24 gennaio 2021

Il "Taschenbunker"

Buongiorno a tutti.
Mi presento spiegandovi cosa sia nella realtà un Taschenbunker. La traduzione letterale è bunker da tasca, cioè portatile, facilmente utilizzabile.
Dobbiamo risalire indietro negli anni, quando in Svizzera dominava l'idea che il Paese potesse essere invaso da una potenza straniera, non necessariamente di origne slava o asiatica, anche l'Italia era vista come potenziale nemico, oppure che potesse scoppiare la scintilla per l'inizio di una distruzione nucleare. Per legge federale ogni abitazione o esercizio commerciale di nuova costruzione doveva dotarsi un un bunker antiatomico. La legge prescriveva e si dilungava nei dettagli tecnici sullo spessore delle pareti in cemento armato e della porta in piombo, sulla proporzione tra potenziali utilizzatori e superfici dello stesso. Adesso quest'obbligo non esiste più e nella maggior parte dei casi i bunker esistenti vengono utilizzati come credenze o ambienti refrigerati per verdure fresche e vini, essendo costruiti sottoterra e mantenendo una temperatura piuttosto fredda.
Negli anni '80 però la cosa era presa molto sul serio e anche nei più piccoli villaggi alpini esistevano rifugi antiatomici, istruzioni dettagliate su come comportarsi e responsabili locali preposti all'applicazione di tali normative. Proprio uno di questi villaggi è stato il teatro della nascita del Taschenbunker, Guarda, nel Canton Grigioni.
Non si sa per quale strana alchimia storica e sociale la responsabilità di dirigere la locale Protezione civile era toccata ad uno di quei soggetti tipici delle socialdemocrazie mitteleuropee, del quale taceremo il nome ma chiameremo Du, che non abbandonano mai la loro posizione privilegiata di adolescenti-studenti e godono dei frutti di una società ad economia avnzata, che gli permette di vivere di corsi di formazione, di aggiornamento e di altre iniziative più o meno utili. Du è stato un vero e proprio campione in questo, riuscendo a farsi finanziare i corsi sugli argomenti più disparati, presentati e realizzati nelle scuole locali. Ne cito solo due a titolo esemplificativo: tecniche per costruire il proprio aquilone con la plastica dei sacchetti della spazzatura e manuale per risuolarsi da soli a casa le proprie scarpe di pelle. Du aveva passato i quarant'anni ed era riuscito a non dover mai realmente lavorare e, cosa incredibile, ad avere un certo riconoscimento sociale come competente artigiano e formatore. Data la formazione agro-montana-forestale dei suoi concittadini, era così assurto a responsabile della Protezione civile.
Non prendendosi troppo sul serio e non prendendo troppo sul serio i suoi ignari concittadini, prese la decisione di produrre un certo quantitativo di Taschenbunker, corrispondenti al numero degli abitanti di Guarda. Si trattava di un sacchetto di carta di un certo spessore, di colore marrone, come i nostri sacchetti riciclabili della Coop, con stampate in rosso le istruzioni di uso nella lingua locale, il Romanch, e in Tedesco. Le istruzioni davano le indicazioni su come inginocchiarsi in terra in un angolo della casa, aprire il sacchetto, introdurlo a partire dalla testa, per arrivare a coprire il proprio corpo sino alla metà delle proprie braccia, in caso di esplosione di un conflitto nucleare. Du curò personalmente, quale capo della Protezione civile locale, la distribuzione del manufatto tra la popolazione, assicurandosi il corretto utilizzo dello stesso. La maggior parte degli abitanti seguì attentamente l'addestramento.
Riuscimmo a salvarlo a fatica alle giuste ire delle istituzioni, mobilitando tutti gli amici influenti disponibili: sindaco del villaggio, il quale lo fece anche per salvarsi il culo, visto che ce l'aveva messo lui a dirigere la Protezione civile, avvocati, politici
e addirittura con la minaccia di mettere in piedi un comitato.
Io credo che ne esistano ancora di questi prototipi e che qualcuno a Guarda cerchi ancora di superare i propri gomiti con questa copertura rassicurante.
La foto che vedete raffigura la mia gatta Punzie, all'interno del suo personale Taschenbunker, un cestino di vimini. Da oggi sarà la mia firma.

