e addirittura con la minaccia di mettere in piedi un comitato.
24 gennaio 2021
Il "Taschenbunker"
e addirittura con la minaccia di mettere in piedi un comitato.
E se tu fossi un agricoltore dell'Iowa ?
La vespa terragnola pone una domanda
App “CornaDetector” per smartphone
Hai sospetti che la tua donna ti tradisca con un tuo collega o amico? Oppure che tuo marito se la faccia con una vicina di casa piuttosto vorace e disinibita?Il detective costa un sacco di soldi, e tu hai ancora da pagare le rate del gippone e il mutuo della casa, ma il dubbio ti rode.
Scarica CornaDetector e attivala subito. Il sensore di settima generazione individuerà attività di sesso sfrenato extraconiugale e il GPS integrato ti condurrà sul luogo, per coglierli in flagrante.
14 gennaio 2021
Il Manifesto analogico
Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi
essenziali della nostra poesia…..
Avremmo potuto esordire come Filippo Tommaso Marinetti nel
Manifesto del Futurismo, ma noi (inteso come un plurale limitato a me e qualche
amico mio) non andiamo a celebrare la nascita di una Nuova Era. Questo lo
lasciamo a chi l’ha prodotta. Piuttosto abbiamo assistito al passaggio da un
tempo analogico ad un tempo digitale. Noi (e questa è l’ultima volta che uso il
plurale) siamo nati ed abbiamo vissuto larga parte delle nostre esistenze come
umani analogici. Non abbiamo rifiutato il digitale, anzi lo abbiamo
sapientemente utilizzato nelle nostre carriere professionali e ne siamo stati i
pionieri. Lo abbiamo però poi visto crescere a dismisura e farci un po’ senso.
Ogni generazione è convinta di apportare un contributo unico
di originalità allo sviluppo dell’umanità e di aver vissuto un periodo
speciale, al quale nessuna delle precedenti e tantomeno delle future potrai mai
assurgere. La mia però è stata veramente una generazione di passaggio. Ho avuto
la fortuna di nascere in anni in cui potevo giocare a calcio e vagare
liberamente in bicicletta per la strada e nello stesso tempo ho visto i miei
procreatori viaggiare lieti verso il consumismo e festeggiare con tutta la
famiglia l’acquisto del primo frigorifero e della prima automobile, che
contenessero entrambi tutti i membri del gruppo familiare. La tranquillità e i valori saldi della
società contadina e l’ottimismo e la fiducia nello sviluppo delle umane sorti
della borghesia del dopoguerra.
Sarei diventato un campione sportivo sorridente e attraente,
alla Robert Redford di “Come eravamo”, oppure un obeso felice di sguazzare nei
grassi e nelle proteine, se non avessi incontrato lo “iato”, la frattura, la
voragine che si è aperta alla fine degli anni ’60. Costruite, costruite,
pensavo tra me, ci penso io a distruggere il vostro giardinetto e il vostro
benessere. A questo poi in realtà non ci ho pensato più, ma questo
è un altro discorso. Begli anni, ho bevuto come un alcolizzato dall’enorme
bottiglia della cultura e l’ho utilizzata per stanare e spiazzare i miei genitori
e i miei professori e tutti erano li ad aspettare che la utilizzassi per
completare la loro emancipazione dalla campagna o dalla più bassa borghesia, e
che diventassi un dirigente d’industria, un ricco commerciante o un chirurgo
dedito ai trapianti, molto di moda in quel periodo. L’ho travalicate le classi
sociali, ma non esattamente nel senso che mi veniva richiesto, cioè dal basso
verso l’alto, le ho attraversate in tutte le direzioni, alla ricerca dei loro
valori e del loro significato, per soddisfare la mia curiosità e per cercare di
capire in quale mi potessi riconoscere.
Tutto questo, direte, è storia vecchia. A noi che ce ne
importa. Appunto, è storia di analogici.
Nel trapassare da una classe all’altra un ruolo decisamente
importante l’hanno avuto le donne, intese come l’altro lato della relazione
sentimentale. Strumento possente per penetrare in ogni diversa realtà sociale,
per esplorare famiglie e ambienti di studio e di lavoro, altrimenti preclusi. E
infatti parlerò anche di loro e del ruolo che hanno avuto nella crescita della
mia sessualità, da rapporto unilaterale con il mio corpo, non certo privo di
fantasia, a scambio di affetti e di conoscenze tra due poli diversi.
