31 ottobre 2021

Una scritta inaspettata

Percorrendo la strada che fiancheggia la ferrovia dal Cavalcavia dell'Affrico sino al Ponte del Pino, si incrocia una passerella pedonale, che attraversa la ferrovia provenendo dalla stazione di Campo di Marte. Sul fianco della passerella qualcuno, e con non poche difficoltà di realizzazione, ha apposto una scritta di notevoli dimensioni: Morte all'estetica. Devo dire che la frase mi ha colpito assai. Se c'è una cosa che infatti giace in fin di vita e non ha certo necessità di un impegno per essere definitivamente affossata è l'Estetica. In questo caso ci si lancia addirittura in un'esortazione mortale. Quanti popoli e quanti periodi storici nel nostro passato si sono lasciati guidare nei loro passi più importanti da questa disciplina. Il piacere di percepire il Bello e di porlo alla base del proprio agire in tutte le nostre produzioni. Da quando ci siamo dimenticati di questo aspetto fondamentale della nostra civiltà ? Che cosa è accaduto perchè il Bello non sia più al centro delle nostre azioni ?
Singoli cittadini all'interno della loro sfera privata o professionale o istituzioni pubbliche nel loro impegno di progettazione in ambito urbanistico si pongono ancora tra i loro obiettivi l'affermazione del Bello ?
Ma non è questo è il tema che voglio trattare, lo lascio ad Andrea analogico. Io sono The Boxer e scrivo sui conflitti di genere, quindi sono qui a rivendicare il piacere derivante dalla visione di un bell'esemplare dell'altro o del proprio genere.
Non siamo più autorizzati a riconoscere la bellezza nel corpo e nei movimenti delle donne (o degli uomini), che incrociamo per la strada, senza scatenare le reazioni perbeniste del politicamente corretto. Quando abbiamo la fortuna di incontrare il Bello per strada dobbiamo sentirci come i bimbetti che sono beccati con le dita nel vasetto di marmellata. Come i bimbetti vogliamo però sottolineare che il piacere derivante dalla marmellata non è minimamente scalfito dai tentativi di reprimerci e di farci sentire in colpa.




Rivendichiamo invece la grandezza del produrre veri e propri momenti di creazione letteraria, fantasie che ci portano alla contemplazione della bellezza in una sconosciuta o in uno sconosciuto che incrociamo sul marciapiede, di cui niente sappiamo e niente mai sapremo, se non che è stato una fonte di piacere per dieci sporadici secondi, in un mondo in cui il Bello è decisamente sottovalutato, scarsamente perseguito e difficilmente reperibile.


The Boxer


20 ottobre 2021

Rettiliani, Illuminati ...

L'imbecillità popolare, che ha lunga tradizione, sta raggiungendo livelli eccelsi. Sicuramente contribuisce la pandemia, che sconvolge il tran tran quotidiano di ometti e donnette, e li spinge a cercare colpevoli, capri espiatori, diaboliche entità verso cui indirizzare le psicosi e le paranoie che li attanagliano. 
Eppure, forse ... e se avessero ragione? Se ci fossero forze oscure, che agiscono nell'ombra, in modo subdolo e tramite umani a loro asserviti?
Insomma se i Rettiliani, o gli Illuminati, o potenze ancora più oscure esistessero davvero, e stessero agendo dietro le quinte per ottenere un vasto dominio sul mondo? 

Magariiiii !!

No, purtroppo no, non esistono, dovremo convivere ancora per molto con l'imbecillità popolare.
Un tema da riprende prossimamente.

PS
Mi ero già dilungato su un mio precedente post, questo:
https://analogici.blogspot.com/2021/10/rivoluzioni-e-punture.html

