La Vespa terragnola gode al pensiero che lei e la sua specie resteranno in vita perché sanno cosa consuma ed esaurisce le risorse di questo pianeta, mentre l'Uomo no, si ostina a non adattarsi e si ingegna per impedire soluzioni che salvaguarderebbero l'ambiente dove vive, migliorerebbero la sua alimentazione e quindi anche la sua salute.
18 novembre 2023
Non vi salverete, perché siete gretti
La Vespa terragnola quando percorre la strada dal suo nido ai vari fiorellini ascolta la radio e l'altra sera rientrando all'imbrunire ascolta una radio locale, che da sempre ama definirsi giovanile, democratica e progressista. Un redattore locale conversa con una rappresentante della Confagricoltura sulla nuovissima legge sulla carne coltivata. La Vespa terragnola resta basita dal fatto che il Governo ne faccia tabula rasa, vietandone l'uso, la vendita e la produzione, nonché naturalmente ogni tipo di ricerca in merito. Resta ancora più scandalizzata dalle parole della rappresentante degli agricoltori, in questo caso allevatori, che afferma che la carne va prodotta con passione, è legata al lavoro come azione nobilitatrice dell'uomo, è "naturale", ecc. Il giovine, democratico e progressista redattore alterna la definizione di carne coltivata con quella di carne sintetica. Un saggio ascoltatore lo invita ad usare solo l'aggettivo coltivata. Lui reagisce dicendo che ha usato entrambi per avere una posizione mediana, non di parte, per non sposare né l'una né l'altra delle diverse posizioni su questo tipo di carne. Finisce in bellezza affermando: "insomma se non vi piace, non la mangiate la carne", tacendo sull'ulteriore conclusione che da tal prologo se ne poteva dedurre, cioè: "e non rompete troppo i coglioni".
04 novembre 2023
Turismo, Democrazia. difesa dell'ambiente sociale, storico e naturale
Oggi più che mai in passato il turismo è divenuto un fenomeno di massa e soprattutto ha assunto un ruolo di motore di trasformazione sociale per aree piuttosto estese del nostro pianeta.
Dopo le limitazioni alla libertà di movimento che molti hanno subito durante la pandemia, è esploso il desiderio di viaggiare, di visitare altri paesi e di essere altrove. Direi che predomina lo slogan per cui Tutti devono andare dappertutto.
Questo è reso possibile da due fattori: la diminuzione dei costi dei mezzi di trasporto e degli alloggi dovuta alla concorrenza che lo sviluppo dei software di ricerca delle migliori offerte ha scatenato e il diffondersi dei social network che mostrano a miliardi di persone i luoghi più incontaminati e deserti della Terra.
Da anni il trasporto aereo utilizza algoritmi che permettono alle compagnie di riempire i velivoli partendo da prezzi bassissimi, da anni l'offerta di appartamenti di ogni tipo presente su Airbnb ha sostituito la scelta di alberghi o altre strutture ricettive, offrendo la possibilità di soggiornare in centri storici o su scogliere da sogno a costi molto contenuti. Questo ha permesso a milioni di persone di viaggiare e di diventare turisti, mentre prima se ne restavano a casa e vedevano il mondo soprattutto in televisione.
Molti quindi viaggiano, in particolare da paesi occidentali e benestanti, che costituiscono la base di coloro che sono soggetti del turismo, mentre ancora in molti paesi dell'Africa, dell'Asia e del Sudamerica la maggior parte della popolazione è costituita da coloro che formano gli oggetti del turismo.
I tanti che viaggiano si portano dietro il loro inseparabile smartphone, con il quale sono in grado di fotografare, video registrare e descrivere gli orrendi piatti ridondanti di sugo, che gli vengono serviti nei ristoranti, i gabinetti di pseudo design delle loro stanze, le cabine dei loro condomini da crociera e pubblicarli su uno dei loro tanti account, ad uso ed invidia dei loro social-amici. Il problema è che non pubblicano solo foto di servizi igienici, a volte capitano in un posto magnifico di questo pianeta, dove hanno la fortuna di passare una giornata in solitudine e in ammirazione della bellezza, lo setacciano da cima a fondo con foto e video e poi lo pubblicano sul loro account. E per quel posto è l'inizio della fine.