Sono anche un essere umano abituato a relazionarmi
direttamente con gli altri, intendo dire vederli di persona, scontrandomi
fisicamente con loro giocando a calcio o a pallamano, sostenendo con loro una
sana competizione fisica, annusando i profumi e l’odore della pelle, che
soprattutto le donne miscelano sapientemente, gustando gli odori e i sapori
della cucina e dei vini, ululando contro chi sul lavoro manifesta inconsapevole
incapacità o cosciente arroganza. Mi piace il corpo e mi è sempre piaciuto
anche il mio. Dopo la lettura di due o tre pagine, e non dalla foto dell’autore
posta sulla copertina dell’Essere e il Nulla di Jean Paul Sartre, mi sono
subito accorto che alla base del suo teorizzare c’era il disamore per il
proprio corpo. Se fosse vivo oggi il nostro filosofo si troverebbe alla grande
con la piega che i digitali hanno dato alle relazioni umane e sentimentali.
Nessun digitale scriverebbe o accetterebbe un curriculum con su scritto “bella
presenza”. Avete notato, nessuno la dichiara più né tantomeno nessuno la
richiede incautamente più.
Non è solo questione di corpo. E’ anche questione di
sostenere con la propria presenza le proprie affermazioni. Scrivere dei
commenti in rete è come essere alla guida della propria auto, protetti da
lamiere e paraurti, isolati dai diversi da te, quindi autorizzati a compiere
ogni tipo di atto incivile e maleducato e a villaneggiare il
metallo-vetro-isolato, che ti sta di fronte. Quando scrivo, ritengo di dover
rispondere delle idiozie o delle prelibatezze che produco, rispondere prima di
tutto alla mia intelligenza e al mio buon senso e quindi a quella degli altri.
Il digitale scrive solo rivolto al computer, l’esercizio di trascrivere il
pensiero in neretti su fondo bianco luminoso resta un’operazione tra se ed uno
schermo. Trasuda infatti stupore ed ingenuità quando le sue affermazioni
indelicate varcano la soglia del circolino di cercopitechi digitali in cui
sguazza, per avere una risonanza nazionale o globale. Si accorge allora di
possedere un cervello e normalmente lo usa per smentire se stesso e ciò che ha
appena affermato.
Globale, ecco un altro argomento che distingue il mio essere
analogico dai digitali. Quando parlo o scrivo mi ascoltano nell’ordine e a
seconda se sono a casa o al lavoro: tre gatti, intendo veri, tre cani, mia
moglie, qualche gallina e un’oca, una collega segretaria, una collega socia e
il barista o il trippaio, ma solo quando l’epidemia me lo permette. Ci sono
invece dei soggetti che hanno milioni di ascoltatori o di seguaci.
Personalmente ho passato un periodo che invidiavo i parroci cattolici o i
pastori protestanti, perché avevano una platea di ascoltatori, anche se
riuscivano a riunirli una sola volta alla settimana. Gli intellettuali questa
cosa se la sognano. Parleremo anche di globale.
Sempre nel Manifesto del Futurismo, Marinetti ad un certo
punto urla:
I più anziani fra noi, hanno trent’anni: ci rimane dunque
almeno un decennio, per compier l’opera nostra. Quando avremo quarant’anni,
altri uomini più giovani e più validi di noi, ci gettino pure nel cestino, come
manoscritti inutili. — Noi lo desideriamo!
Un po’ mi sento già in un cestino, ma da qui vi renderò la
vita dura, cari miei digitali.
12 gennaio 2021
La Vedova Verde, seconda ed ultima puntata
L’avventura diventa altro
Tralascio le occasioni, casuali e volute, che ci portarono ad una situazione galeotta. Confluiranno, insieme ad altre descrizioni, in un racconto erotico, sotto anonimato, in una raccolta insieme ad altri autori. Chissà, forse prima o poi svelerò questo mio doppio binario letterario, che tocca varie compagne di vita e di giochi per un lungo lasso di tempo. Qui, su “Giri di boa”, è la mia storia personale che racconto, non cosa e come passai ore, mesi, situazioni e fantasie comuni con la “Donna di Seta”, alias grüne Witwe (vedi la prima puntata).
Una sera mi telefonò per chiedermi aiuto su del nuovo software che iniziava ad utilizzare nell’azienda del marito. Mi proposi di darle una mano dal vivo, accettò, e andai da lei, la sera tardi. I figli dormivano, il marito era, come al solito, forse a Singapore o a Sidney. Qualche sfioramento, un mio tocco al collo dietro la poltrona a cui sedeva davanti al PC e le cose si avviarono. Come intuivo, ormoni in ebollizione, io forse ero solo quello della congiunzione astrale favorevole destinato a placarli.