14 ottobre 2021

Rivoluzioni e punture

Vedo una manifestazione molto combattiva, striscioni, voci e cori, aspetto minaccioso per l'ordine costituito. Finalmente ci siamo? Dopo aver perso le speranze, decenni di strapotere delle multinazionali e dei ceti bottegai, di oppressione della classe operaia, le masse si rivoltano? Mi viene in mente un motto della rivoluzione francese: 
"vi sentite piccoli perché siete in ginocchio, alzatevi !"
Che stia succedendo? 
Cerco di capire cosa incendi gli animi, mettendo in pericolo il sistema. C'è sempre un fattore scatenante, la scintilla che incendia la prateria: nel 1789 furono le briosce di Maria Antonietta, nel 1917 le trincee e la fame, il tutto condito da ideali e speranze di un mondo migliore. Oggi forse il precariato e le sopraffazioni dei padroni? Le pensioni, la sanità che arranca? O addirittura i portuali manifestano a Trieste contro una delle tante guerre? 
Eh no, sfilano in corteo contro qualche punturina nella spalla e relativo foglietto in cui c'è scritto che ti sei vaccinato, che sei a rischio bassissimo di contagiare altri con il flagello che ci ha mandato il cielo per punirci di tanti peccati, il famigerato Coronavirus.
E si minacciano rivoluzioni per la punturina e il foglietto? E in tutti questi anni ve ne siete stati zitti e buoni di fronte al precariato selvaggio, ad ogni genere di vessazione, prepotenza, carognata? 
I dubbi che si insinuano nella mia mente perversa si stanno consolidando. 
No, non è "il popolo la forza motrice che crea la storia", come disse un tizio con gli occhi a mandorla. O forse solo quando si verificano bizzarre congiunzioni astrali, come le briosce e le trincee, o un gladiatore che si incazza. E quelle smuovono e guidano le masse, il proletariato, i dannati della terra, Spartaco e gli schiavi, a sollevarsi e innalzare vessilli di mondi migliori.
Invece tu ometto e donnetta, non aspiri ad altro che a continuare a vivacchiare la tua miserabile vita, basta che nessuno te la tocchi, preferisci perfino che ti spennino ogni giorno un po' di più, ma non troppo.
I tuoi motti sono ben lontani da libertè, egalitè, fraternitè, tutto il potere ai soviet, pace in terra agli uomini di buona volontà. I tuoi irrinunciabili capisaldi sono quelli dell'abitudine, anche la più merdosa, che è intoccabile, pare stia scritta nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. Allora sai cosa? Ti meriti che il Capitale (quello con la "C" maiuscola) ti calpesti e ti stritoli, ti renda schiavo, alleandosi temporaneamente con i ceti bottegai, salvo poi schiacciarli appena gli torna comodo.
E se allora fosse lui, il Kapitale, la forza motrice di cui sognavo? Ci devo pensare. Al prossimo capitolo. Posso ancora cambiare idea, nel puntare sulle multinazionali (che non se ne accorgeranno), voi ometti e donnette intanto continuate a vivacchiare, ribellatevi ai foglietti e alle punturine. Non potete aspirare ad altro.

12 ottobre 2021

Il Ponte di Annibale e il Mulino di Bruscheto

Vivo sulla collina prospiciente il Castello di Sammezzano in Località Castello, abitato del Leccio, nel Comune di Reggello dal 1983. Siamo a nemmeno un chilometro dal fiume Arno, ma è come se il fiume e la cultura che si è portato dietro in tanti anni non esistessero più, siamo al confine con il Comune di Incisa e di Rignano. Non avevo mai sentito parlare del Ponte di Annibale, ne tantomeno del Mulino di Bruscheto, come del resto  non sono più presenti nel nostro quotidiano i ricordi del porto fluviale di Incisa e delle secche di Pian dell'Isola. Nelle ultime settimane causalmente incontro ripetutamente questi due nomi per alcune mie ricerche storiche sulla zona. Ci arrivo quindi non per passaparola, per conoscenza diretta di qualcuno, ma seguendo dei testi e delle testimonianze storiche.
Decido quindi di andare a vedere. Cerco di capire a che altezza della provinciale che da Leccio porta al Casello di Incisa-adesso anche Reggello, devio a destra e do per la prima volta un senso al cartello Bruscheto un chilometro, davanti al quale sarò passato qualche migliaia di volte. Esiste un abitato di recente costruzione, a sua volta denominato Bruscheto, dove sembra che durante il giorno vivano solo anziane donne dall'espressione arcigna. Si passa sotto all'autostrada e si costeggia un canale, in un tipico scenario di campagna abbandonata nelle adiacenze di grandi vie di comunicazione, vedi autostrada e direttissima. La prima sorpresa è costituita da due villini ottocenteschi in una pioppeta al livello dell'argine dell'Arno. Dimostrano una loro origine nobile, da quadro dirigente, tipo medico del paese o notaio. Chissà forse la loro costruzione era in qualche modo legata ad uno dei periodi più opulenti del mulino.
Qui c'è un ponte sul canale squallido, così stretto da obbligarci a parcheggiare la macchina e proseguire a piedi.

