26 dicembre 2022

Riflessioni sulla morte e sulla vita

Non ho mai proceduto a considerare freddamente cosa sia la morte. Prima di tutto separiamola dal dolore o dalla consunzione del corpo, provocati da un incidente o dalla vecchiaia, prendiamola in considerazione solo di per se stessa. Quindi cerchiamo di spogliarci dalle immagini che abbiamo di essa. La prima immagine che mi viene in mente è il pallore del volto della stessa nel Settimo sigillo, quindi il teschio con tibie incrociate, tipico dei bucanieri ed infine la morte che Gassman si trova ad affrontare in Brancaleone alle crociate, che resta sempre lontana, sormontata da un'enorme falce ed ha più il volto delle creature cattive che vengono dal bosco durante il Carnevale di Lucerna, per punzecchiare e spaventare i bambini.
Pensiamola come laici e agnostici. Si tratta fondamentalmente della fine della vita. Non so se vi è capitato di assistere alla morte di un animale, o peggio di un essere umano. Quello che colpisce è la freddezza la rigidità del corpo, sparisce il calore e cessa improvvisamente l'elan vital. Dopo qualche ora il corpo è tornato alla consistenza di una pietra e non c'è più respiro, parola, movimento. A noi che la osserviamo da vivi appare quindi come una cosa estremamente statica. Fine della dinamica, fine della storia, fine di tutto.
Non abbiamo nessuna capacità invece di immaginarci che cosa abbia provato chi nel corpo ci viveva. Non intendo sottolineare le sensazioni corporee, date dalla cessazione dei battiti del cuore e dalla fine delle dinamiche che portano al respiro, non sto parlando di organi interni. La mia domanda è che cosa si prova e se si prova qualcosa quando ci troviamo di fronte alla fine della vita. Che sensazione ci fornirà l'arrivo del Nulla ? Abbiamo il tempo di capire qualcosa di quello che ci sta succedendo ?
Il Nulla è difficile da accettare e quindi da immaginare. Provate a pensarci, come abbiamo fatto prima con la morte, che immagine grafica avete del Nulla ? Io non credo di averne.
Ho provato a digitare su Google Il Nulla e a scegliere immagini, a parte le copertine del libro di Sartre non si va oltre a qualche nebbiolina o corridoio buio. Forse l'immagine migliore è questa, che sembra però più l'opera di Christo sul Lago d'Orta, che una via di accesso al Nulla:




Mi sembra però un po' pochino come risultato delle nostre riflessioni secolari di Homo Erectus o Homo Sapiens sulla morte. Ho l'impressione che non ci siamo dedicati abbastanza e non l'abbiamo fatto nel modo giusto. Non ci fa piacere dedicarci a queste riflessioni. Sto giusto pensando che la maggior parte delle persone che conosco mi considererebbero pazzo se sapessero che, costretto da un virus a rinunciare ad un pranzo natalizio con cinghiale in umido e Brunello, passo queste ore a riflettere sulla morte.
Altra bizzarria umana è che amiamo definire il Nulla come qualcosa che ha a che fare con l'eternità e l'infinito, mentre vediamo la vita come un qualcosa di temporalmente limitato e finito. Quanti tentativi nella storia dell'uomo di riempire questo vuoto. Forse quelli meglio riusciti sono stati i primi, quelli delle religioni animistiche e spiritistiche dei primi abitanti della terra, che vedevano la limitatezza della propria esistenza come parte di un progetto generale della natura, del quale facevano parte tutti, pietre, animali, vegetali e umani. Il tentativo meglio riuscito di definire in qualche modo il Nulla successivo alla morte, quello maggiormente strutturato, è quello dantesco, sul quale si regge l'intero immaginario dell'al di là del mondo occidentale. Se ci pensate, non solo ha colmato un vuoto, ma ha delineato razionalmente e organizzato la nostra vita ultraterrena e ci ha inoltre regalato un'opera di grande bellezza. Anche lui si immagina una selva oscura, dove la via era smarrita, ma in realtà Dante aveva tutt'altra preoccupazione. Era preoccupato per la corruzione dilagante all'interno della Chiesa Romana ed aveva già rischiato la vita scrivendo una lettera al Papa in tal senso. Aveva poi deciso di scrivere un'opera in cui avrebbe elencato tutti i peccatori con le relative colpe, così come tutti i virtuosi con relative virtù. La cosa si sera risaputa e Dante era diventato un personaggio temuto e amato, perché era l'unico gestore di quello che poteva apparire come il social network dell'epoca.
Da un senso di grande consolazione pensare che esalato l'ultimo respiro, ci sarà una specie di guida personalizzata che ci accompagnerà all'interno di una serie di strati di merito, fortemente legati a quello che abbiamo fatto nella nostra vita terrena. Non avremo tempo di aver paura della morte, perché non ne avremo tempo, non avremmo alcuna forma di depressione, legata all'immagine del Nulla, perché è già tutto belle che organizzato e quello che saremo sarà legato a quello che siamo stati.
C'è anche una certa convinzione che si procederà per compensazione, cioè che chi ha troppo avuto nella sua vita terrena sarà privato in qualche modo di tutti questi vantaggi in favore di chi ha ricevuto meno. Tutto questo senza dibattiti e polemiche sulla morale e sul merito. Tutto già deciso da un potere divino, un po' come l'odierno potere dell'algoritmo.
Ma se torniamo al Nulla, perché l'associamo all'Eternità ? Perché siamo inabili a darne un'immagine o una descrizione. Forse facciamo un'operazione di identificazione con l'Infinito nello spazio, o con l'immagine che ne abbiamo. Riproviamo con Google e vediamo cosa ci propone:




