Era da troppo tempo che Taschenbunker risultava assente da questo
palcoscenico. Torno adesso per riprendere il racconto della mia vita
precedente, che, come avrete potuto immaginare, e penso di aver avuto modo di
dirvi, si è svolta soprattutto in Svizzera.
Non ci crederete, ma Taschenbunker su quelle montagne nevose teneva pure
una moglie, che prima di legarsi al sottoscritto, incantata dal fascino latino,
aveva avuto le sue avventure sentimentali e i suoi amori liceali. Niente di
particolare, a parte il non trascurabile aspetto che uno dei suoi amori si era
consumato con un suo professore, il quale aveva tutte le caratteristiche per
affascinare la suddetta. Era engadinese, parlava Rumantsch e si presentava come
il paladino della lingua e della cultura di questi neo latini sopravvissuti
alle persecuzioni religiose ma che stavano soccombendo al turismo
internazionale.
Quando il sottoscritto l'ha incontrata questo legame non si era ancora
sciolto del tutto e Taschenbunker ha dovuto penare non poco partecipando a
conferenze colte sulla lingua Rumantsch, discorsi celebrativi del 1. Agosto,
festa nazionale svizzera, presentazioni di libri e cene con l'Ernesto De
Martino delle Alpi.
In una di queste costui, constatando di non poter più competere con me nel
cercare di aggiudicarsi le grazie della bella engadinese, decise di uccidermi.
Ero uscito da una cena a base di piatti poveri tradizionali della cucina
romancia e di ricordi e fotografie degli anni splendidi passati a Chur dal
docente e dalla discente. Mi ero sostenuto unicamente bevendo oleosi e
caramellati Merlot locali, quindi avevo iniziato una sorta di parabola fisica
discendente e mi ero appena distaccato dalla tavola colma di ricordi, per
sdraiarmi sul divano. Mi ricordo che stavo sbadigliando, sarà passata da poco
mezzanotte, quando nella stanza risuonò la voce tonante del conservatore della
cultura locale, che disse, con il tono pieno di entusiasmo che sempre lo contraddistingueva:
Facciamo una Schlitteda. Un po' sonnecchiavo, un po' non avevo grande padronanza
della lingua alpina, ma soprattutto mi ritenevo ormai in salvo da questa serata
da due galli e una gallina, per cui non compresi subito la gravità della
situazione. Dovete considerare anche il fatto che era Gennaio, saremmo stati su
gli 800 - 900 metri, fuori c'era la neve e una temperatura intorno ai 6 - 7
gradi sotto zero. La Schlitteda prende il suo nome dalle slitte e significa
inforcarne una e gettarsi giù per un pendio innevato urlando come un'orsa in
calore.
Qui dobbiamo per correttezza aprire una parentesi sul carattere degli svizzeri. Sono un popolo previdente, rispettoso delle leggi, attenti ad evitare situazioni pericolose e a prevenire ogni rischio di incidente. Se però li mettete su una slitta, perdono completamente tutte queste caratteristiche e si gettano giù per le montagne, sprezzanti del pericolo e fregandosene della loro incolumità. Un amico ricercatore mi raccontava di una situazione simile, dopo una cena post congressuale in un ristorante elegante in cima ad un monte, qualcuno aveva proposto di tornare con le slitte invece che con la funivia, e lui aveva sognato per anni quella discesa folle, rivivendone il terrore.
Superato lo stupore iniziale, cerco di oppormi al progetto. L'ex moglie
naturalmente è entusiasta e non percepisce l'intento finale del proponente, che
è quello di farmi sparire nel buio di un dirupo alpino. Prendiamo le slitte e
le carichiamo in macchina, si in macchina, perché per arrivare al punto di
partenza della Schlitteda, che è quasi a duemila metri, dobbiamo percorrere una
specie di sentiero disegnato a tornanti per quasi un'ora. Ho assolutamente
chiaro che il docente vuole uccidermi, ma sono intorpidito dal freddo e dalla
stanchezza e intorno a me c'è solo gente entusiasta per la bella idea. Lungo la
strada il monumento alle lingue minori locali si illumina di nuovo e dice che
dobbiamo assolutamente passare a prendere una sua amica e i suoi figli. Sono le
una di notte, siamo su una stradina di montagna in mezzo alla neve e in questo
scenario spettrale lui ha un’amica da chiamare per una bella Schlitteda. E la
cosa incredibile è che la tipa esiste da vero. Vive, anzi sopravvive, in una
casa semi diroccata, con annessa stalla con una mucca e un cavallo. Super
alternativa, capelli a spazzola biondi, senza marito e due figlioli maschi. Lei
è sveglia, loro dormono, lei, alternativa ma non scema, si rifiuta di venire,
mentre i pargoli sono entusiasti di interrompere il loro sonno e gettarsi nella
gelida notte.
Faccio un ultimo tentativo di sopravvivere all'imboscata, qualcuno deve
infatti riportare l'auto con la quale siamo venuti a valle. Mi offro come
volontario, ma l'Omero dei ghiacciai dice che si sacrificherà lui, perché io
non posso perdere questa occasione, che forse non si ripresenterà mai più, di
vivere una Schlitteda. L'affermazione mi suona come un avvertimento funebre e
mi vedo già disperso nel buio a morire assiderato o spiaccicato con la mia
slitta su un masso di granito.
Siamo ai blocchi di partenza, i marziani biondi sono eccitatissimi e
festanti. Sono i primi a partire e a gettarsi nel buio della pista. L'ex moglie
li segue altrettanto entusiasta. L'ultima cosa che ricordo prima di affogare
nel buio e nel gelo è di aver sperato che fosse solo un brutto sogno, causato
dalla pesante cucina tradizionale locale.
Non lo era. Non so come sia riuscito a sopravvivere, ma sono arrivato a
valle, dopo essere infilato in montagne di neve gelata, aver consumato una
buona metà dei miei scarponi nel tentativo di frenare la corsa, essermi
impigliato nella rete elettrificata di un pascolo e aver abbracciato un
numero imprecisato di abeti. Il tutto reso ancora più crudele dai pargoli
dell'alternativa, che mi aspettavano ogni duecento metri per irridermi.
Il pensiero che mi ha mantenuto in vita è stata la soddisfazione che avrei
avuto quando sarei arrivato a valle e mi sarei mostrato ancora vivo al mio
persecutore. E così è stato.
Da quel giorno rinunciò definitivamente alla bella engadinese, per
dedicarsi esclusivamente alla lingua e alla cultura romancia e alle sane tradizioni
delle popolazioni locali.
Taschenbunker

