19 maggio 2021

La Schlitteda assassina

Era da troppo tempo che Taschenbunker risultava assente da questo palcoscenico. Torno adesso per riprendere il racconto della mia vita precedente, che, come avrete potuto immaginare, e penso di aver avuto modo di dirvi, si è svolta soprattutto in Svizzera.

Non ci crederete, ma Taschenbunker su quelle montagne nevose teneva pure una moglie, che prima di legarsi al sottoscritto, incantata dal fascino latino, aveva avuto le sue avventure sentimentali e i suoi amori liceali. Niente di particolare, a parte il non trascurabile aspetto che uno dei suoi amori si era consumato con un suo professore, il quale aveva tutte le caratteristiche per affascinare la suddetta. Era engadinese, parlava Rumantsch e si presentava come il paladino della lingua e della cultura di questi neo latini sopravvissuti alle persecuzioni religiose ma che stavano soccombendo al turismo internazionale.

Quando il sottoscritto l'ha incontrata questo legame non si era ancora sciolto del tutto e Taschenbunker ha dovuto penare non poco partecipando a conferenze colte sulla lingua Rumantsch, discorsi celebrativi del 1. Agosto, festa nazionale svizzera, presentazioni di libri e cene con l'Ernesto De Martino delle Alpi.

In una di queste costui, constatando di non poter più competere con me nel cercare di aggiudicarsi le grazie della bella engadinese, decise di uccidermi.

Ero uscito da una cena a base di piatti poveri tradizionali della cucina romancia e di ricordi e fotografie degli anni splendidi passati a Chur dal docente e dalla discente. Mi ero sostenuto unicamente bevendo oleosi e caramellati Merlot locali, quindi avevo iniziato una sorta di parabola fisica discendente e mi ero appena distaccato dalla tavola colma di ricordi, per sdraiarmi sul divano. Mi ricordo che stavo sbadigliando, sarà passata da poco mezzanotte, quando nella stanza risuonò la voce tonante del conservatore della cultura locale, che disse, con il tono pieno di entusiasmo che sempre lo contraddistingueva: Facciamo una Schlitteda. Un po' sonnecchiavo, un po' non avevo grande padronanza della lingua alpina, ma soprattutto mi ritenevo ormai in salvo da questa serata da due galli e una gallina, per cui non compresi subito la gravità della situazione. Dovete considerare anche il fatto che era Gennaio, saremmo stati su gli 800 - 900 metri, fuori c'era la neve e una temperatura intorno ai 6 - 7 gradi sotto zero. La Schlitteda prende il suo nome dalle slitte e significa inforcarne una e gettarsi giù per un pendio innevato urlando come un'orsa in calore.


Qui dobbiamo per correttezza aprire una parentesi sul carattere degli svizzeri. Sono un popolo previdente, rispettoso delle leggi, attenti ad evitare situazioni pericolose e a prevenire ogni rischio di incidente. Se però li mettete su una slitta, perdono completamente tutte queste caratteristiche e si gettano giù per le montagne, sprezzanti del pericolo e fregandosene della loro incolumità. Un amico ricercatore mi raccontava di una situazione simile, dopo una cena post congressuale in un ristorante elegante in cima ad un monte, qualcuno aveva proposto di tornare con le slitte invece che con la funivia, e lui aveva sognato per anni quella discesa folle, rivivendone il terrore.