Taschenbunker




E se tu fossi un agricoltore dell'Iowa ?

Siccome, come vi dicevo, la vespa terragnola è un insetto accanito, e siccome mi voglio vendicare con chi mi ha fatto uscire dalla tana, vi chiedo anche solo per qualche minuto di immaginarvi di essere un agricoltore dell'Iowa. Quelli che girano sempre in tuta di jeans e cappello di paglia, guidano pick up enormi e sgangherati, che sollevano un tubo di polvere che li segue sino a due metri di distanza, lungo strade che non coniscono curve e che formano unicamente incroci a 90°. Quelli che producono un tipo di frumento su campi sterminati e che hanno visto il prezzo di mercato del loro prodotto quasi azzerarsi per la concorrenza di un loro collega cinese.
Che immagine avrà costui di Joe Biden ? Come potrà non vederlo come un anziano "kennediano" benestante, figlio e padre di un'aristocrazia politica democratica dai grandi ideali e dalle grandi ricchezze ? Ma soprattutto uno che per livello culturale e estrazione sociale non potrà mai capire niente dei problemi di un contadino dell'Iowa.
Se non vogliono governare solo le grandi metropoli "consapevoli" e lasciare campagne e periferie al prossimo grande Trasformista, Biden e i suoi dovranno lavorare tanto per ricucire questo iato.

Vespa terragnola

La vespa terragnola pone una domanda

Mi hanno invitato a fornire un contributo su questo blog, li ho avvisati che sarei stato pungente, ma non mi hanno creduto. Non sanno che la vespa terragnola se ne sta tranquilla nelle sue tane sotto terra, sino a quando qualcuno la stuzzica. In quel caso esce rapida e punge anche più di una volta. Le vespe terragnole sono particolarmente accanite.
Bene si inaugura quindi la mia rubrica di commenti brevi ma pungenti con un commento con la recente richiesta di fiducia del Governo Conte alle Camere.
Finalmente qualcuno si è domandato, ma Giuseppe Conte è adeguato e competente a governare questo Paese e a gestire investimenti che fanno impallidiree il Piano Marshal ? Il fatto che la domanda sia stata posta da Renzi, che sembra sempre che si muova per risentimento verso chi l'ha sconfitto o per chi ha contrbuito ad una sua sconfitta in passato invece che per un ragionamento politico, non delegittima la domanda. Il discorso finale al Senato di Conte mi è parso più quello di un "rintuzzino", attento ad elencare  e a rintuzzare tutti quelli che lo avevano criticato, che quello di uno statista. La preoccupazione sembrava più essere quella di riconquistare la considerazione di tutti, accompagnata da un certo stupore per non essere piaciuto a qualcuno, che quella di presentare un progetto politico di ampio respiro.
Piccolo Narciso o novello De Gasperi ?

Vespa terragnola


App “CornaDetector” per smartphone



Scaricala subito, può cambiarti la vita!!

beccati!Hai sospetti che la tua donna ti tradisca con un tuo collega o amico? Oppure che tuo marito se la faccia con una vicina di casa piuttosto vorace e disinibita?
Il detective costa un sacco di soldi, e tu hai ancora da pagare le rate del gippone e il mutuo della casa, ma il dubbio ti rode.
Scarica CornaDetector e attivala subito. Il sensore di settima generazione individuerà attività di sesso sfrenato extraconiugale e il GPS integrato ti condurrà sul luogo, per coglierli in flagrante.