Camminiamo lungo il fiume in un paesaggio da femmine violate e predoni post moderni, e sono sorpreso che la mia adorata consorte prosegua senza fiatare e senza esprimere la sua volontà di tornare indietro. Nell'aria c'è il tipico odore dei fossetti di scarico della cucina, che ormai quasi sempre ci accompagna nella vicinanza dei nostri maggiori fiumi. Non ci sono però nè plastica nè rifiuti. Tutto è incolto e sa di dimenticato, su un lato del fiume passa la linea dei treni ad alta velocità, mentre sull'altro lato si intravedono le auto che corrono lungo l'autostrada. In mezzo a tutto ciò appare come prima cosa un enorme costruzione abbandonata posta su un grande masso sull'ansa del fiume. Sfruttando un'area piena di rocce, un abile architetto idraulico ha costruito una vera e propria diga, per obbligare il flusso a passare attraverso il mulino. Il prodotto è un bacino assai ampio, quasi un placido lago, che vedi terminare all'orizzonte in una specie di bordo sfioratore. Il mulino è chiaramente abbandonato, ma non da secoli. Le macchine che ancora vi sono nell'interno hanno ingranaggi di ferro e si intravedono dei resti di impianti elettrici. Scendendo un piccolo sentiero si arriva al ponte, ed è bellissimo. C'è una carreggiata centrale in sassi di fiume stondati, una specie di pavé medievale, incorniciato da entrambi i lati da grandi pietre rettangolari lisce. Non ha archi ed è quasi al livello dell'acqua, è come se avessimo appoggiato noi una passerella tra i massi. E' questo accorgimento che l'ha reso resistente alle piene del fiume. Non si distingue la pietra della roccia dalla pietra del ponte. Chi l'ha costruito ha utilizzato ciò che la natura gli aveva messo a disposizione sia per l'aspetto carraio che per quello estetico. Come vedete dalla foto dei primi anni sessanta il ponte aveva un arco centrale, che adesso non esiste più.




E' stata un'autocisterna, trasportata dalla corrente durante l'alluvione del 1966 a distruggerlo, sino ad allora aveva resistito a tutto, alle piene, alle guerre, ai bombardamenti alleati e alle mine tedesche. Sembra che ci siano solo due altri ponti "immortali" sull'Arno, il Ponte vecchio a Firenze e il Ponte a Buriano. Questo si chiama Ponte di Annibale o delle Panche. Sembra che la storia che sia stato Annibale a farlo costruire per far passare il suo esercito, che andava a distruggere Roma, sia una leggenda. Sembra che il ponte sia di origine medievale. Ma quello che più mi intriga è il secondo nome, delle Panche. Non sono andato a verificare l'etimologia di queste panche, perchè mi affascina troppo l'immagine immediata che ci coglie. Donne indaffarate in cestini di vimini o nel lavaggio di verdure, che siedono su delle panche di pietra, naturali o manufatte, e che guardano lo scorrere della corrente o il passaggio di carri o di persone sul ponte. E' un abbaglio di ricordi e di storia dell'umanità che ti coglie su questi sassi. Chissà perchè pensi a questi posti come dei luoghi molto più vitali di adesso, pieni di gente che lavora, che trasporta direttamente sulle acque del fiume o lungo le strade che scorrono nella valle, attività agricole, commerci, manifatture. Eppure oggi ci sono molti più abitanti, molte più strade, molte più attività industriali, molte più abitazioni e commerci. Cosa avrà questo passato immaginario di così affascinante ai nostri occhi, eppure nella realtà era molto più insicuro e i predoni e le femmine violate c'erano veramente.