Superato lo stupore iniziale, cerco di oppormi al progetto. L'ex moglie naturalmente è entusiasta e non percepisce l'intento finale del proponente, che è quello di farmi sparire nel buio di un dirupo alpino. Prendiamo le slitte e le carichiamo in macchina, si in macchina, perché per arrivare al punto di partenza della Schlitteda, che è quasi a duemila metri, dobbiamo percorrere una specie di sentiero disegnato a tornanti per quasi un'ora. Ho assolutamente chiaro che il docente vuole uccidermi, ma sono intorpidito dal freddo e dalla stanchezza e intorno a me c'è solo gente entusiasta per la bella idea. Lungo la strada il monumento alle lingue minori locali si illumina di nuovo e dice che dobbiamo assolutamente passare a prendere una sua amica e i suoi figli. Sono le una di notte, siamo su una stradina di montagna in mezzo alla neve e in questo scenario spettrale lui ha un’amica da chiamare per una bella Schlitteda. E la cosa incredibile è che la tipa esiste da vero. Vive, anzi sopravvive, in una casa semi diroccata, con annessa stalla con una mucca e un cavallo. Super alternativa, capelli a spazzola biondi, senza marito e due figlioli maschi. Lei è sveglia, loro dormono, lei, alternativa ma non scema, si rifiuta di venire, mentre i pargoli sono entusiasti di interrompere il loro sonno e gettarsi nella gelida notte.

Faccio un ultimo tentativo di sopravvivere all'imboscata, qualcuno deve infatti riportare l'auto con la quale siamo venuti a valle. Mi offro come volontario, ma l'Omero dei ghiacciai dice che si sacrificherà lui, perché io non posso perdere questa occasione, che forse non si ripresenterà mai più, di vivere una Schlitteda. L'affermazione mi suona come un avvertimento funebre e mi vedo già disperso nel buio a morire assiderato o spiaccicato con la mia slitta su un masso di granito.

Siamo ai blocchi di partenza, i marziani biondi sono eccitatissimi e festanti. Sono i primi a partire e a gettarsi nel buio della pista. L'ex moglie li segue altrettanto entusiasta. L'ultima cosa che ricordo prima di affogare nel buio e nel gelo è di aver sperato che fosse solo un brutto sogno, causato dalla pesante cucina tradizionale locale.

Non lo era. Non so come sia riuscito a sopravvivere, ma sono arrivato a valle, dopo essere infilato in montagne di neve gelata, aver consumato una buona metà dei miei scarponi nel tentativo di frenare la corsa, essermi impigliato nella rete elettrificata di un pascolo e aver abbracciato un  numero imprecisato di abeti. Il tutto reso ancora più crudele dai pargoli dell'alternativa, che mi aspettavano ogni duecento metri per irridermi.

Il pensiero che mi ha mantenuto in vita è stata la soddisfazione che avrei avuto quando sarei arrivato a valle e mi sarei mostrato ancora vivo al mio persecutore. E così è stato.

Da quel giorno rinunciò definitivamente alla bella engadinese, per dedicarsi esclusivamente alla lingua e alla cultura romancia e alle sane tradizioni delle popolazioni locali.


Taschenbunker



Cinque consigli più o meno pratici per imparare l'Italiano

Mi hanno chiesto di scrivere un breve articolo, di quelli che oggi vanno tanto di moda in rete, ma che poi ricalcano alcune vecchie pubblicità americane degli anni Sessanta. Vi ricordate la massaia dell'Iowa che ci dava 10 utili consigli su come utilizzare il nuovissimo aspirapolvere o il concessionario dell'Idhao che ci dava 5 irrinunciabili suggerimenti su come scegliere una Cadillac ?
A me hanno chiesto di dare consigli su come imparare l'Italiano.
Nonostante lo stupido punto di partenza, devo dire che quello che ne è venuto fuori, non mi dispiace affatto, per cui lo condivido con voi, miei affezionati, eroici e rari lettori.



Cinque punti da prendere in considerazione per imparare a parlare la lingua italiana

La lingua italiana ha una sua particolarità, difficilmente si impara per ragioni di lavoro, è soprattutto una lingua di conoscenza. Chi la vuole imparare è attratto dalla cultura, dall’arte, dalla storia, dalla cucina, dai vini, dal cosiddetto stile di vita italiano. E’ una lingua che si impara per propria soddisfazione e per curiosità intellettuale. Dobbiamo quindi tenere conto di questo aspetto se vogliamo darvi dei consigli utili su come imparare a parlarla.

