Ricerche Logiche - secondo volume
Una di queste sere a cena con amici mi è tornata in mente una vicenda di tempi lontanissimi, dell'università. Tempi eroici sotto molti punti di vista. Fra cui le figure umane incontrate e conosciute allora. E spesso "finite male". No, non mi riferisco a chi è morto per overdose, oppure ammazzato in scontri a fuoco di una ipotetica guerra con il sistema. Tanta gente di quei tempi ha fatto una fine ingloriosa in modo assai più piccolo, spesso miserabile, meschino, ridicolo. Senza bisogno di scomodare il film di Bertolucci, "La tragedia di un uomo ridicolo" con il grande Tognazzi. Di questi altri personaggi minori, di una vita, non appartenenti all'evento che sto narrando, narrerò prossimamente.
Raccontavo agli amici a cena dei miei rimuginamenti in età adulta nel filone "fregature avute in mezza vita". "Fregare te? ", osservazione conviviale dell'amico. In effetti non facile, rimarco con un certo orgoglio, mi faccio vanto di avere buon occhio, di saper riconoscere al volo i truffatori, i potenziali soggetti di ogni ordine e grado, eppure ce sono di fregature, che ancora oggi mi angustiano proprio per non aver saputo riconoscere gli attori, ed evitare o respingere le loro capacità. O sbaragliarli. Il caso di cui vi narro vede un tentativo di fregatura, e i suoi sviluppi nell'arco di alcuni mesi.
Gironzolavo nei corridoi un po' ammuffiti del Pellegrino, sede allora dell'Istituto di Filosofia dell'Università di Firenze, che aveva fra i suoi fiori all'occhiello una branca dedicata alla filosofia della scienza, all'epistemologia e alla logica. Forse ero in uscita da un esame o da un seminario, con in mano le "Ricerche logiche" di Husserl. Era il solo secondo volume, venduto in modo indivisibile dal primo. Ed ecco che mi imbatto in un'altro frequentatore del sacro luogo, per la verità già allora con una fama non lusinghiera: quella di scroccone. E anche che portasse sculo, tant'è che si evitava di nominarlo, adottando con l'interlocutore del momento giri di parole, soprannomi, eufemismi. Ma veniamo all'aneddoto.
Il personaggio, che per scaramanzìa non nomineremo, mi ferma e indica il ponderoso volume che ho in mano. Ah ecco, proprio quello, gli serve, me lo chiede in prestito: sono un po' scettico, faccio presente che si tratta del solo secondo volume, senza il primo, ma insiste. Prima di cedere all'assillante richiesta, un po' rassicurato che non può essere scroccato, rivenduto, non c'è valore commerciale proprio perchè manca il primo volume. Anzi lo avverto: guarda che lo rivoglio, non costringermi a venirti a cercare. Ottenendo scontate rassicurazioni.
Passa qualche mese, incrocio di nuovo il brillante personaggio nei corridoi dell'Istituto di Filosofia, polverosi ma densi di sapere. Si schermisce, come sapeva fare, mi rassicura che me lo riporterà "la prossima volta". Vicenda e frasette di circostanza che si ripetono più volte nelle settimane successive, con crescente imbarazzo del destinatario delle mie sempre più pressanti richieste. Anzi, ho la netta impressione che cerchi di evitarmi, lo sguardo è sfuggente. Fino a che lo stringo in un angolo, letteralmente: "allora le Ricerche Logiche di Husserl, le tiri fuori si o no?" E qui la confessione: lo ha dato ad un altro studente, che se lo è rivenduto. E sfruttando il momento di mio stupore, se la da a gambe levate.
Le strade sono vuote, arrivo, suono il campanello, la madre mi apre e spalanca la porta indicando la libreria che copre metà di una parete. Aguzzo la vista, senza troppe speranze, ed eccolo in bella vista, insieme ad altri volumi di filosofia: "Ricerche logiche, Edmund Husserl - secondo volume". Attonito prelevo il libro, ringrazio la signora e me ne torno a casa.
Alla riapertura di lezioni e seminari al Pellegrino l'ho sputtanato numerose volte, a voce alta, con il vasto uditorio di aspiranti filosofi, e anche di qualche assistente e professore che accelerava il passo verso seminari, ricevimenti laureandi , consigli di istituto.
Al posto suo sarei sprofondato sotto al pavimento per la vergogna, o mi sarei dato alla fuga balbettando qualcosa. O forse avrei cercato di girare la frittata. E invece nulla, come se alla gogna invece di lui ci fosse un fantasma o un allievo oscuro di Campanella o di John Lock.
Una fregatura che ho battuto sul campo. Restano quelle vere, poche per fortuna, in decenni di vita quotidiana, lavoro, ambienti di mezzo mondo, relazioni lunghe o brevi, eventi quasi casuali.