Sviluppo e mercato

L'ispirazione per sviluppare “CornaDetector” come app per smartphone proviene da una figura incrociata alcune volte nella vita reale: la dama decisamente generosa e grande artista del sesso, che intrattiene un rapporto alla luce del sole, forse poco eccitante ma tranquillizzante, e si procura quello che le manca in una o più vicende clandestine, di incontri roventi, in cui essa da il meglio di se, mentre il coniuge le crede, nonostante abbia già scoperto suoi tradimenti e non possa immaginare che lei si accontenti di qualche minuto di sesso scialbo. Una configurazione più diffusa di quanto si creda, che da luogo ad un vastissimo mercato per “CornaDetector”. Si ipotizza però che le vendite non toccheranno l’altrettanto ampia fascia di coniugi e fidanzati/e che in realtà non vogliono sapere della attività erotiche con altri dei/delle partner, e preferiscono vivacchiare facendo finta di non vedere.
Ovviamente la app non si rivolge solo ai mariti o fidanzati le cui donne sono troppo esuberanti, ma anche al contrario nei ruoli dei sessi: consorti femmine che sospettano dei loro mariti o fidanzati e hanno deciso di avere certezza dei lori dubbi. 
ti becco troia/bieco!

Ultima configurazione, non così rara: una signora fedifraga, che si dedica a giochi erotici con vari amanti, occasionali o stabili, all’insaputa l’uno dall’altro. O il contrario ovviamente, sempre per par condicio.

Funzionamento

L’uso della app è semplice: basta lanciare la ricerca del/della partner che forse è scatenato/a in sesso rovente con qualcun altro, lo smartphone ti guiderà al luogo del convegno peccaminoso (vedi fig. 2 “trovare sesso fedifrago”) e potrai sorprenderli in flagrante, scattando anche una foto che documenti in modo incontrovertibile l’infedeltà (vedi fig. 1).

Se poi questo condurrà ad una scenata terrificante, al divorzio, alla riappacificazione o ad una seduta di sesso a tre, questo dipende dalle figure coinvolte, i fedifraghi e il/la coniuge tradito/a.

Gli sviluppatori del software non si assumono alcuna responsabilità.

Opzioni e prossime versioni

La app ha alcune opzioni in più rispetto alla precedente PantofolDetector, destinata al ritrovamento della nota calzatura domestica: nella ricerca si può scegliere “troia” (la tua partner femminile) o “bieco” (quello maschile). L’algoritmo di localizzazione dell’incontro erotico fedifrago sarà diverso a seconda che si tratti in un partner maschile e femminile che mette le corna. Sono in sviluppo anche le modalità di ricerca “sesso a tre o più” e “geisha” (solo sesso non missionario) . E’ allo stadio iniziale lo sviluppo della app destinata a mogli e mariti (o fidanzati/e) dediti all’infedeltà coniugale, in pratica speculare a “CornaDetector”: permetterà di schermare i luoghi di incontro e soprattutto prevederà la funzione “non è come credi, posso spiegarti“,  con plausibili pretesti e cavilli per mariti, mogli, fidanzati/e disposti a  credere a qualsiasi cosa.

14 gennaio 2021

Il Manifesto analogico

Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.

Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia…..

Avremmo potuto esordire come Filippo Tommaso Marinetti nel Manifesto del Futurismo, ma noi (inteso come un plurale limitato a me e qualche amico mio) non andiamo a celebrare la nascita di una Nuova Era. Questo lo lasciamo a chi l’ha prodotta. Piuttosto abbiamo assistito al passaggio da un tempo analogico ad un tempo digitale. Noi (e questa è l’ultima volta che uso il plurale) siamo nati ed abbiamo vissuto larga parte delle nostre esistenze come umani analogici. Non abbiamo rifiutato il digitale, anzi lo abbiamo sapientemente utilizzato nelle nostre carriere professionali e ne siamo stati i pionieri. Lo abbiamo però poi visto crescere a dismisura e farci un po’ senso.

Ogni generazione è convinta di apportare un contributo unico di originalità allo sviluppo dell’umanità e di aver vissuto un periodo speciale, al quale nessuna delle precedenti e tantomeno delle future potrai mai assurgere. La mia però è stata veramente una generazione di passaggio. Ho avuto la fortuna di nascere in anni in cui potevo giocare a calcio e vagare liberamente in bicicletta per la strada e nello stesso tempo ho visto i miei procreatori viaggiare lieti verso il consumismo e festeggiare con tutta la famiglia l’acquisto del primo frigorifero e della prima automobile, che contenessero entrambi tutti i membri del gruppo familiare. La tranquillità e i valori saldi della società contadina e l’ottimismo e la fiducia nello sviluppo delle umane sorti della borghesia del dopoguerra.