Ma ci prese gusto, e anche io. La seconda volta che andai da lei in piena notte, situazione quasi identica alla prima; ma si verificò un contrattempo esilarante: dalla Fachwerkhaus (*) nelle immediate vicinanze, dove avevo parcheggiato la mia riconoscibilissima R4 da benestante snob, era in atto una lite di coppia, scene di gelosia, udibili da fuori, accuse e controaccuse, con entrate e uscite di lui e di lei, verso il giardino o le vetture, porte sbattute, frasi, urla. Dovetti restare rintanato per un paio di ore, per non essere sorpreso mentre uscivo dal cancelletto del giardino e salivo in macchina per tornare a casa mia. Però l’attesa non fu noiosa.
Iniziò una frequentazione sempre più intensa, a volte da me, o da lei in situazioni favorevoli, ma cominciammo anche ad andare a cena fuori, a frequentare spettacoli, facemmo un abbonamento all’opera per me e per lei, e mancammo pochissime rappresentazioni. Si faceva coprire anche da alcune amiche, forse non proprio di alta moralità convenzionale, in certi casi lo facevano a vicenda. Ma oltre a scandagliare i piaceri della carne, in alcuni casi delle autentiche iniziazioni per lei, che pur inesperta non era, il coinvolgimento reciproco ci travolse. Durò oltre tre anni, in un momento di confidenza e di malinconia, dopo che la storia era finita, lei disse: “zwischen uns, es war fast wie eine Ehe”. E’ stato quasi un matrimonio, fra di noi. Quella donna io l’ho amata, e lei me, ma non ha mai voluto rinunciare alla sua gabbia dorata.
Forse proprio la sensazione di prigionia che lei viveva, la spingeva a situazioni che definire audaci è poco. Gliele faceva sotto il naso. Una volta, in una casa di campagna, ero rimasto a cena e poi per la notte, in una camera per gli ospiti. Poco prima dell’alba si insinuò aprendo silenziosamente la porta, dopo aver lasciato il talamo coniugale e traversato un lungo corridoio di forma irregolare. Indossava un completo da notte con short e leggera giacca in seta blu scura, svolazzante e piacevole al tatto. Non si limitò a sfiorarmi le labbra. Ma il clou fu il viaggio a Parigi. Verso novembre tirò fuori l’idea di andare insieme nella “capitale dell’amore” per una settimana, in primavera. “Non preoccuparti, ci penso io”, fu la sua lapidaria espressione. Al marito propose lo stesso viaggio, nello stesso periodo, con l’ atteso “ok, fai tutto tu, prenota”; cosette che l’imprenditore affida alla segretaria (o alla moglie). Un paio di settimane prima della partenza della coppietta (quale?) lei ricordò la cosa al marito, il quale dice che no, non può, deve annullare tutto, ha altri impegni irrinunciabili. Scenata: “era quasi un secondo viaggio di nozze, non sono la tua segretaria, è la centesima volta, ora basta!” E annunciò che lei a Parigi ci andava lo stesso, con una sua amica. Che poi ero io. L’amica, che viveva ad Amburgo, esisteva davvero e in vari casi l’aveva coperta, in occasione di week end romantici o altre piccole fughe.
Parigi e la fine
Volo diretto, aeroporto Charles de Gaulle, alberghetto carino nel Quartiere Latino. Musei, notti parigine,
ponti e Lungo Senna romantici, giornate e nottate intere per noi, non solo qualche ora. Poi una mattina squilla il telefono in camera, risponde lei: gelo. Scoperti. Oltre ai sospetti che si dovevano essere accumulati, l’amica si era fatta beccare da una chiamata a casa, mentre doveva essere a Parigi, al posto mio. Non ci fu neanche un ritorno anticipato. Poi all’aeroporto lei prese un taxi per casa sua e io per la mia. Scelse la sua gabbia dorata, la famiglia, la normalità. Ci vedemmo ancora alcune volte, dopo la scoperta e il rientro, poi non più. Non ho mai più avuto sue notizie.
(*) Fachwerkhaus, costruzione tipica delle terre nordiche, molto amata dai ricchi, dopo imponenti trasformazioni ed ogni comfort moderno. Vedi foto in alto
10 gennaio 2021
Ricordi - la vedova Verde (parte 1)
Nel periodo più lungo in cui ho vissuto nel profondo nord d’Europa, quasi la metà della mia fase adulta, ho visto scorrere tutto lo spettro della vita “normale”, e anche lunghi e intensi spezzoni più torbidi.
Ho avuto una vita professionale, di un certo successo e
soddisfazione, all’interno di una delle più grandi società di consulenza
aziendale del mondo. Enormemente istruttivo, e una grande scuola, per
uno che come me veniva dalle (fallite) rivoluzioni sociali, dai grandi
movimenti, e dal mondo universitario. Ho anche avuto alcune opportunità
che ho sprecato o non colto (di una parlo in questo blog, nel pezzo su San Diego).
