17 dicembre 2022

Parliamo di calcio

Sembra che l'origine del calcio sia dovuta agli inglesi intorno al 1863, quando un gruppo di appassionati si riunì, naturalmente, in un pub, per discutere di regole certe. Sino ad allora infatti il rugby e il calcio non erano ben definiti e distinti tra loro. Sembra che ci fossero due famiglie di partecipanti, quelli che volevano  continuare ad usare mani e piedi e quelli che volevano che la palla fosse giocata solamente con i piedi. Sembra che le due parti avessero anche una loro connotazione sociale, quelli che volevano che restasse soprattutto una gara di forza, con placcaggi ed uso delle mani, appartenevano alle classi agiate, mentre quelli che volevano si usassero solo i piedi appartenevano invece alle classi più povere e popolari. Sembra che questi secondo fossero un po' stanchi delle vittoria delle squadre delle classi più agiate, più nutrite e fisicamente più dotate nonché più colte e quindi intellettualmente più attrezzate e che propendessero per una disciplina meno prevedibile e lineare. L'uso dei soli piedi e la conseguente introduzione del pallone tondo introduceva forti elementi di imprevedibilità e quindi di successo anche da parte di chi possedeva meno forza fisica ed intellettuale.
Siamo quindi di fronte a due gruppi di giocatori, o di giocatrici, che si fronteggiano in uno spazio limitato, dal quale il pallone non può uscire, cercando di infilare con i piedi una palla tonda in un sacco di rete sostenuto da tre pali, due verticali sormontati da uno orizzontale. Con gli anni poi regole, tecniche e tattiche si sono fortemente affinate.




Chi non è capace quindi di pensare di poter correre dietro ad una palla e di poterla condividere solo con i propri compagni/e di squadra ? Infatti credo che tutti ci siano messi a correre, almeno una volta nella nostra vita, dietro ad una palla.
Da una parte quindi facilità di capire e partecipare, dall'altra forte imprevedibilità dei risultati, perché la palla è tonda e può innescare effetti totalmente imprevedibili e casuali, che possono permettere ad una squadra meno dotata di vincere. Abbiamo verificato in questi giorni come, anche per il qualche centinaio di calciatori più bravi al mondo, esista una certa difficoltà a controllare il pallone con i piedi.
Credo che in parte il successo del gioco del calcio sia dovuto a queste caratteristiche.
L'altro aspetto fondamentale è che rappresenta la sublimazione della guerra e altro non è che la simulazione delle battaglie che avvenivano prima tra i castelli, poi tra i Comuni, quindi tra le Regioni ed infine tra gli Stati.
La guerra in questo caso avviene tra i giocatori in campo e permette a te spettatore di assumere un astratto distacco dallo scontro e parteggiare emotivamente e non fisicamente per i tuoi compatrioti. Quando questo distacco cade si assiste ad episodi di violenza tra gli stessi spettatori.
I Romani godevano della sensazione di lottare per la sopravvivenza in una lotta all'ultimo respiro con nemici umani o animali, assistendo ai giochi dei gladiatori nelle arene appositamente costruite. Giocavano con la morte emotivamente e provavano le sensazioni legate al mondo animale della sopravvivenza a scapito di quella degli altri individui, senza rischiare di perdere realmente la vita. Anzi spesso si riservavano anche il piacere di essere giudici unici della morte o della vita dei partecipanti. Manie di onnipotenza da tardo Impero.




Il nostro rapporto con il calcio fortunatamente oggi è diverso.
Se pensate però a quello che accade in questi giorni in Qatar, la base su cui si svolge questo gioco non è tanto variata. Ognuno di noi può scegliere i suoi alleati o i suoi nemici, e noi siamo favoriti in questa possibilità di scelta, perché i nostri giannizzeri, che formavano l'esercito-squadra italiana, sono rimasti a casa e non partecipano alla guerra. Una volta sposata una bandiera, che è la stessa di quando un Paese va in guerra, e riconoscendosi in un inno nazionale, che è lo stesso che si suona quando si va in guerra, e non a caso spesso in passato era suonato da bande militari, si può scendere in battaglia. La semplicità del gioco e la sua imprevedibilità rendono le sorti incerte, non prevedibili, come le sorti di una battaglia ai tempi di Napoleone, in cui ad un certo punto gli scontri finivano, ma ancora non si sapeva chi aveva vinto e si doveva aspettare almeno il giorno dopo.
La partecipazione e le pulsioni sono le stesse di un soldato, ma fortunatamente l'astrazione dallo scontro fisico fa maturare un distacco fondamentale alla nostra sopravvivenza. La cosa interessante è che questo effetto ci porta a domandarci come riesca il calcio, e con sé ogni altra disciplina sportiva in cui esiste una competizione, ad unificare i popoli di tutto il mondo in un gioco pacifico, mentre nella realtà quotidiana la guerra continua ad esistere in un grande numero di Paesi. Quante volte abbiamo sentito decantare la bellezza e la nobiltà dello sport, perché unifica ed abbatte le barriere sociali, etniche, culturali, linguistiche e politiche ? Eppure si tratta della sublimazione della guerra, frutto di un operazione di immedesimazione emotiva nello scontro ma di distacco fisico dallo scontro reale, che avviene solo tra i partecipanti al gioco, giocatori che si combattono duramente, fortunatamente con delle regole precise e con un giudice imparziale che decide la loro applicazione.




Potremmo provare ad inventare un Campionato del Mondo della Politica, dei Diritti umani e dell'Ambiente, per vedere se riusciamo ad innescare lo stesso meccanismo di distacco e di partecipazione, e alla fine fare del più virtuoso il Campione del Mondo.

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