Sarei diventato un campione sportivo sorridente e attraente, alla Robert Redford di “Come eravamo”, oppure un obeso felice di sguazzare nei grassi e nelle proteine, se non avessi incontrato lo “iato”, la frattura, la voragine che si è aperta alla fine degli anni ’60. Costruite, costruite, pensavo tra me, ci penso io a distruggere il vostro giardinetto e il vostro benessere. A questo poi in realtà non ci ho pensato più, ma questo è un altro discorso. Begli anni, ho bevuto come un alcolizzato dall’enorme bottiglia della cultura e l’ho utilizzata per stanare e spiazzare i miei genitori e i miei professori e tutti erano li ad aspettare che la utilizzassi per completare la loro emancipazione dalla campagna o dalla più bassa borghesia, e che diventassi un dirigente d’industria, un ricco commerciante o un chirurgo dedito ai trapianti, molto di moda in quel periodo. L’ho travalicate le classi sociali, ma non esattamente nel senso che mi veniva richiesto, cioè dal basso verso l’alto, le ho attraversate in tutte le direzioni, alla ricerca dei loro valori e del loro significato, per soddisfare la mia curiosità e per cercare di capire in quale mi potessi riconoscere.

Tutto questo, direte, è storia vecchia. A noi che ce ne importa. Appunto, è storia di analogici.

Nel trapassare da una classe all’altra un ruolo decisamente importante l’hanno avuto le donne, intese come l’altro lato della relazione sentimentale. Strumento possente per penetrare in ogni diversa realtà sociale, per esplorare famiglie e ambienti di studio e di lavoro, altrimenti preclusi. E infatti parlerò anche di loro e del ruolo che hanno avuto nella crescita della mia sessualità, da rapporto unilaterale con il mio corpo, non certo privo di fantasia, a scambio di affetti e di conoscenze tra due poli diversi.

Sono anche un essere umano abituato a relazionarmi direttamente con gli altri, intendo dire vederli di persona, scontrandomi fisicamente con loro giocando a calcio o a pallamano, sostenendo con loro una sana competizione fisica, annusando i profumi e l’odore della pelle, che soprattutto le donne miscelano sapientemente, gustando gli odori e i sapori della cucina e dei vini, ululando contro chi sul lavoro manifesta inconsapevole incapacità o cosciente arroganza. Mi piace il corpo e mi è sempre piaciuto anche il mio. Dopo la lettura di due o tre pagine, e non dalla foto dell’autore posta sulla copertina dell’Essere e il Nulla di Jean Paul Sartre, mi sono subito accorto che alla base del suo teorizzare c’era il disamore per il proprio corpo. Se fosse vivo oggi il nostro filosofo si troverebbe alla grande con la piega che i digitali hanno dato alle relazioni umane e sentimentali. Nessun digitale scriverebbe o accetterebbe un curriculum con su scritto “bella presenza”. Avete notato, nessuno la dichiara più né tantomeno nessuno la richiede incautamente più.

Non è solo questione di corpo. E’ anche questione di sostenere con la propria presenza le proprie affermazioni. Scrivere dei commenti in rete è come essere alla guida della propria auto, protetti da lamiere e paraurti, isolati dai diversi da te, quindi autorizzati a compiere ogni tipo di atto incivile e maleducato e a villaneggiare il metallo-vetro-isolato, che ti sta di fronte. Quando scrivo, ritengo di dover rispondere delle idiozie o delle prelibatezze che produco, rispondere prima di tutto alla mia intelligenza e al mio buon senso e quindi a quella degli altri. Il digitale scrive solo rivolto al computer, l’esercizio di trascrivere il pensiero in neretti su fondo bianco luminoso resta un’operazione tra se ed uno schermo. Trasuda infatti stupore ed ingenuità quando le sue affermazioni indelicate varcano la soglia del circolino di cercopitechi digitali in cui sguazza, per avere una risonanza nazionale o globale. Si accorge allora di possedere un cervello e normalmente lo usa per smentire se stesso e ciò che ha appena affermato.

