12 aprile 2021

Se niente importa

Non deve essere stato un caso se a un certo punto della sua vita, nel 2009, Jonathan Saffran Foer, scrittore americano, che ama nei suoi romanzi affrontare i drammi con una certa ironia, tra questi anche le conseguenze dell'olocausto, tema che ha toccato da vicino la sua famiglia, ha deciso di occuparsi degli allevamenti intensivi di animali, e ha scritto un libro sull'argomento. La traduzione italiana si intitola "Se niente importa" ed è spiegata da un dialogo tra l'autore e sua nonna, sopravvissuta ai campi di sterminio:
Il peggio arrivò verso la fine. Moltissime persone morirono proprio alla fine, e io non sapevo se avrei resistito un altro giorno. Un contadino, un russo, Dio lo benedica, vide in che stato ero, entrò in casa e ne uscì con un pezzo di carne per me.
Ti salvò la vita. 
Non lo mangiai. Era maiale. Non ero disposta a mangiare maiale. 
Perché ? Perché non era kosher ?
Certo.
Ma neppure per salvarti la vita?.
Se niente importa, non c'è niente da salvare.

Stamattina, Domenica e con tempo grigiastro, riflettevo su alcune reazioni che accomunano gli individui all'umanità nel suo insieme, ed ho pensato che non deve essere un caso se alcune reazioni, legate a dinamiche specifiche sono così simili. Un individuo reagisce a qualcosa che nasconde nel profondo, soprattutto per insopportabili sensi di colpa, con una serie di nevrosi o di manifestazioni di squilibrio. L'umanità produce tutta una serie di soggetti che, una volta riflettuto su come approvvigioniamo quotidianamente le nostre tavole di carne, non riesce più a levarsi dalla mente l'immagine di un capretto sgozzato o di un maiale abbattuto con un colpo alla testa, e questo li getta in una profonda depressione e nel disgusto per la propria esistenza.
Da una parte penso all'uomo e alla sua storia, di come si sia formato attraverso il modo di nutrirsi, prima con bacche e radici, poi con gli animali che riusciva a cacciare, quindi con le piante che riusciva a riprodurre vicino alla sua casa e agli animali che riusciva a crescere e a far riprodurre in un pezzo di bosco chiuso con delle pietre o con dei tronchi. Procurarsi delle piante e della carne animale per la propria sopravvivenza è un qualcosa che fa parte di noi, del modo con il quale siamo arrivati ad essere quello che siamo. Dall'altra parte però penso che da troppi anni continuiamo a tenere in piedi un processo di produzione di carne estremamente costoso per noi e per l'ambiente che ci circonda. Dal recinto  di pietre dietro alla nostra capanna siamo infatti passati a strutture composte da immensi capannoni, che raccolgono grandi numeri di animali, e che vanno quindi condotte con un certo raziocinio. Cos'è che guida però il nostro raziocinio ? La ricerca di risultati economici che rendano proficuo l'investimento effettuato, la salvaguardia degli animali in quanto merce che ha comportato un certo costo e deve quindi essere salvaguardata e non deteriorata. Se si considerano gli animali come merci che devono essere lavorate, per produrre un profitto che ricompensi l'investimento fatto, avremo sempre una conduzione che non rispetterà nè la vita di questi animali nè la salute di chi li mangia.
Forse non si dovrebbe più considerare un allevamento per la produzione di carne come oggetto di attività imprenditoriale singola. Forse dovremmo iniziare a considerare questi settori come di interesse generale per ogni comunità e organizzarli nello stesso modo di come organizziamo la scuola e la sanità. 