Forse è colpa nostra, colpa di un presente che scorre velocemente lungo alcune direttrici e ignora o abbandona tutto quello che resta da una parte, anche un ponte come questo, bellissimo nella sua semplicità e affascinante nella sua storia. Rifletto sul fatto che scopro adesso questo luogo, dopo 38 anni che vivo in queste terre. Soprattutto nessuno me ne ha mai parlato. Il ponte non è stato più usato, il mulino ha cessato di macinare o di produrre corrente. Nel frattempo tutti in macchina o in treno lungo strade, autostrade, direttissime ad alta velocità, e tutto quello che è nel mezzo non viene più toccato e soprattutto non viene ricordato. La mancanza di utilizzo porta all'oblio e la vegetazione di una campagna incolta fa il resto, stende una recinzione verde intorno a questi luoghi, dimenticati da tutti.


Andrea analogico

Limpide ambiguità - 5° episodio

Al Signalbahn

Quegli occhi neri. Non avrebbe mai pensato di rivederli così presto e soprattutto sbarrati nello stupore della morte. Era appena rientrato a casa quando aveva squillato il telefono. La voce affannata di Pometti aveva esclamato: "Buona sera commissario, mi dispiace disturbarla, ma sembra che ci sia un altro morto. Questa volta è attaccato ai cavi di acciaio della stazione di arrivo della funivia Signalbahn". Erano le otto di sera, ora strana per trovarsi in cima a quella montagna. Come gli occhi, anche il naso della signorina Steinkopf era stravolto. Al posto del filo finissimo di oro bianco aveva adesso una robusta corda di acciaio. Dopo aver girato intorno al suo collo immacolato terminava al gancio di lucido acciaio di un meccanismo che regola il movimento della funivia. La sua camicetta e la sua gonna bianca ondeggiavano sospese a circa un metro da terra, Il suo corpo aveva perso molto della sua naturale eleganza.

"Sembra che la signorina sapesse qualcosa di molto importante sulla morte di Casiraghi, ma riteneva di non dovermi raccontare niente. E adesso non lo racconterà più a nessuno". Era più che sicuro che la bella pubblicitaria fosse morta per la stessa ragione per cui Casiraghi era stato trovato a galleggiare nella piscina del Palace. Ma quale poteva essere il motivo ? Il manovratore della funivia con un'espressione di spaventi sul viso cinereo, grigio come la tuta da lavoro che indossava, spiegò a Kuhn come l'aveva trovata. "Come ogni sera l'impianto chiude alle 17:00. In questo periodo di bassa stagione, senza neve e con poso sole, ci sono pochi passeggeri Alle 17:30 iniziamo la verifica dei meccanismi e verso le 18:00 ho trovato il corpo di quella signorina. Per accedere alla zona dove si trova, c'è un solo corridoio, vietato all'accesso dei turisti e riservato agli addetti. E' come un angolo morto, ed è anche possibile che il corpo fosse li da ore e che nessuno l'abbia visto".

Kuhn pensò a tutte le coppie di anziani tedeschi, che erano quasi i soli turisti presenti a metà Settembre a St. Moritz, che erano passati conversando amabilmente vicino alla morta. Pronti per una leggera marcetta giù per i sentieri della Val Suvretta. Personaggi fuori moda nei loro pantaloni alla zuava e nelle loro camicie a scacchi verdi o marroni, i colori della montagna. Personaggi però simpatici, con antiquate piccozze e zainetti, contemporanei di Herman Hesse.

Che c'era andata a fare Marion Steinkopf su quella cima quel pomeriggio ? E soprattutto con chi ? Qualcuno l'avrà pure notata. Pregò il giornalista dell'Engadiner Post di fare un bell'articolo, con una foto centrale del corpo della ragazza ed un'immagine del suo volto, più piccola, di lato. Con un appello a chiunque avesse visto quella persona nei dintorni del Signalbahn., di recarsi agli uffici della Polizia Municipale. Il giornalista promise un lavoro ben fatto, ma aggiunse con un sorriso un po' troppo malizioso: In cambio lei commissario mi dovrebbe fornire maggiori sulla strana morte di un cliente dell'Hotel Palace, colto da malore nella piscina, per poi arrivare defunto all'ospedale di Samaden. Non pensa che sia un po' troppo presto per un ricco milanese andare a fare il bagno alle 6:30 del mattino ?" Sorrise di nuovo, sollevando gli zigomi e stringendo gli occhietti. "Vi farò sapere appena possibile". Rispose Kuhn, prendendo sottobraccio il dottor Meyer, arrivato nel frattempo. Uscirono dalla stazione  e si trovarono su di una terrazza dalla quale si godeva uno splendido panorama della valle. L'importante era restare girati su quel lato ed evitare di dare uno sguardo a quello che c'era dietro, anche se sui loro volti soffiava un vento gelido. La stazione del Signalbahn appariva infatti come un grande e vecchio televisore bucato, costruito con tonnellate di assi di legno e cemento Eretta in modo insolente sul colle più scoperto della valle, era impossibile non vederla, da qualsiasi punto ci si fermasse ad osservare il panorama. Dietro a questa oscenità qualche chilometro quadrato di deserto alpino, solcato da file di pali neri di ferro, percorso dai fantasmi degli impanti di risalita, fermi fuori dalla stagione sciistica. Anche adesso, alla luce della luna, a Kuhn tornava sempre in mente un paesaggio analogo: le vecchie strutture per l'escavazione e per l'estrazione del marmo sulle Alpi Apuane, abbandonate da anni.