Globale, ecco un altro argomento che distingue il mio essere analogico dai digitali. Quando parlo o scrivo mi ascoltano nell’ordine e a seconda se sono a casa o al lavoro: tre gatti, intendo veri, tre cani, mia moglie, qualche gallina e un’oca, una collega segretaria, una collega socia e il barista o il trippaio, ma solo quando l’epidemia me lo permette. Ci sono invece dei soggetti che hanno milioni di ascoltatori o di seguaci. Personalmente ho passato un periodo che invidiavo i parroci cattolici o i pastori protestanti, perché avevano una platea di ascoltatori, anche se riuscivano a riunirli una sola volta alla settimana. Gli intellettuali questa cosa se la sognano. Parleremo anche di globale.

Sempre nel Manifesto del Futurismo, Marinetti ad un certo punto urla:

I più anziani fra noi, hanno trent’anni: ci rimane dunque almeno un decennio, per compier l’opera nostra. Quando avremo quarant’anni, altri uomini più giovani e più validi di noi, ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili. — Noi lo desideriamo!

Un po’ mi sento già in un cestino, ma da qui vi renderò la vita dura, cari miei digitali.

 

P.S. – Mi sono forzato a far cessare la mia scrittura febbrile, perché ho pensato che questa introduzione è troppo lunga per l’Era Digitale, ma, appunto io sono un Analogico.

Analogico



12 gennaio 2021

La Vedova Verde, seconda ed ultima puntata

L’avventura diventa altro

Tralascio le occasioni, casuali e volute, che ci portarono ad una situazione galeotta. Confluiranno, insieme ad altre descrizioni,  in un racconto eroticosotto anonimato, in una raccolta insieme ad altri autori. Chissà, forse prima o poi svelerò questo mio doppio binario letterario, che tocca varie compagne di vita e di giochi per un lungo lasso di tempo. Qui, su “Giri di boa”, è la mia storia personale che racconto, non cosa e come passai ore, mesi, situazioni e fantasie comuni con la “Donna di Seta”, alias grüne Witwe (vedi la prima puntata).

Una sera mi telefonò per chiedermi aiuto su del nuovo software che iniziava ad utilizzare nell’azienda del marito. Mi proposi di darle una mano dal vivo, accettò, e andai da lei, la sera tardi. I figli dormivano, il marito era, come al solito, forse a Singapore o a Sidney. Qualche sfioramento, un mio tocco al collo dietro la poltrona a cui sedeva davanti al PC e le cose si avviarono. Come intuivo, ormoni in ebollizione, io forse ero solo quello della congiunzione astrale favorevole destinato a placarli.
scherenbostelMa ci prese gusto, e anche io. La seconda volta che andai da lei in piena notte, situazione quasi identica alla prima; ma si verificò un contrattempo esilarante: dalla Fachwerkhaus (*) nelle immediate vicinanze, dove avevo parcheggiato la mia riconoscibilissima R4 da benestante snob, era in atto una  lite di coppia, scene di gelosia, udibili da fuori, accuse e controaccuse, con entrate e uscite di lui e di lei, verso il giardino o le vetture, porte sbattute, frasi, urla. Dovetti restare rintanato per un paio di ore, per non essere sorpreso mentre uscivo dal cancelletto del giardino e salivo in macchina per tornare a casa mia. Però l’attesa non fu noiosa.

Iniziò una frequentazione sempre più intensa, a volte da me, o  da lei in situazioni favorevoli, ma cominciammo anche ad andare a cena fuori, a frequentare spettacoli, facemmo un abbonamento all’opera per me e per lei, e mancammo pochissime rappresentazioni. Si faceva coprire anche da alcune amiche, forse non proprio di alta moralità convenzionale, in certi casi lo facevano a vicenda. Ma oltre a scandagliare i piaceri della carne, in alcuni casi delle autentiche iniziazioni per lei, che pur inesperta non era, il coinvolgimento reciproco ci travolse. Durò oltre tre anni, in un momento di confidenza e di malinconia, dopo che la storia era finita, lei disse: “zwischen uns, es war fast wie eine Ehe”. E’ stato quasi un matrimonio, fra di noi. Quella donna io l’ho amata, e lei me, ma non ha mai voluto rinunciare alla sua gabbia dorata.

