E non sono come le lucciole pasoliniane, la cui scomparsa era un po' un'invenzione letteraria. Non ci sono più davvero.
Uno dei ricordi più belli della mia infanzia è legato ad un immagine del sottoscritto forse undicenne, impegnato in una gioiosa pedalata estiva, in posizione eretta sui pedali, con un coetaneo seduto sul sedile con le gambe ciondoloni. Felici di andarcene per i fatti nostri, con o senza una meta, noncuranti del caldo e degli adulti. Il più delle volte buttati fuori dalle proprie abitazioni proprio da questi adulti, in Inverno dopo aver sbrigato la questione compiti, in Estate senza nemmeno questo limite, che sibilavano: "non vi fate vedere prima dell'ora di cena". E via quindi per i campi, per i vicoli delle colline, per i depositi di legnami o per i cantieri abbandonati. Avevamo tutto un mondo di avventure a nostra disposizione.
Mi ricordo che non lontano da casa mia, salendo verso il Cimitero di Soffiano, c'era un oliveta che arrivava sino ad una piccola cava abbandonata dove la vegetazione la faceva da padrona a causa dell'ombra e dell'umidità. La chiamavamo la Valle dei Banditi e a Dicembre raccoglievamo il muschio per il presepe che ci cresceva abbondante. Quanti film western ci hanno visti come protagonisti in quel luogo, ogni giorno un episodio di una saga familiare alla Bonanza.
Poco lontano c'era un deposito di legname, con tronchi di pino e di abete accatastati un po' alla rinfusa. Non so se fosse abbandonato, il fatto è che non esisteva un guardiano e una volta entrati da un buco nella recinzione eravamo nel nostro parco giochi di legno. Avevamo costruito un fortino e naturalmente lo avevamo chiamato Fort Apache. Ci dividevamo a turno in assaliti e assalitori, in eroici buoni e cinici cattivi.
Venne anche il tempo delle carrettelle. Fantastico mezzo di locomozione, progettato da Capitan Nemo e realizzato da Geppetto. Design avveniristico, un triangolo o un rettangolo di legno, a seconda del pezzo che riuscivamo a ricavare da vecchi recinti, dotato di 4 cuscinetti a sfera, che costituivano le ruote, con un palo fermato al vertice del triangolo o nel mezzo del lato più piccolo del rettangolo per mezzo di un lungo bullone, che fungeva da sterzo e poteva essere azionato con le mani o con i piedi a seconda se la tua posizione di guida prevedesse la testa o le gambe in avanti.
Con questi mezzi di locomozione rudimentali ci gettavamo giù per le discese che portavano ai garage nei cortili interni dei palazzi o giù per le discese delle stradine di collina. E siamo ancora vivi.
Non c'erano solo le avventure, c'era anche la noia, in abbondanza. Ma anche quella era deliziosa, in quelle estati potevamo assaporare giornate intere senza scuola, senza compiti, senza alcun appuntamento, la bellezza di una giornata che al suo inizio appariva completamente vuota e che poi, spinti dai primi sentori di noia, riempivamo via via delle cose più inaspettate. A volta rimanevamo sorpresi dalle nostre invenzioni. Deve essere proprio in quel periodo che abbiamo formato quella che si definisce una personalità interessante.
Ma fermiamo questo piacevole viaggio a ritroso nel tempo, al quale sicuramente dedicherò un specifica ed ampia puntata nel prossimo futuro. Voglio infatti adesso analizzare il fatto che i ragazzi e le ragazze di oggi non stanno in strada. Guardate non è una mia fissazione, cercate di applicare la vostra attenzione a questo fatto e vedrete che il nostro mondo quotidiano è privo di questi soggetti.
Ci possono essere svariati motivi, diciamo di carattere oggettivo. I principali sono l'aumento del traffico di automobili e motorini e l'insicurezza data dalla disgregazione del tessuto sociale nei centri urbani di maggiori dimensioni.