Offrì una sigaretta al dottor Meyer e gli chiese notizie sull'autopsia del corpo di Casiraghi. L'anziano medico parlò con la sua voce calda: "E' morto per affogamento, intorno alle 5:30 del mattino, ma non c'è arrivato da solo alla piscina. Aveva una forte contusione sulla nuca, il che fa presumere che fosse stato colpito con un oggetto di legno, stordito e trascinato in piscina. Una volta gettatolo in acqua non ci sarà voluta molta forza a trattenerlo sotto per una decina di minuti. Tenuto conto che il giovane milanese pesava intorno ai 70 chili, tutta la faccenda può essere stata risolta anche da una persona sola". "La ringrazio per l'aiuto dottor Meyer, ci risentiamo domani per i risultati di questa nuova autopsia". Si salutarono un po' infreddoliti, entrambi dispiaciuti per la morte di una così bella donna.



Taschenbunker


03 ottobre 2021

Limpide ambiguità - 4° episodio

In Val Fex

Uscì, prese la macchina di servizio, bianca, percorsa da righe rosso fosforo e da scritte nere "Polizei". A lui non piaceva quell'auto, ma era l'unico modo per poter accedere tranquillamente alla Val Fex, ambientalmente protetta ed amorevolmente chiusa al traffico veicolare.

Quando c'era arrivato la prima volta quasi non l'aveva notato, Nella scelta di trasferirsi non aveva avuto alcun ruolo. Con il tempo però Kuhn aveva imparato ad amare quel paesaggio. Ignorava tutto dell'Engadina, sapeva che St. Moritz era mille e ottocento metri e che quindi si sarebbe trovato in montagna. Ma di pascoli alpini e di mucche ne giravano parecchi per la Svizzera. Con il passare degli anni il suo atteggiamento era radicalmente cambiato, Amava l'Engadina, la sua luce limpida invernale, la successione di laghi e fiumi che la percorrevano, i larici che tingevano tutto di giallo ai primi freddi. Godeva nell'allontanarsi da St. Moritz a ad abbandonarsi ai suoi pensieri lungo il torrente che solcava una valle laterale o salendo su di un picco deserto. Aveva provato quella sensazione di potenza che si ha in montagna, quando non si pensa a niente e proprio per questo si pensa di aver afferrato la totalità delle cose. Per questo non avrebbe più lasciato quella valle.





Adesso era seduto su di una di quelle stupide panchine che in Svizzera riescono a trasformare anche il più impervio luogo di montagna in un giardino pubblico. Loro pensano di farti un piacere a portare sul posto una panchina in elicottero, ma te ti senti come Messner sull'Himalaya, che affronta gli ottomila senza ossigeno e, arrivi in cima a un monte e ci trovi una panchina rossa, come un pensionato ai giardinetti. Normalmente si tratta di un dono da parte del superstite alla comunità dei camminatori in memoria del membro, meno fortunato e quindi deceduto, di una coppia parecchio in la con gli anni, che amava camminare in quelle valli o salire su quella montagna, con tanto di nome e cognome dell'amato o dell'amata. Ma l'impressione che in quel momento dava la Val Fex era stupenda. Gli ultimi fasci di luce solare colpivano le cine delle montagne, riflettendo sulla neve e tingendola di rosa. Il torrente che scavava la valle sgorgava da un buio profondo, dove ombre e fumi di freddo si mescolavano. I larici rimandavano i riflessi del sole e abbagliavano di giallo.