Un singolo agricoltore o allevatore non opera per l'interesse generale ma per il proprio. Il problema però è che tra i costi che calcola per determinare il prezzo di vendita dei suoi prodotti non considera quelli generati dall'inaridimento del suolo, dall'inquinamento dei terreni, dall'eccessivo utilizzo di fonti idriche, dalle malattie che i supporti che la chimica gli fornisce causano all'essere umano. Se si dovessero considerare anche queste voci di spesa. il prezzo della carne dovrebbe essere molto più alto di quello che viene offerto sui banchi delle macellerie.
Via via che procedo nella scrittura mi rendo conto che in questo aspetto la produzione di carne, come quella di pesce, procedono di pari passo con la produzione di prodotti orto frutticoli. Da troppo tempo gestiamo la produzione agricola e l'allevamento da carne e da pesce in un modo che impoverisce e danneggia da un lato le risorse naturali che abbiamo a disposizione e dall'altro determina un'alimentazione che produce e cronicizza malattie cardio circolatorie o l'insorgenza di tumori. Questo è l'aspetto fisico chimico della faccenda.
C'è poi l'aspetto morale.
Provate a pensare a quante cose che ci sembravano normali e che facevano parte della nostra quotidianità o di quello dei nostri avi, ci sembrano oggi dei comportamenti criminali o inumani. Ve ne cito solo due, uno che fa parte del microcosmo familiare di molte persone della mia generazione. I miei genitori fumavano uno o due pacchetti di sigarette al giorno, fumavano dappertutto, in casa, in ufficio, in bagno, ma soprattutto fumavano in macchina durante le allegre gite domenicali con i propri figli, cioè noi. Le prime volte che qualcuno si è opposto a questa pratica in molti l'abbiamo guardato come un assurdo censore di comportamenti innocui. L'altro invece riguarda il macrocosmo e la storia dei paesi occidentali, dalla Magna Grecia alla Guerra civile americana, detta di Secessione. In tutto questo periodo si è prodotto il nostro pensiero e sono nate le nostre democrazie, che riguardavano entrambi però unicamente i cittadini, non gli schiavi. Avevamo infatti creato una categoria di subumani, per i quali non valevano le nostre stesse leggi e potevamo tranquillamente abusarne per ogni scopo lecito o illecito. Entrambi i comportamenti, quelli dei miei genitori e quelli degli schiavisti, sono oggi fermamente condannati ed abbiamo idee piuttosto chiare su come non torneremo mai a praticarli.
Spero solo che tra cent'anni qualcuno non mi condanni perché oggi mangio carne, comprata dal macellaio, che è l'ultima propaggine di un sistema che ha asservito tutte le altre specie, e che molti di questi esseri vengono fatti nascere al solo scopo di essere massacrati e squartati, per permettermi di gustare uno stracotto di guancia. Mi ricordo che tra i tanti pensieri di quel pazzerello di Mao Tse Tung, ce n'era anche uno dedicato ai cavalli, che un giorno si sarebbero liberati dal dominio dell'uomo ed avrebbero fondato una propria organizzazione sociale. Qualcuno, sempre tra cent'anni, potrebbe anche dirmi: "Tu sapevi, ma hai taciuto, eri al corrente di questi stermini organizzati, ma hai fatto finta di niente". E qui saremmo veramente giunti all'assurdo della negazione della nostra storia, che si è sempre fondata sul tentativo di emanciparsi dal caos nel quale siamo nati, dalla violenza di una natura che non si poteva considerare come accogliente e della quale facevano parte anche altri essere umani con i quali abbiamo cercato di stabilire delle regole di convivenza.




