“Cosa vorrà ?”. Kuhn pensò a quella strana donna, di nazionalità
tedesca, che si era fatta costruire una grande villa nel bosco, dalla parte
opposta del lago, in un luogo molto isolato. I primi anni ci veniva in vacanze
con il marito, un famoso direttore d’orchestra Dopo la sua morte vi si era
stabilita definitivamente, andandoci ad abitare da sola. Ciò che rendeva la
cosa ancora più particolare era che la signora Von Apfel era paralizzata ad
entrambe le gambe e costretta quindi a passare la vita su una sedia a rotelle.
Usciva di casa assai raramente e solo per acquistare un po’ di provviste. Unica
sua compagna in quelle grandi stanze era un’infermiera, che passava con lei la
mattina e le prime ore del pomeriggio. “Che avrà da dirmi di così urgente
quella donna ?”. Provò a chiamarla, ma nessuno rispose. Ricevette invece una
nuova telefonata. Era il dottor Meyer. “Posso confermarle che la morte della
signorina Steinkopf risale alle 17:00 – 17:30 di ieri pomeriggio. Anch’essa è
stata prima stordita con un colpo, portato con notevole forza, alla nuca, e poi
attaccata agli ingranaggi della funivia. L’asfissia è giunta in pochi minuti.
Anche nel suo caso il colpo deve essere stato inferto con un oggetto di legno,
poiché non ha provocato alcuna ferita”. “Grazie dottore, spero di non avere più
bisogno di lei per qualche giorno”. Così si congedò Kuhn.
Dopo aver pranzato velocemente alla Veltliner Keller, decise di andare a trovare la signora Von Apfel. Aveva una strana sensazione di disagio. Improvvisamente non riusciva a capire come quella povera vecchia potesse vivere da sola. Una casa lontana dalla città, dove era difficile accorgersi di una sua qualsiasi necessità. Era sinceramente preoccupato per lei. Percorse la strada lungo il lago, deserta. Incrociava strade deserte, che avevano la ventura di essere abitate non più di quindici giorni all’anno. In questo periodo erano solo profili geometrici tra i larici e le betulle. Superò la casa di Giacometti, una vera rarità per quelle parti, perché oltre ad essere abitata da una famiglia, era anche provvista anche di cavalli, mucche e un cane. Una vera piccola fattoria. Percorse altri duecento metri, parcheggiò, godette per un minuto dello splendido scenario del Lej da Staz e capì perché quella vecchia pazza voleva restare in quel posto. Era piacevole, specialmente dopo aver pranzato, dover fare quei due passi nel bosco, per arrivare alla casa. Aprì il basso cancelletto, bussò brevemente ad una vecchia porta engadinese di legno chiaro, presa chissà dove, ed entrò. Sapeva che la donna teneva sempre l’ingresso aperto. Tutto era immerso in un silenzio freddo, ma doveva essere in casa a quell’ora. E infatti la trovò in cucina. Sembrava che dormisse con la testa grigia di capelli, reclinata sullo schienale della sedia a rotelle. Purtroppo il coltello da cucina infilato tra le costole in corrispondenza del cuore non era un sogno. Kuhn si sentì quasi colpevole e maledì la sfortuna di quella povera vecchia. Era arrivata vicinissima a svelargli l’identità di colui che stava insanguinando St. Moritz. Era sicuro che lei avesse visto qualcosa, o qualcuno, che poteva facilmente essere collegato alle due morti precedenti. E mentre la Von Apferl cercava disperatamente disperatamente di comunicare con lui, Kuhn stava a perdere tempo a farsi offendere al telefono da quell’orrendo Passugger. C’era da mangiarsi il fegato. Sentì la temperatura del suo corpo aumentare insieme con la velocità della circolazione del sangue.