 Sorprendete, mi sarei aspettato paesaggi alla Asimov, non certo un simbolo, che definirei numerico. Quindi dell'Infinito ci siamo dati addirittura una forma simbolica, che utilizziamo anche nei nostri calcoli matematici, ma del Nulla no, niente.
Faccio i miei sforzi di astrazione e provo ad immaginarmi il Nulla. Chiudo gli occhi e mi concentro. Vedo qualcosa di subitaneo, di improvviso e limitato. Non una fiammata, piuttosto un'esplosione e poi, appunto, il Nulla. Quindi ci risiamo nel momento in cui voglio sbarazzarmene, lo reintroduco dalla finestra.
Secondo me la nostra mente sui concetti più difficili ragiona per antinomie. Ci resta impossibile definite il Nulla, allora ce lo immaginiamo come in opposizione con la realtà che viviamo, ma non in contraddizione con essa.
Eppure deve essere proprio così, non possiamo immaginarci che la nostra vita finisca con la morte, come per gli animali e per le piante, che seccano, allora ci creiamo un qualcosa di opposto, che non ha una sua realtà, anzi non riusciamo nemmeno a definirlo, ma non è in contraddizione con la nostra realtà, anzi la rende accettabile. 
Non potevamo non creare un qualcosa in opposizione alla nostra vita limitata, del quale abbiamo difficoltà a fornire una definizione, ma che non è in contraddizione con questa, anzi la legittima, altrimenti la nostra vita sarebbe risultata inutile.

..... e dopo sei giorni l'Uomo creò Dio a sua immagine e somiglianza.





17 dicembre 2022

Parliamo di calcio

Sembra che l'origine del calcio sia dovuta agli inglesi intorno al 1863, quando un gruppo di appassionati si riunì, naturalmente, in un pub, per discutere di regole certe. Sino ad allora infatti il rugby e il calcio non erano ben definiti e distinti tra loro. Sembra che ci fossero due famiglie di partecipanti, quelli che volevano  continuare ad usare mani e piedi e quelli che volevano che la palla fosse giocata solamente con i piedi. Sembra che le due parti avessero anche una loro connotazione sociale, quelli che volevano che restasse soprattutto una gara di forza, con placcaggi ed uso delle mani, appartenevano alle classi agiate, mentre quelli che volevano si usassero solo i piedi appartenevano invece alle classi più povere e popolari. Sembra che questi secondo fossero un po' stanchi delle vittoria delle squadre delle classi più agiate, più nutrite e fisicamente più dotate nonché più colte e quindi intellettualmente più attrezzate e che propendessero per una disciplina meno prevedibile e lineare. L'uso dei soli piedi e la conseguente introduzione del pallone tondo introduceva forti elementi di imprevedibilità e quindi di successo anche da parte di chi possedeva meno forza fisica ed intellettuale.
Siamo quindi di fronte a due gruppi di giocatori, o di giocatrici, che si fronteggiano in uno spazio limitato, dal quale il pallone non può uscire, cercando di infilare con i piedi una palla tonda in un sacco di rete sostenuto da tre pali, due verticali sormontati da uno orizzontale. Con gli anni poi regole, tecniche e tattiche si sono fortemente affinate.