Forse proprio la sensazione di prigionia che lei viveva, la spingeva a situazioni che definire audaci è poco. Gliele faceva sotto il naso. Una volta, in una casa di campagna, ero rimasto a cena e poi per la notte, in una camera per gli ospiti. Poco prima dell’alba si insinuò aprendo silenziosamente la porta, dopo aver lasciato il talamo coniugale e traversato un lungo corridoio di forma irregolare. Indossava un completo da notte con short e leggera giacca in seta blu scura, svolazzante e piacevole al tatto. Non si limitò a sfiorarmi le labbra. Ma il clou fu il viaggio a Parigi. Verso novembre tirò fuori l’idea di andare insieme nella “capitale dell’amore” per una settimana, in primavera. “Non preoccuparti, ci penso io”, fu la sua lapidaria espressione. Al marito propose lo stesso viaggio, nello stesso periodo, con l’ atteso “ok, fai tutto tu, prenota”; cosette che l’imprenditore affida alla segretaria (o alla moglie). Un paio di settimane prima della partenza della coppietta (quale?) lei ricordò la cosa al marito, il quale dice che no, non può, deve annullare tutto, ha altri impegni irrinunciabili. Scenata: “era quasi un secondo viaggio di nozze, non sono la tua segretaria, è la centesima volta, ora basta!” E annunciò che lei a  Parigi ci andava lo stesso, con una sua amica. Che poi ero io. L’amica, che viveva ad Amburgo, esisteva davvero e in vari casi l’aveva coperta, in occasione di week end romantici o altre piccole fughe.

Parigi e la fine

Volo diretto, aeroporto Charles de Gaulle, alberghetto carino  nel Quartiere Latino. Musei, notti parigine, parigiponti e Lungo Senna romantici, giornate e nottate intere per noi, non solo qualche ora. Poi una mattina squilla il telefono in camera, risponde lei: gelo. Scoperti. Oltre ai sospetti che si dovevano essere accumulati, l’amica si era fatta beccare da una chiamata a casa, mentre doveva essere a Parigi, al posto mio. Non ci fu neanche un ritorno anticipato. Poi all’aeroporto lei prese un taxi per casa sua e io per la mia. Scelse la sua gabbia dorata, la famiglia, la normalità. Ci vedemmo ancora alcune volte, dopo la scoperta e il rientro, poi non più. Non ho mai più avuto sue notizie.


(*) Fachwerkhaus, costruzione tipica delle terre nordiche, molto amata dai ricchi, dopo imponenti trasformazioni ed ogni comfort moderno. Vedi foto in alto

10 gennaio 2021

Ricordi - la vedova Verde (parte 1)

Nel periodo più lungo in cui ho vissuto nel profondo nord d’Europa, quasi la metà della mia  fase adulta,  ho visto scorrere tutto lo spettro della vita “normale”, e anche lunghi e intensi spezzoni più torbidi.

Ho avuto una vita professionale, di un certo successo e soddisfazione, all’interno di una delle più grandi società di consulenza aziendale del mondo. Enormemente istruttivo, e una grande scuola, per uno che come me veniva dalle (fallite) rivoluzioni sociali, dai grandi movimenti, e dal mondo universitario. Ho anche avuto alcune opportunità che ho sprecato o non colto (di una parlo in questo blog, nel pezzo su San Diego).
Ho messo su casa e creato una famiglia, con un matrimonio durato una decina di anni e un periodo in cui mi sono ritrovato a svolgere ruoli “da babbo e da mamma”. A quelle che conoscevo già ho aggiunto un’altra  lingua, considerata ostica, arrivando a parlarla in modo quasi impercettibile per i nativi. Penso che ne scriverò, di queste e altre fasi di vita e giri di boa.