Osservò attentamente la posizione di quel corpo debole e
leggero. Era sbilanciato all’indietro. Aveva cercato di allontanarsi dal suo
assassino, ma la lotta era stata assolutamente impari. Chi l’aveva colpita
aveva avuto il tempo e il modo di calcolare freddamente dove la coltellata
avrebbe avuto l’effetto mortale. Si mise a girare per la casa deserta. Nel
salotto, dove la donna era solita leggere ed ascoltare musica, trovò una copia dell’Engadiner Post. Il
giornalista aveva fatto un buon lavoro. Insieme con la foto di Marion Steinkopf
aveva stampato un appello, marcato in neretto: “Chi l’ha vista ?”. Rose Von
Apfel lo aveva sicuramente letto, aveva provato a parlare con Kuhn, non c’era
riuscita, aveva così telefonato a qualcun altro, per confidargli la sua
scoperta. Purtroppo aveva sbagliato persona e s’era ritrovata in quella cucina
con un coltello tra le costole. Solo che questa volta l’assassino doveva aver
fatto tutto con molta fretta e qualche traccia doveva pur essere rimasta. Fece
due telefonate, una al suo ufficio e l’altra al dottor Meyer. Quindi si mise ad
osservare attentamente tutto quello che lo circondava. Non era una casa, era
una specie di museo. Vecchi spartiti musicali pendevano dalle pareti. Una vera
collezione di strumenti musicali riempiva ogni angolo di quelle stanze. Si
camminava su uno strato di tappeti alto dieci centimetri. Erano tutti ricordi
del marito musicista. Subito dietro al grande pianoforte a cosa, in una grande
vetrina, alta come un armadio, c’era un numero incredibile di bastoni da
passeggio di legno. Doveva essere stata una vera mania per il signor Vin Apfel,
e li aveva acquistati di tutte le fogge e in tutte le parti del mondo un cui
era stato. Fu come illuminato da una visione. Cosa poteva essere facilmente
trasportato da una stanza del Palace Hotel alla stazione del Signabahn e nello
stesso tempo essere usato per colpire le vittime alla nuca e stordirle ?
Semplice, un bastone da passeggio. Con la signora Von Apfel sicuramente non ce
n’era stato bisogno. Fece una rapida verifica e non trovò alcun segno tra i
suoi capelli bianchi. Si sedette in una delle comode poltrone del salotto e si
accese una sigaretta. Fece lo sforzo di passare in rassegna tutte le persone
che conosceva e che usavano un bastone da passeggio. Non erano molte. Restò
qualche minuto assorto nei suoi pensieri. Quando arrivarono Pomatti e Pedretti,
seguiti dal dottor Meyer, un breve sorriso brillava nei suoi occhi castani che,
come tutto il resto del suo corpo, non erano né belli né brutti, ma in alcuni
momenti interessanti.
Lasciò i suoi uomini a scattare fotografie e a rilevare
impronte, anche se non era così sicuro che ne fossero capaci. Discese la
collina verso la Maierei ed arrivò alla casa dei Giacometti, Poldo era fuori
con una delle loro carrozze a cavalli a far provare qualche emozione alpina d’altri
tempi a qualche turista straniero. La signora Noelia era indaffarata intornio
ai fornelli e doveva ancora pulire la stalla, e dare il fieno ai cavalli, ma
ebbe il tempo di farlo sedere e fargli un caffè. A Kuhn piaceva andare a fare visita
a quella famiglia. Starsene al calduccio di quella cucina di fronte a quella
donna energica. Provava sensazioni di atmosfere lontane nel tempo, della casa
dei suoi genitori in St. Gallen. Pensò che non doveva essere difficile notare
da quelle finestre se passava una macchina in direzione del Lej da Staz, anche perché
ne saranno passate due o tre in tutto il giorno. “Ha visto qualcuno andare verso
la casa della signora Von Apfel questa
mattina ?” domandò. “I soliti turisti, che passeggiano intorno al lago e che
poi decidono di spingersi sino al Lej da Staz”. “Nessuno in macchina ?”. “Si” rispose la signora Giacometti, gettando
un’occhiata interrogativa, con i suoi occhi neri accesi dalla curiosità. “Verso
le nove è salito il furgone del negozio di Frei, che porta verdure e pane
fresco al ristorante. Poco dopo una macchina della Posta, che credo si sia
fermata proprio dalla signora Apfel. Le consegna ogni mattina lettere e
giornali. Infine una macchina di colore chiaro, con la targa dei Grigioni. La
guidava un uomo con gli occhiali scuri, che non ho riconosciuto. E’ tornata
indietro dopo nemmeno quindici minuti”. E’ sicura di non poter riconoscere chi
la guidava e di non aver letto i numeri della targa ?” “Mi spiace, avevo l’acqua
sul fuoco e il telefono che suonava, non mi restava molto tempo per curiosare”.
Kuhn pensava che era una brava donna e che sarebbe stata anche bella, se non
avesse nascosto la sua femminilità dietro ai capelli corti e alla sua aria da
moglie di frontiera. Salutò, ed uscendo ebbe un attimo di invidia per Poldo Giacometti, e lo vide rientrare la sera in quel nido caldo, dove quella moglie e
i suoi cuccioli davano più certezze alla vita.

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