Effettivamente le strade delle nostre città sono piene di ogni tipo di mezzo di trasporto: camion, autobus, auto, motoroni, motorini, monopattini e biciclette elettriche, monopattini e biciclette meccanici. Soprattutto questi ultimi mezzi hanno contribuito ad eliminare la distinzione tra sede stradale e marciapiedi ed hanno l'assurda pretesa di venir considerati come pedoni nel rispetto del codice stradale. Con i miei amichetti giocavo a pallone in via Soffiano, che quando vi sono giunto proveniente da via Pisana, era ancora sterrata. Oggi non vedo alcuna possibilità di praticare lo stesso gioco sui marciapiedi o nei giardini delle piazze cittadine, anzi in alcuni casi è addirittura vietato.
Ho iniziato ad andare a scuola da solo, o insieme a qualche amichetto, sin dai tempi delle elementari. Oggi non lo vedo molto praticabile né in generale praticato.
A volte tornavamo al termine delle nostre giornate interminabili, a piedi o in bicicletta, "a buio", provenienti da quartieri anche piuttosto lontani e l'unico pericolo era quello di bucare una gomma o infilare con una ruota nei binari di tramvie dismesse. Oggi la cosa è un po' diversa e ci sono zone della città che non sono tranquillamente praticabili né di giorno né di notte.
Ci sono però anche dei fattori diciamo soggettivi, o meglio, storico-culturali. La burocrazia scolastica e l'educazione difensiva, cioè il timore da parte degli operatori scolastici di vedersi addossata ogni tipo di responsabilità in caso di incidenti, non permette alcuna libertà di movimento ai ragazzi e alla ragazze. Un genitore oggi è obbligato ad accompagnare sempre i propri figli, meglio se in auto, altrimenti viene giudicato un irresponsabile e i figli vengono trattenuti in ostaggio dalla scuola.
La famiglia non è da meno e difficilmente lascia libera mobilità agli adolescenti, per il timore di ritrovarli travolti da un auto o avvicinati da personaggi poco raccomandabili.
Entrambe le istituzioni sono decisamente avare in quanto a fiducia nei soggetti sopra citati. E si sa, senza fiducia non si costruiscono grosse personalità. La famiglia, normalmente rappresentata dalla madre, si assume il ruolo di servizio di noleggio con conducente, trasportando e scaricando la prole a scuola, in palestra, in piscina. A questi adolescenti infatti non viene lasciato alcun momento libero nella loro giornata e quando non sono a fare i compiti devono per forza seguire un corso o praticare una qualche disciplina, il più delle volte anche questa determinata non tanto dalle caratteristiche e attitudini dei soggetti ma dai tormenti esistenziali e sociali dei loro genitori. Risultato è che tutti non hanno più un momento libero e le giornate sono piene di appuntamenti e impegni. La noia non è più prodotta dal niente, dal vuoto, ma dalla ripetitività e dal troppo pieno. La noia non è più quindi un fattore positivo che porta alla ricerca e all'invenzione ma è un fattore negativo che porta al rifiuto e alla scarsa partecipazione.
I soggetti di cui sopra si abbandonano a tutte queste dinamiche e si lasciano gestire e scarrozzare in ogni dove. Tutto esiste in quanto servito loro e non scelto consapevolmente. La contraddizione è nel fatto che soggetti sottoposti ad iperattività maturano e vivono in una passività indolente.
Purtroppo, spesso, il rapporto più intenso e con maggiore partecipazione è con il proprio smartphone, vissuto non tanto come strumento di comunicazione con gli altri e con il mondo, ma come un mondo autonomo con una sua logica e compiutezza.
Lo so, non si può tornare indietro, però qualcosa noi adulti dobbiamo fare. Lavorare un po' di più sulla fiducia, lasciarli muovere un po' più autonomamente, fargli correre qualche rischio di sbagliare di deludere e di deludersi, applicarci maggiormente, noi adulti, a cercare di capire quali sono le loro attitudini e progetti, fargli sporcare un po' le mani nella realtà, lasciarli annoiare felicemente ?
E se li buttassimo in strada, sibilando: "non vi fate vedere prima dell'ora di cena" ?