Motivazioni – Se dovete fare un viaggio in Italia, se avete un amante italiano, se volete leggere Umberto Eco in lingua originale, se volete organizzare un corso di cucina italiana, se volete andare alla ricerca dei vostri lontani parenti sulle montagne dell’Abruzzo, partite già avvantaggiati. Avete delle forti motivazioni per apprendere e parlare questa lingua. L’Italiano, come tutte le altre lingue, serve per comunicare con qualcuno, se avete seri motivi (o anche molto piacevoli) per comunicare qualcosa a questo qualcuno, avrete molta più facilità nell’apprendimento.

Opportunità – Cercate dappertutto ed in ogni momento di praticare la lingua. Accendete una radio italiana, quasi tutte offrono adesso l’ascolto in streaming, comprate (e leggete) un giornale italiano, andate a fare la spesa da qual pizzicagnolo all’angolo, che vende prodotti italiani e che appena può ama parlare nella sua lingua di origine, fissate una video conferenza con quell’amica italiana, che avete conosciuto sulla spiaggia in Puglia, costringete i vostri figli e i vostri parenti più stretti ad una conversazione a colazione parlando in Italiano.

Lezioni – Seguite un bel corso di lingua italiana in una qualsiasi forma. Oggi ce ne sono di tutti i tipi: on line, sia attivi che passivi, con una App, presso una qualsiasi associazione culturale italiana all’estero, in una scuola di lingua italiana a Firenze o a Taormina, con un Tutor personale che viene a casa vostra. Va tutto bene, anche andare a cercarli su YouTube, l’importante è che facciate attenzione a come questi corsi pensano di insegnarvi la lingua italiana. In questo caso il metodo è importante. Si può partire da qualsiasi argomento, alla maniera dello strutturalismo alla Chomsky, ma l’importante è come si propone l’apprendimento. Se dovete solo ascoltare una qualsiasi descrizione o conversazione, solo per sentire il suono della lingua, e non avete particolari disturbi del sonno, optate allora per un metodo che si basi sulla suggestopedia e sull’ipnosi, e ascoltate con le cuffie mentre dormite. Concentratevi su chi parla di approccio comunicativo, su chi parla dei bisogni linguistici di un pubblico adulto desideroso di comunicare e conoscere, su chi punta a presentarvi la lingua attraverso funzioni linguistiche sempre più complesse, sino a raggiungere quella soglia che è propria dei nativi di lingua materna e che permette di esprimersi pienamente e liberamente.

Approccio psicologico – Considerate che vi ponete, forse dopo tanto tempo, nella posizione di chi vuole apprendere. Quale posizione migliore per l’apprendimento che quella dell’infante, che giace da qualche parte dentro di voi. Lozano, padre della suggestopedia, teorizzava che l’apprendente deve tornare bambino per poter apprendere senza stress, considerando che l’infanzia è un periodo in cui mancano i concetti di critica e autocritica. Quindi ecco due passaggi fondamentali: prima di tutto porsi su un livello di giocosità, giocate con le parole, come si faceva da bambini, divertitevi anche a dire cose pazze e a ironizzare su voi stessi e su gli altri; quindi non abbiate paura di sbagliare, l’errore fa parte dell’apprendimento e se riuscite a non avere paura del giudizio degli altri e del vostro, divertitevi a sbagliare. Naturalmente, come è accaduto già nel nostro sviluppo, non si può continuare solo a sbagliare e a prendere in giro gli altri, e con il tempo gli errori vanno corretti.

Fatica e sudore – Ricordatevi infine che apprendere una lingua significa studiare e lo studio è anche uno sforzo fisico, come un qualsiasi lavoro. Ci vuole attenzione, concentrazione e impegno. Ci si può divertire quanto si vuole a raccogliere ciliegie e a mangiarle, ma se non siete a rubarle su un albero del vicino, la pianta va curata, concimate, potata. Quindi mettete in conto anche un po’ di fatica e di sudore, vedrete, entrambi ben spesi.

 

 Andrea analogico


05 maggio 2021

i tempi cambiano, gli umori anche ...



i tempi cambiano, gli umori anche ... 
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i tempi cambiano, gli umori anche ... 




