Da esterno ho l'impressione che la scuola pubblica attraversi un periodo assai problematico ed abbia perso parecchio sul piano dell'autorità e della legittimità. Lunghi anni di contestazione, prima, e l'invasione dei genitori, dopo, hanno sgretolato l'immagine di un luogo dove si tramanda il sapere ma anche i principi che devono regolare i rapporti tra l'individuo e il consesso civile. L'infallibilità dell'istituzione scolastica era un eccesso, ma anche l'odierno balbettio di docenti e ministri non è da meno. Chi la fa da padroni sono i ragazzi e le loro famiglie che ormai dispongono di strumenti legali e di un potere contrattuale nei confronti della scuola, che hanno portato ad una notevole delegittimazione della stessa.
So di consigli di professori dove si discute di quali potrebbero essere le azioni legali dei genitori prima di prendere un qualsiasi provvedimento nei confronti dei ragazzi. Mi riportano testimonianze di bocciature rientrate per ricorsi al TAR. Ho quindi l'impressione che la scuola non sia più la sede più adatta e più serena ad esprimere un giudizio sui comportamenti e sulle capacità degli studenti.
In un contesto come questo trionfa una malintesa ideologia di sinistra, per cui la scuola debba portare allo stesso livello soggetti che provengono da ambienti molto diversi tra loro ed hanno avuto punti di partenza diseguali per posizione sociale e strumenti culturali. Un livellamento però verso il basso, che usa i principi di un'educazione non meritocratica per giustificare la mancanza o la poca dignità di contenuti nonché una certa deresponsabilizzazione della categoria professionale dei docenti, intesi come educatori.
Un altro elemento che portato a questa situazione risiede nella richiesta fatta ai presidi di diventare dei manager delle proprie circoscrizioni didattiche, cioè di privilegiare un'immagine di gestori brillanti del buon funzionamento economico degli istituti che dirigono. Gli studenti sono diventati degli utenti, che vanno seguiti perché escano soddisfatti, insieme ai loro genitori, dalla loro esperienza scolastica e possano quindi indirizzare altri utenti allo stesso istituto.
Prima di parlare quindi di merito ho l'impressione che si debba parlare seriamente di cosa dovrebbe essere la scuola e di cosa è invece oggi.
Per me la scuola dovrebbe essere un luogo dove si matura la conoscenza necessaria per il nostro futuro di padri, madri, lavoratori, lavoratrici, cittadini, politici. Dovrebbe prima di tutto fornire un metodo, una serie di strumenti che ti permettano di avere una visione di te stesso, del mondo che ti circonda e dei tuoi progetti di vita. Dovrebbe cercare di capire quali sono le attitudini dei ragazzi ed aiutarli a svilupparle, fornendoli di strumenti. Per avere però un minimo di successo nei confronti di soggetti che si affacciano al mondo e alla società con pochi strumenti ed un identità ancora in formazione, la scuola deve dare un quadro di riferimento di ciò che è bene e ciò che è male, cioè deve proporre e affermare un piano etico. Se non fornisci loro un dovere morale, se non accendi in loro il desiderio di conoscenza, se non fai loro capire che vale la pena di faticare sui libri, perché saranno parte di loro stessi e costituiranno le basi della loro personalità, sarà tutto inutile. La scuola qualcosa di simile a me l'ha dato.
Ogni costruzione morale, ogni convivenza civile porta con se comportamenti virtuosi e comportamenti non virtuosi, per i quali si vedono riconosciute le proprie capacità e il proprio impegno.
Sembra a questo punto che siamo ritornati al significato della parola merito.
Vediamo di andare oltre, di capire cioè quali possono essere gli obiettivi che una società civile si dà e cerca di ottenere dalla scuola, vista quest'ultima come luogo di formazione dei soggetti che partecipano al contratto sociale. La scuola deve analizzare e capire le diverse origini di questi soggetti, le maggiori o minori opportunità di acquisire strumenti che costoro hanno avuto dal loro contesto familiare e socio-economico e presuppore una base di partenza comune e un'attenzione didattica paritaria. Ma questo cosa significa, appiattire tutti verso un mediocre comun denominatore o cogliere gli interessi e le capacità di ciascun singolo, valorizzarle e portarle ad una sempre maggiore espressività, che sarà necessariamente improntata alla diversità tra questi soggetti ?
I nostri geniali predecessori che portarono a compimento la Rivoluzione francese non a caso misero insieme tre parole: libertà, uguaglianza e fraternità. Ricordiamoci che le società che hanno provato nella storia a costruire individui uguali ma non liberi hanno fallito, quelle che hanno imposto unicamente come principio di convivenza la libertà dimenticando l'uguaglianza hanno fallito. Parlo di fallimenti etici, filosofici, rispetto ai principi delle nostre democrazie: alcune delle maggiori potenze mondiali moderne si basano proprio sull'aver privilegiato la libertà o l'eguaglianza..
E se interpretassimo l'ultimo di questi valori, la fraternità, come un principio etico, un dovere morale ? Appunto come prosegue l'Enciclopedia Treccani alla voce merito: "(e sempre sulla base di un principio etico universale che, mentre sostiene la libertà del volere, afferma la doverosità dell’agire morale): avere, non avere meriti; acquistare merito e acquistare meriti; riconoscere, o al contr. misconoscere, diminuire, negare il m., l’effettivo m. di una persona; onore al m.!, frase di riconoscimento ufficiale; premio, elogio, fama superiore al m.; dare o rendere m. a uno di una cosa, riconoscere apertamente il merito che ha; se l’impresa è riuscita, tutto il m. è suo; s’è preso per sé tutti gli onori, senza nessun suo m.; in tutto questo, io non ho né colpa né merito; farsi merito di qualche cosa, vantarsene (per lo più senza averne effettivo diritto) ....."