Chi non è capace quindi di pensare di poter correre dietro ad una palla e di poterla condividere solo con i propri compagni/e di squadra ? Infatti credo che tutti ci siano messi a correre, almeno una volta nella nostra vita, dietro ad una palla.
Da una parte quindi facilità di capire e partecipare, dall'altra forte imprevedibilità dei risultati, perché la palla è tonda e può innescare effetti totalmente imprevedibili e casuali, che possono permettere ad una squadra meno dotata di vincere. Abbiamo verificato in questi giorni come, anche per il qualche centinaio di calciatori più bravi al mondo, esista una certa difficoltà a controllare il pallone con i piedi.
Credo che in parte il successo del gioco del calcio sia dovuto a queste caratteristiche.
L'altro aspetto fondamentale è che rappresenta la sublimazione della guerra e altro non è che la simulazione delle battaglie che avvenivano prima tra i castelli, poi tra i Comuni, quindi tra le Regioni ed infine tra gli Stati.
La guerra in questo caso avviene tra i giocatori in campo e permette a te spettatore di assumere un astratto distacco dallo scontro e parteggiare emotivamente e non fisicamente per i tuoi compatrioti. Quando questo distacco cade si assiste ad episodi di violenza tra gli stessi spettatori.
I Romani godevano della sensazione di lottare per la sopravvivenza in una lotta all'ultimo respiro con nemici umani o animali, assistendo ai giochi dei gladiatori nelle arene appositamente costruite. Giocavano con la morte emotivamente e provavano le sensazioni legate al mondo animale della sopravvivenza a scapito di quella degli altri individui, senza rischiare di perdere realmente la vita. Anzi spesso si riservavano anche il piacere di essere giudici unici della morte o della vita dei partecipanti. Manie di onnipotenza da tardo Impero.




Il nostro rapporto con il calcio fortunatamente oggi è diverso.
Se pensate però a quello che accade in questi giorni in Qatar, la base su cui si svolge questo gioco non è tanto variata. Ognuno di noi può scegliere i suoi alleati o i suoi nemici, e noi siamo favoriti in questa possibilità di scelta, perché i nostri giannizzeri, che formavano l'esercito-squadra italiana, sono rimasti a casa e non partecipano alla guerra. Una volta sposata una bandiera, che è la stessa di quando un Paese va in guerra, e riconoscendosi in un inno nazionale, che è lo stesso che si suona quando si va in guerra, e non a caso spesso in passato era suonato da bande militari, si può scendere in battaglia. La semplicità del gioco e la sua imprevedibilità rendono le sorti incerte, non prevedibili, come le sorti di una battaglia ai tempi di Napoleone, in cui ad un certo punto gli scontri finivano, ma ancora non si sapeva chi aveva vinto e si doveva aspettare almeno il giorno dopo.
La partecipazione e le pulsioni sono le stesse di un soldato, ma fortunatamente l'astrazione dallo scontro fisico fa maturare un distacco fondamentale alla nostra sopravvivenza. La cosa interessante è che questo effetto ci porta a domandarci come riesca il calcio, e con sé ogni altra disciplina sportiva in cui esiste una competizione, ad unificare i popoli di tutto il mondo in un gioco pacifico, mentre nella realtà quotidiana la guerra continua ad esistere in un grande numero di Paesi. Quante volte abbiamo sentito decantare la bellezza e la nobiltà dello sport, perché unifica ed abbatte le barriere sociali, etniche, culturali, linguistiche e politiche ? Eppure si tratta della sublimazione della guerra, frutto di un operazione di immedesimazione emotiva nello scontro ma di distacco fisico dallo scontro reale, che avviene solo tra i partecipanti al gioco, giocatori che si combattono duramente, fortunatamente con delle regole precise e con un giudice imparziale che decide la loro applicazione.




Potremmo provare ad inventare un Campionato del Mondo della Politica, dei Diritti umani e dell'Ambiente, per vedere se riusciamo ad innescare lo stesso meccanismo di distacco e di partecipazione, e alla fine fare del più virtuoso il Campione del Mondo.

Grande Infantino, "gajardo", così ci piaci

Sembra che il presidente della Federazione mondiale di calcio abbia ascoltato il mio appello e si sia decisamente schierato per la sincerità e la cancellazione dell'ipocrisia. Approfittando dell'indubbio successo mondiale dei Campionati del Mondo e della perfetta organizzazione degli operatori qatarini, ha dichiarato che l'obiettivo era quello di divertire la gente non quello di garantire i diritti civili. Per quello che riguarda l'alto indice di mortalità tra i lavoratori stranieri impiegati nella costruzione degli stadi e delle strutture necessarie, ha dichiarato che è stato fatto tutto quello che era possibile per garantire la loro sicurezza.



In questo secondo caso è evidente che non sono stati raggiunti gli stessi obiettivi realizzati con il succedersi delle partite. Se fossero state applicate le normative di scurezza e di igiene vigenti per esempio nel nostro Paese, i morti sarebbero stati sicuramente di meno, ma forse ci sarebbe voluto più tempo e più investimenti. Questa è stata "la migliore edizione di sempre". Chi arriverà quindi dopo questo Mondiale ci pensi, ha un modello di realizzazione ottimale davanti a sé, quindi, se si tratterà di un Paese europeo e vorrà essere competitivo, dovrà rinunciare a garantire alcuni diritti o dovrà spendere molto di più di quanto hanno speso gli sceicchi.

Vespa terragnola