"Bene, sembra che i motivi e gli autori di questo assassinio vengano da lontano". Rifletteva Kuhn. "Un sicario proveniente dagli ambienti mafiosi italo-americani o un professionista del crimine, pagato da un gruppo finanziario rivale. Come si sarebbe potuto individuarlo, non avendo alcun legame diretto con il morto. E poi, che senso avrebbe avuto colpire solo l'esecutore materiale, con la certezza che i mandanti non sarebbero mai stati individuati." Avrebbe preferito un bel delitto di provincia, alla sergente Studer, una vecchia storia di morbosa gelosia, finita in un attimo di crudeltà, tra un insegnante della scuola elementare e la fioraia della Via Maistra.


Taschenbunker


Crisi della o dalla politica ?

Oggi la Vespa terragnola ha una crisi politica, che per fortuna non è più anche una crisi esistenziale. Ci sono le elezioni amministrative al Comune di Reggello e il centro sinistra rischia forte. Inoltre la Vespa è una cittadina consapevole ed ha uno sviluppato senso civico, per cui è sempre andata a votare, a parte, appunto alle ultime amministrative.
C'è come uno iato tra la quotidianità della Vespa, che ha a che fare con amministratori incapaci ed inadeguati, e le scelte ideologiche, che l'hanno sempre portata a scegliere il centro sinistra, Il problema è anche che non esiste un'alternativa, non è infatti che il centro destra localmente brilli per capacità e quadri politici professionali. Ci sono poi i Cinque stelle che addirittura questa inadeguatezza la teorizzano.
Mi sa che oggi la Vespa torna nel suo nido sottoterra, e non ha nemmeno voglia di pungere.