Quella che oggi mi è risalita alla memoria, e mi ha fatto lanciare con la penna d’oca digitale, si colloca nel periodo in cui ero tornato uomo libero, sotto il punto di vista sentimentale, erotico, esistenziale, ancora in quelle terre fredde ed efficienti. Lei era la mamma di un ragazzino che frequentava la stessa scuola materna del mio. Giocavano anche insieme dopo la scuola, a casa dell’uno o dell’altro, nella zona residenziale benestante appena fuori della città dove abitavamo.

Amtshaus und Kavaliershaus in Bissendorf (Wedemark)
Bissendorf

Capitava di incrociarci per quei motivi, e una volta,  ad inizio estate, mi aveva colpito in un casuale incontro, mentre veniva a riprendere suo figlio nel tardo pomeriggio. Era in bici, con una ampia gonna plissettata, e un corsetto rosso senza spallini. Scambiammo poche parole, poi lei riprese la via di casa con il bambino.  Forse scoccò già una scintilla, che avrebbe scatenato l’incendio molti mesi dopo.

L’ambiente culturale di quelle latitudini riserva eleganza e una certa sobria sensualità soprattutto alle signore bene. E’ molto più raro che da noi il presentarsi di una piacevole visione nel quotidiano, la fornaia o la bancaria, un attimo fuggevole ma che permea la giornata. A dir la verità lo stesso, o peggio si può dire del panorama maschile, caratterizzato da visibile rigidità, dall’impressione che siano fatti con lo stampino, e non dei migliori. Ma ovviamente la mia sensibilità, l’occhio, le antenne, i sensi, erano rivolti al mondo femminile. Paradossalmente, non essendo mai stato un bellone, o dedito all’eleganza e all’aspetto esteriore, a volte mi sembrava di essere anni luce in vantaggio, forse giocando sul mio essere “uomo di mondo”, cosmopolita, ecc ecc.

La “grüne Witwe”, che fa da titolo al mio racconto, è una tipologia di donna, quasi un clichè, di quelle società: vedova perchè il marito, imprenditore, manager, uomo di affari, non c’è mai  (e quando c’è è come se non ci fosse), lei si sente sola, trascurata, un oggetto di rappresentanza, nonostante che spesso sia una bella donna, che trasmette un’aura di sensualità appena coperta dall’eleganza e dalle formalità sociali. “Verde” perchè i ricchi spesso vanno a  vivere nelle cinture rurali ( o pretese tali) delle grandi città, hanno una bella casa indipendente, il giardino, il “car port” per le vetture di lui e di lei ecc.

Lei era così, quasi la personificazione del clichè, ma in più colta, intelligente, con un passato per niente piatto, e anzi piuttosto esuberante, seducente a chi sa vedere queste cose. La chiamerò “Donna di Seta”, con un gioco di parole fra il suo nome vero e certe sue caratteristiche di tessuto nobile, raffinato, adatto alla seduzione. Aveva 36 anni: “Eine Frau in ihren besten Jahren”, una donna nel meglio dei suoi anni. Che probabilmente vedeva trascorrere sprecandoli, in una vita senza emozioni, senza eros, sbiadita, senza sensazioni forti e stimoli. Banalmente si potrebbe dire che aveva gli ormoni in ebollizione, ma era anche molto che le girava in testa ad alimentare la sua voglia di uscire dai binari, dal prestabilito.

Successe alcuni mesi dopo, con una serie di mosse mie, ma ancora più sue. Lo racconterò alla prossima puntata, forse più d’una, perché la storia durò oltre 3 anni, da una vicenda prettamente e magnificamente carnale, coinvolse sempre più me e lei, con un epilogo che ci si può immaginare, ma che potrebbe essere nella sceneggiatura di un film.

Spero di non aver annoiato i miei lettori, sicuramente sono uscito per qualche ora dal mood malinconico e mi sono avventurato su un terreno finora appena accennato: amore, sesso, non acqua tiepida ma lava bollente.


Non ero un ragazzino vittima della seduttrice, la storia è molto diversa, ma mrs Robinson mi è tornata in mente come “vedova verde”, anche per una certa somiglianza fisica con la mia “Donna di Seta”.


https://www.youtube.com/watch?v=TnW59E-zyZY