Un tempo il turismo tra le altre cose era anche fonte di conoscenza e suscitava un stimolo alla scoperta, oggi è messo in pratica soprattutto per suscitare invidia e per fare vedere che siamo in vacanza mentre gli altri sono a casa oppure per riparare all'invidia che abbiamo provato, perché un social-amico ci ha mandato una foto mentre ciondola annoiato a bordo di una barca in una baia sperduta. Il prossimo viaggio gliela faremo vedere.
Quanti luoghi di questa Terra sono stati distrutti o hanno perso completamente il loro fascino perché hanno subito gli effetti di questo meccanismo. Luoghi che un tempo ti dovevi conquistare con fatica, leggendo resoconti, domandando agli abitanti del luogo, perdendoti lungo strade sconosciute, adesso appaiono con un click o con un tocco delle dita. Ecco questo è un elemento che non esiste più in chi viaggia, avere a che fare con l'inconosciuto non è più qualcosa che riguarda il viaggiatore.
Chi come me ha vissuto la propria vita a partire dagli anni '50 e ha visto nascere il turismo di massa negli anni '70, ha potuto ricavarsi una propria dimensione del viaggio. Operavamo una distinzione tra Viaggiatore e Turista.
Viaggiatore era quello che partiva, il più delle volte organizzando quasi niente del proprio itinerario, e ricavando un grande piacere dalla scoperta dei luoghi che andava a visitare. Non si poneva come obiettivo quello di rispettare una tabella di marcia, ci potevano volere anche 4 o 5 giorni per arrivare in un luogo, quando pensavi che ne sarebbe bastato uno; potevi restarci due settimane quando pensavi che un giorno sarebbe stato più che sufficiente. Qualcuno ha portato all'estremo questo modo di viaggiare, andando a piedi o in bicicletta in Afghanistan, fermandosi nelle grotte sulla spiaggia di Ierapetra e non facendo più ritorno a casa.
Turista era quello che entrava in un'agenzia di viaggio, sceglieva un catalogo dal quale estraeva una località e si sorbiva un soggiorno già pronto e cucinato in tutti i suoi dettagli, da quando arrivava all'aeroporto con le sue valigie a quando rientrava con le stesse valigie e un sacco di souvenir, acquistati nei negozi dove l'avevano condotto.
Uno si muoveva per conoscere, l'altro si muoveva per avere delle conferme nella massima sicurezza.
Oggi è quasi impossibile operare questa distinzione.
Per prima cosa il mondo è diventato più pericoloso e in alcuni luoghi, proprio come occidentali benestanti, non ci si può più muovere liberamente; chi andrebbe oggi in biciletta in Afghanistan ?
La seconda ragione, e forse la più importante, è che è sempre più difficile trovare qualcosa da scoprire, proprio perché tutti vanno dappertutto e poi lo schiaffano sul loro account tra cuoricini e sorrisini agghiaccianti. E c'è sempre qualcuno che è davanti al computer o con il naso sullo smartphone che dà il via alla nuova danza tribale del condividi.
A questo punto facciamo un po' di analisi storica del turismo. Il turismo come lo intendiamo noi nasce alla fine dell'800 - primi '900, soprattutto grazie agli Inglesi, prima si chiamava esplorazione ed era praticata soprattutto dagli stessi Inglesi. Era appannaggio di una classe ricca, aristocratica, che vivendo al centro del mondo di allora, Londra e l'Inghilterra, riteneva di avere il diritto di girarlo in tutti i suoi meandri, anche quelli più lontani. Naturalmente, essendo classe agiata, non riteneva di dover fare a meno di tutti i beni e di tutti i servizi di cui godeva quotidianamente. Lungo gli itinerari quindi che sino ad allora erano stato percorsi dagli esploratori o dagli archeologi fa costruire grandi alberghi o stazioni di posta o resort nella jungla, da utilizzare nei propri spostamenti. Che fosse dettato da aspirazioni e da comportamenti imperiali è un fatto appurato, ma ciononostante si trattava di un turismo di conoscenza. Le motivazioni erano soprattutto legate alla curiosità intellettuale di scoprire nuove culture, nuove lingue o ritrovare resti di società scomparse.