Vespa terragnola



01 ottobre 2021

Husserl, Ricerche Logiche - secondo volume

No, non vi annoierò con il filosofo tedesco, anche se l'ho studiato ed ha contribuito alla mia "formazione", forse più esistenziale che razionale. No miei piccoli lettori (ho appena citato Pinocchio): faccio ben di peggio.
Una di queste sere a cena con amici mi è tornata in mente una vicenda di tempi lontanissimi, dell'università. Tempi eroici sotto molti punti di vista. Fra cui le figure umane incontrate e conosciute allora. E spesso "finite male". No, non mi riferisco a chi è morto per overdose, oppure ammazzato in scontri a fuoco di una ipotetica guerra con il sistema. Tanta gente di quei tempi ha fatto una fine ingloriosa in modo assai più piccolo, spesso miserabile, meschino, ridicolo. Senza bisogno di scomodare il film di Bertolucci, "La tragedia di un uomo ridicolo" con il grande Tognazzi.  Di questi altri  personaggi minori, di una vita, non appartenenti all'evento che sto narrando, narrerò prossimamente. 
Raccontavo agli amici a cena dei miei rimuginamenti in età adulta nel filone "fregature avute in mezza vita". "Fregare te? ",  osservazione conviviale dell'amico. In effetti non facile, rimarco con un certo orgoglio, mi faccio vanto di avere buon occhio, di saper riconoscere al volo i truffatori, i potenziali soggetti di ogni ordine e grado, eppure ce sono di fregature, che ancora oggi mi angustiano proprio per non aver saputo riconoscere gli attori, ed evitare o respingere le loro capacità. O sbaragliarli. 
Il caso di cui vi narro vede un tentativo di fregatura, e i suoi sviluppi nell'arco di alcuni mesi.
Gironzolavo nei corridoi un po' ammuffiti del Pellegrino, sede allora dell'Istituto di Filosofia dell'Università di Firenze, che aveva fra i suoi fiori all'occhiello una branca dedicata alla filosofia della scienza, all'epistemologia e alla logica. Forse ero in uscita da un esame o da un seminario, con in mano le "Ricerche logiche" di Husserl. Era il solo secondo volume, venduto in modo indivisibile dal primo. Ed ecco che mi imbatto in un'altro frequentatore del sacro luogo, per la verità già allora con una fama non lusinghiera: quella di scroccone. E anche che portasse sculo, tant'è che si evitava di nominarlo, adottando con l'interlocutore del momento giri di parole, soprannomi, eufemismi. Ma veniamo all'aneddoto.
Il personaggio, che per scaramanzìa non nomineremo, mi ferma e indica il ponderoso volume che ho in mano. Ah ecco, proprio quello, gli serve, me lo chiede in prestito: sono un po' scettico, faccio presente che si tratta del solo secondo volume, senza il primo, ma insiste. Prima di cedere all'assillante richiesta, un po' rassicurato che non può essere scroccato, rivenduto, non c'è valore commerciale proprio perchè manca il primo volume. Anzi lo avverto: guarda che lo rivoglio, non costringermi a venirti a cercare. Ottenendo scontate rassicurazioni.
Passa qualche mese, incrocio di nuovo il brillante personaggio nei corridoi dell'Istituto di Filosofia, polverosi ma densi di sapere. Si schermisce, come sapeva fare, mi rassicura che me lo riporterà "la prossima volta". Vicenda e frasette di circostanza che si ripetono più volte nelle settimane successive, con crescente imbarazzo del destinatario delle mie sempre più pressanti richieste. Anzi, ho la netta impressione che cerchi di evitarmi, lo sguardo è sfuggente. Fino a che lo stringo in un angolo, letteralmente: "allora le Ricerche Logiche di Husserl, le tiri fuori si o no?" E qui la confessione: lo ha dato ad un altro studente, che  se lo è rivenduto. E sfruttando il momento di mio stupore, se la da a gambe levate.
La cosa però continua a girarmi nella testa. Siamo in piena rovente estate, Firenze è vuota come la Roma del film "Il sorpasso". Telefono a casa sua, mi risponde la madre, il ragazzo non c'è, è in vacanza. E qui un lampo di inventiva: "signora, ho inaspettatamente e urgentemente bisogno di un mio libro che ho prestato a Xxxxxx, come posso fare?" E la santa donna: "ma certo, venga a casa e forse riesce a trovarlo nella sua stanza".
Le strade sono vuote, arrivo, suono il campanello, la madre mi apre e spalanca la porta  indicando la libreria che copre metà di una parete. Aguzzo la vista, senza troppe speranze, ed eccolo in bella vista, insieme ad altri volumi di filosofia: 
"Ricerche logiche, Edmund Husserl - secondo volume". Attonito prelevo il libro, ringrazio la signora e me ne torno a casa.
Alla riapertura di lezioni e seminari al Pellegrino l'ho sputtanato numerose volte, a voce alta, con il vasto uditorio di aspiranti filosofi, e anche di qualche assistente e professore che accelerava il passo verso seminari, ricevimenti laureandi , consigli di istituto.
Al posto suo sarei sprofondato sotto al pavimento per la vergogna, o mi sarei dato alla fuga balbettando qualcosa. O forse avrei cercato di girare la frittata. E invece nulla, come se alla gogna invece di lui ci fosse un fantasma o un allievo oscuro di Campanella o di John Lock.
Mi è rimasto un tarlo: perché lo ha fatto? Per un libro di nessuna utilità, non avendo lui neanche la minima di chi fosse Husserl, e oltretutto non rivendibile? Unica plausibile spiegazione: una sorta di quasi innocua cleptomania, o la fissazione patologica di sbafare qualcosa a qualcuno.
Una fregatura che ho battuto sul campo. Restano quelle vere, poche per fortuna, in decenni di vita quotidiana, lavoro, ambienti di mezzo mondo, relazioni lunghe o brevi, eventi quasi casuali.
Dimenticavo:  in una prossima puntata parlerò anche degli altri che hanno fatto una fine ingloriosa, miserabile, meschina, ridicola, senza morire o altri tragici epiloghi Ma un'altra volta, non ora.

La sesta ed ultima parola fu:

Cane

Fa pena la sua intelligenza umana, si misura in dipendenza
un tenpo era più semplice il rapporto con l'uomo
si cacciava, si badava alle bestie e alla casa
oggi l'uomo ne ha fatto un accessorio alla propria solitudine
Fortuna che resta il timore delle sue improvvise esplosioni di violenza






Onofrio Zibaldoni