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02 maggio 2021

Vati e spiriti pratici

Sembra che ormai la Domenica sia il mio giorno di riflessioni. E' iniziata come tutti gli anni la guerra dell'erba:  tosaerba, decespugliatore, trattorino, il mio esercito personale mi sorregge in questa opera titanica di tenere pulito l'ettaro di terreno che c'è intorno a casa mia. Un tempo iniziavo al mattino e finivo alla sera, adesso ho un'autonomia di tre o quattro ore, e all'interno di queste, mi devo fermare a riposarmi o a stirare le mie stanche membra. Mi siedo su una poltrona al sole e mi vengono in mente le parole di mia moglie del giorno prima su un articolo di Susanna Tamaro sul Corriere della Sera, nel quale sembra che ce l'abbia con il '68. Lei scrive periodicamente per il Corriere e mi è capitato di leggere alcune sue cose carine. Parte di solito dal microcosmo agreste in cui vive, da esperienze personali affini alle mie, per esempio Telecom che non interviene per riparare la linea telefonica, qualche episodio mi sembra legato alle api, per poi arrivare a riflessioni sull'Italia e sul mondo.
Parte effettivamente dagli appezzamenti arancioni di terra, desertficati dal diserbante, cioè da qualcosa che è possibile vedere sia intorno a casa sua che a casa mia, ma viene subito folgorata da una categoria celeste "I Bravi Ragazzi", cioè quelli che durante la pandemia hanno dato prova di coraggio, altruismo, pietas. Da contrapporre a quelli che hanno il cuore arido e che fanno figli come pesci, per poi abbandonarli in acque ostili. Mette quindi in riga Illuminismo, Darwinismo e altri cinici movimenti di pensiero così, con due parole, senza un'analisi o un riferimento, niente. Penso che la sua fede religiosa la porti a frequentare strade diverse dalle mie e continuo sereno la mia lettura. Il Sessantotto viene citato un'unica volta, per equipararlo al diserbante e per dargli la responsabilità di tutto il peggio dell'essere umano. E qui il Vate, anzi la Vate (o Vatessa ?) dà il meglio di sè. La scrivente dichiara di sapere cosa sia il Bene e di perseguirlo grazie alla Consapevolezza e alla Volontà. Gli altri (quali ? chi ?) scelgono invece il Male, perchè è più comodo e più facile. Le maiuscole sono mie, ma gli aggettivi sono suoi. Tutto questo senza un riferimento, una citazione, un minimo di analisi. Mi fermo allora a pensare quanti filosofi, scrittori, artisti hanno descritto l'essere umano come un qualcosa di complesso, sballottato tra i limiti imposti dal Bene e dal Male. Tutto messo da parte, basta la consapevolezza e la volontà di Susanna Tamaro, noi invece perfidi individui, ci lasciamo andare alle cose comode e facili. Ma di chi parlerà ? Non ce lo dice.


La vera essenza dell'Essere Umano

Penso allora alla scrittrice che periodicamente viene invitata dal giornale a scrivere un articolo e si sente in dovere di dare un contributo essenziale all'esistenza degli altri. Giudica quindi, vaticina e pontifica.
Per fortuna mi imbatto subito dopo nel sublime spirito pratico del buon vecchio Antonio Paolucci, ex sovrintendente, ex ministro e attuale Direttore dei Musei Vaticani. Non me ne voglia per il vecchio, è detto con affetto e ammirazione. Interrogato, sempre sul Corriere, sulla decadenza di Firenze e del suo centro storico, risponde: "Amare la propria città non è un concetto complicato; significa comportarsi da persone civili. Si parla di cose semplici e concrete come non sporcare, non fare casino, non assembrarsi nelle piazze, non gettare l'immondizia dove capita... Poi, certo, se sei un poeta, è un bel gesto d'amore anche scrivere versi su Firenze e dedicarglieli. Ma per tutti quelli che poeti non sono, basta poco".Ed è tutto minuscolo e quotidiano, aggiungo io. Tutto molto più vicino agli altri che al proprio Grande Ego.