Facciamo un bel salto e vediamo che oggi, e già da molti anni, il turismo è mosso dalla ricerca di conferme, piuttosto che dalla curiosità di conoscenza. I mezzi di comunicazione di massa, in particolare la televisione, hanno da tempo fornito un'immagine dei vari paesi che formano il consesso globale. Queste immagini hanno raggiunto la forza di veri stereotipi, che contraddistinguono i vari luoghi da visitare. Chi parte va soprattutto in cerca di conferme, vuole cioè trovare quello che si aspetta di vedere in quel paese. Si va in Svizzera per vedere floride mucche, che pascolano quiete su pascoli montani, attorniati da chalet in legno con i gerani sui davanzali, Non ci sentiremmo soddisfatti se viaggiando in India non vedessimo, sempre una mucca, ma questa volta magra scarnita che girovaga lungo una strada, magari accompagnata da una sorta di Siddharta locale, Faremmo un brutta figura con gli amici se, tornando da un viaggio a Firenze, confessassimo di non essere andati agli Uffizi.
Oggi i grandi operatori turistici offrono soprattutto questo, stereotipi e conferme, d'altronde si viaggia per rilassarsi non per avere brutte sorprese. Il problema però nasce dal fatto che dove alcuni di questi aspetti di tradizione locale non ci sono più o si stenta a trovarli, gli operatori o gli stessi abitanti, tendono a ricostruirli, finti. Ci sono luoghi che hanno perso completamente la loro identità culturale, linguistica e vendono ai turisti un pezzo della loro storia. Pensate alle nostre città d'arte, dove ormai non esistono più attività produttive, servizi e quasi nemmeno abitanti e dove si vende unicamente Impero romano, Rinascimento, Serenissima. Il turismo è divenuto un movimento di trasformazione-distruzione delle identità locali assai rilevante.
E questi sono gli effetti del turismo sino ad oggi, anzi fino a qualche anno fa. Adesso con la capacità di riproduzione di stereotipi che ciascuno possiede con il proprio computer e con il proprio smartphone, la situazione va precipitando. La possibilità di abitare in un qualsiasi centro storico o in un'isola caraibica, un tempo possibile solo a che disponeva di una certa ricchezza, offerta da Airbnb, sta decretando la completa distruzione di questi luoghi. Fatevi un giretto a piedi per Firenze e guardate che code chilometriche ci sono davanti a quel forno o a quella gelateria, perché non puoi tornare a casa e dire che non hai mangiato, ma soprattutto fotografato e postato, quella schiacciata e quel gelato ormai noti a livello globale.
E qui nasce un equivoco che ci impedirà chissà per quanti anni di porre rimedio a questo scempio. Tutto questo è DEMOCRATICO e persone come lo scrivente sono considerate come dei conservatori nostalgici che vorrebbe impedire alle masse di godere dei piaceri e delle bellezze di questo pianeta. Questo aspetto ideologico ci impedirà di porre in atto provvedimenti per salvare ciò che è rimasto, per frenare questo consumismo errante che inquina e logora con i suoi migliaia di aerei e natanti pachidermici, che divora luoghi e comunità, che distrugge culture e lingue. Guardate le reazioni delle anime belle e pure alle proposte di numero chiuso nelle città d'arte e all'introduzione di tasse di soggiorno o di sbarco. Che malinteso senso di democrazia, non è così che si permette all'umanità di usufruire delle bellezze che ha prodotto.
Solo qualche raro segno di cambiamento di rotta, di atteggiamento controcorrente, come alcuni provvedimenti delle Municipalità di Amsterdam e Barcellona tengono acceso un filo di luce e di speranza.
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