Oggi in molti provano a risolvere il problema nel loro contesto privato. Molti lavorano al proprio orto, producendo verdura e frutta, e tengono un loro pollaio. Quelli tra di loro più realisti, che non pensano di aver iniziato un processo di trasformazione del mondo e che si rendono conto che già i loro nonni seguivano queste pratiche, si ritengono piuttosto soddisfatti dal fatto che sanno quello che mangiano, cioè non usano diserbanti, antiparassitari e concimi di sintesi o mangimi ipervitaminici, ormoni e coperture vaccinali. Anche loro però iniziano a trovare qualche difficoltà nel passaggio dal mondo vegetale a quello animale. Quasi nessuno si sente responsabile di sopprimere un essere vivente quando recide delle foglie di bietola o strappa dalla terra un florido ravanello. Molti però hanno scrupoli a tirare il collo ad un pollo o ad accoppare un coniglio. Si tratta infatti di decidere della vita o della morte di un essere vivente su due o quattro zampe o palme, e non è semplice. Già il pollaio con le sue reti di recinzione e i suoi cancelli ha un ché di inquietante e costituisce comunque un confine preciso tra libertà e cattività. Nel momento in cui si decide di chiudere un gruppo di animali in uno spazio ristretto si deve fare i conti sul modo con cui si associano tra di loro e costituiscono dei branchi. Chi non lo fa non è un sostenitore di uno spirito libertario, per esserlo semplicemente non si devono costruire pollai, è un irresponsabile. Chi chiude degli animali, anche considerati da secoli da allevamento, in uno spazio chiuso, ma non vuole fare i conti con le dinamiche che si sviluppano tra di loro, li condanna ad una conflittualità perenne. Come al solito sono soprattutto i maschietti a creare problemi, tendono infatti a formare il proprio nucleo di femmine e a porsi alla loro testa. Ogni altro maschio che incontrano sul loro cammino è un nemico e va annientato o sottomesso. Nel bosco la cosa si risolve facilmente con la divisione e la dispersione dei vari nuclei. Nel pollaio si deve fare in modo che due maschi non convivano nello stesso gruppo, dividendoli, dove è possibile, o eliminandone uno. Nascono qui i vari galletti al mattone, allo spiedo e alla cacciatora.
A proposito di cacciatori, è un peccato che abbiano dei forti sensi di colpa e delle intelligenze non troppo brillanti, e che tendano a non partecipare a questo tipo di dibattito, perdono così l'occasione per contrapporre ai 5 Stelle da pollaio il fatto che loro lasciano che gli animali vivano liberamente nel bosco e non li costringono entro determinati limiti. Li ammazzano si, e in modo violento, ma in maniera improvvisa ed inaspettata, nel corso di una vita di libero arbitrio. Libero arbitrio che trova anche nel bosco i suoi limiti negli animali predatori, che si nutrono di carne. Ma non confondiamo le idee all'animo semplice del cacciatore e nemmeno ai nostri cervelli.



I problemi sono complessi e non risolvibili completamente con semplici azioni personali, perché ormai implicano un approccio globale, che tenga conto di tutti i fattori ambientali, economici, sociali e di salute, che costituiscono un interesse generale. Come ad un certo punto della nostra strada di emancipazione dall'homo homini lupus, abbiamo deciso di delegare l'uso della forza ad una struttura di potere che tenesse insieme la società, abbiamo deciso di organizzare un servizio pubblico che pensasse alla nostra salute ed un altro che si occupasse della nostra educazione, oggi dobbiamo organizzarci per mettere in piedi un sistema pubblico che si occupi della nostra alimentazione, che riesca a produrre alimenti vegetali e animali, senza prosciugare o inquinare le risorse ambientali e avendo come obiettivo la nostra salute. Tutto questo cercando di occuparci anche del benessere delle piante e degli animali, finchè li teniamo in vita.
Io sono per storia personale un imprenditore e non apprezzo l'assistenzialismo di Stato nè la sua invadenza, ma questo è un problema che il singolo non può affrontare, e, come abbiamo visto la logica di ricavarne un guadagno peggiora le cose. Abbiamo creato lo Stato, la Sanità e la Scuola, dovremo creare un qualcosa che si occupi della nostra alimentazione, ormai è res publica anche questa.

Andrea Analogico

1 commento:

  1. E se la mattina di domenica invece di grigiastra, fosse stata completamente grigia e magari anche piovosa, cosa avresti scritto?
    Uao.... In poche, anzi in mediamente poche, anzi in abbastanza righe, sei riuscito ad concentrare una serie di vedute e pensieri che sono passati nella mia mente e sicuramente in quella di molti, svariate volte. Anche questa volta ti devo ringraziare e fare i miei complimenti. Guarda ci sono stata un po 'a leggerlo, forse perché ero, per una serie di motivi, poco concentrata, forse perché mi ero impaurita per la lunghezza ma poi, quando ho cominciato ad entrare dentro, è stata una lettura piacevole, di quelle che ti portano velocemente alla frase successiva con la voglia di scoprire cosa svelerà.
    B

    RispondiElimina

niente paura, scrivi!