Ho messo su casa e creato una famiglia, con un matrimonio durato una
decina di anni e un periodo in cui mi sono ritrovato a svolgere ruoli
“da babbo e da mamma”. A quelle che conoscevo già ho aggiunto un’altra
lingua, considerata ostica, arrivando a parlarla in modo quasi
impercettibile per i nativi. Penso che ne scriverò, di queste e altre
fasi di vita e giri di boa.
Quella che oggi mi è risalita alla memoria, e mi ha fatto lanciare con la penna d’oca digitale, si colloca nel periodo in cui ero tornato uomo libero, sotto il punto di vista sentimentale, erotico, esistenziale, ancora in quelle terre fredde ed efficienti. Lei era la mamma di un ragazzino che frequentava la stessa scuola materna del mio. Giocavano anche insieme dopo la scuola, a casa dell’uno o dell’altro, nella zona residenziale benestante appena fuori della città dove abitavamo.

Capitava di incrociarci per quei motivi, e una volta, ad inizio estate, mi aveva colpito in un casuale incontro, mentre veniva a riprendere suo figlio nel tardo pomeriggio. Era in bici, con una ampia gonna plissettata, e un corsetto rosso senza spallini. Scambiammo poche parole, poi lei riprese la via di casa con il bambino. Forse scoccò già una scintilla, che avrebbe scatenato l’incendio molti mesi dopo.
L’ambiente culturale di quelle latitudini riserva eleganza e una certa sobria sensualità soprattutto alle signore bene. E’ molto più raro che da noi il presentarsi di una piacevole visione nel quotidiano, la fornaia o la bancaria, un attimo fuggevole ma che permea la giornata. A dir la verità lo stesso, o peggio si può dire del panorama maschile, caratterizzato da visibile rigidità, dall’impressione che siano fatti con lo stampino, e non dei migliori. Ma ovviamente la mia sensibilità, l’occhio, le antenne, i sensi, erano rivolti al mondo femminile. Paradossalmente, non essendo mai stato un bellone, o dedito all’eleganza e all’aspetto esteriore, a volte mi sembrava di essere anni luce in vantaggio, forse giocando sul mio essere “uomo di mondo”, cosmopolita, ecc ecc.
La “grüne Witwe”, che fa da titolo al mio racconto, è una tipologia di donna, quasi un clichè, di quelle società: vedova perchè il marito, imprenditore, manager, uomo di affari, non c’è mai (e quando c’è è come se non ci fosse), lei si sente sola, trascurata, un oggetto di rappresentanza, nonostante che spesso sia una bella donna, che trasmette un’aura di sensualità appena coperta dall’eleganza e dalle formalità sociali. “Verde” perchè i ricchi spesso vanno a vivere nelle cinture rurali ( o pretese tali) delle grandi città, hanno una bella casa indipendente, il giardino, il “car port” per le vetture di lui e di lei ecc.
Lei era così, quasi la personificazione del clichè, ma in più colta, intelligente, con un passato per niente piatto, e anzi piuttosto esuberante, seducente a chi sa vedere queste cose. La chiamerò “Donna di Seta”, con un gioco di parole fra il suo nome vero e certe sue caratteristiche di tessuto nobile, raffinato, adatto alla seduzione. Aveva 36 anni: “Eine Frau in ihren besten Jahren”, una donna nel meglio dei suoi anni. Che probabilmente vedeva trascorrere sprecandoli, in una vita senza emozioni, senza eros, sbiadita, senza sensazioni forti e stimoli. Banalmente si potrebbe dire che aveva gli ormoni in ebollizione, ma era anche molto che le girava in testa ad alimentare la sua voglia di uscire dai binari, dal prestabilito.
Successe alcuni mesi dopo, con una serie di mosse mie, ma ancora più sue. Lo racconterò alla prossima puntata, forse più d’una, perché la storia durò oltre 3 anni, da una vicenda prettamente e magnificamente carnale, coinvolse sempre più me e lei, con un epilogo che ci si può immaginare, ma che potrebbe essere nella sceneggiatura di un film.
Spero di non aver annoiato i miei lettori, sicuramente sono uscito per qualche ora dal mood malinconico e mi sono avventurato su un terreno finora appena accennato: amore, sesso, non acqua tiepida ma lava bollente.
Non ero un ragazzino vittima della seduttrice, la storia è molto diversa, ma mrs Robinson mi è tornata in mente come “vedova verde”, anche per una certa somiglianza fisica con la mia “Donna di Seta”.
https://www.youtube.com/watch?v=TnW59E-zyZY


