27 febbraio 2022

Un tranquillo weekend da paura a Paspels

Mentre il Ministro degli esteri russo pronuncia per la prima volta l'aggettivo nucleare a margine dell'assurda guerra in Ucraina, ho necessità di perdermi in qualche bella storia del passato, in un qualche ricordo della mia vita precedente, sapientemente ingigantito dalla fantasia.

Chi meglio dell'ex fidanzato della mia prima moglie, assurto a tale ruolo, intendo di ex, dopo il mio incontro fatale con la fanciulla, scesa dalle vette innevate dell'Engadina. Vi avevo accennato che si trattava del suo professore al liceo, abbastanza giovane anche lui come insegnante, ma non abbastanza da non far rilevare una certa differenza di età con la giovane studentessa. E comunque non si fa, quando i rapporti sociali e di potere sono così macroscopicamente sbilanciati, non si fa, e a decidere deve essere soprattutto il più forte. Ma andiamo oltre alle questioni morali e restiamo ai fatti. Il soggetto, che da questo momento chiameremo Alpöhi, non aveva preso bene la cosa, sin dal primo momento che era sceso dal treno alla stazione di Firenze, con la speranza di riprendere le fila dell'amore illecito, ma si era trovato di fronte alla fanciulla innamorata di un altro, la quale gli aveva confessato tutto prima di arrivare alla testa del binario. Aveva già una volta cercato di uccidermi in maniera evidente, ricordate la schlitteda assassina ? Passato però un anno rancoroso, aveva studiato un metodo più subdolo ed efficace per minare l'idillio dei due innamorati. Ci aveva infatti invitato a casa sua per il weekend.
Avevo subito subodorato il tranello e mi ero imposto di non accettare, ma, già succube dell'affascinante alpina e spinto dall'arroganza di chi pensa di aver vinto al primo scontro la guerra e di non temere più niente dal suo nemico, accettai.




Paspels non è una fabbrica di pannolini per bambini, è un piccolo e poco ridente villaggio svizzero, lungo la valle del Reno posteriore, prima che si incontri con l'altro ramo, quello anteriore, al Castello di Rachenau. E' in una valle tutto sommato abbastanza buia, ma comunque è un villaggio di campagna. Già quella campagna dove la fanciulla avrebbe sempre voluto andare a vivere, ma l'Alpöhi si era sempre rifiutato di lasciare gli agi della città di Coira. Adesso, proprio adesso, aveva invece preso in affitto questa bella casa con i tetti spioventi, in mezzo ad un frutteto e pure provvista di un orto. Arriviamo abbastanza stravolti dopo un lungo viaggio in auto, essendo il posto non proprio dietro l'angolo, anche arrivandoci dall'Engadina. La prima cosa naturalmente con la quale ci accoglie è una bella visita guidata del giardino, del frutteto e dell'orto. Siamo in Estate, Estate svizzera, quindi nostra tarda Primavera, l'orto è disegnato perfettamente, sul modello di una scacchiera, chiedo se i finocchi e i sedani sono stati acquistati dall'ortolano al mattino e messi così come erano a dimora senza radici nella terra grassa e nera, solo per impressionarci. Il nemico sorride senza apparentemente soffrire il colpo, ma è chiaro ci stiamo studiando diffidenti, come due gatti maschi che si incontrano in piena notte al chiaro di luna ed hanno una camionata di ragioni per attaccare briga. La ragione principale, cioè la fanciulla engadinese, recita alla grande il proprio ruolo, quello della gatta-trofeo per il vincitore. E lì mi rendo conto dell'errore madornale fatto ad accettare l'invito. Siamo di nuovo alla pari, aver vinto il primo round non serve più a niente, esiste ancora la possibilità che lei scelga lui e non me. Per un momento odio entrambi, ma poi avvedutamente concentro tutto il mio livore sul nemico.




Un vialetto immerso tra le fronde del frutteto, con mele gigantesche e rossastre, posticce, sicuramente attaccate la mattina stessa, ci porta alla magione. Fortunatamente non ci ha messo in due camere separate, ma il modo come apre la porta e mi invita ad entrare insieme alla fanciulla, mi fa sospettare che potrebbe essere l'ultima volta che godo di questo diritto.
Nella casa regna un ordine ed una pulizia perfetta, cosa non così abituale per l'Alpöhi a detta della fanciulla. Sospetto che ci possa essere da qualche parte uno stanzino dove sono ammucchiate tutte le cose che erano sparse per la casa e lo cerco freneticamente. Ne trovo uno, spalanco la porta, accendo la luce e commento sarcasticamente su questo dirty corner. Ma si rivela una trappola. Il furbo aveva infatti accumulato nella stanzetta esclusivamente libri, riviste, persino spartiti musicali, anche se è risaputo che non ha mai suonato nemmeno un campanello, insieme con una montagna di appunti, vergati a mano. Si, commenta serafico, è lo studio dove sto lavorando al mio prossimo libro.
Si, perché l'Alpöhi è un fior di intellettuale, salvatore di lingue morenti, presidente di fondazioni culturali, giornalista, valente frequentatore di trasmissioni televisive e difensore naturalmente di tutte le minoranze, soprattutto di quella Rumantscha. Argomento con il quale ha conquistato la fanciulla ai tempi del Liceo, figlia di svizzeri tedeschi, conquistatori del territorio engadinese grazie al turismo. I nativi si sono infatti vendicati nutrendo con poesie, traduzioni di Bibbie e disegnatori di graffiti sulle facciate delle case, il senso di colpa dei figli degli albergatori di madre lingua tedesca.
La cena naturalmente è un'esplosione di sapori e di cucine etniche, possibilmente perseguitate, e di vini bianchi e rosati della vicina Maienfeld. Pesci gustosissimi dai torrenti dei Grigioni, bacche boschive dalle macchie engadinesi, nocciole autarchiche, erbette di prati alpini, acqua dai ghiacciai soprastanti, latte e burro dalla mucca della vicina, che li per li vedo come una coinquilina sovrappeso. Mi rendo conto che sto franando dal primo all'ultimo posto del podio, sapete quei podi prodotti da sport sempre più democratici, che accolgono ad un livello appena più basso del terzo classificato, allungando in maniera spropositata il podio, tutti i perdenti ?
Ma ancora il nostro non ha giocato la sua carta migliore, l'arma finale, che annienta il giovane invadente e tronfio fiorentino: le fotografie dei tempi del Liceo. Ne possiede centinaia, le ha sapientemente raccolte, conservate ed ordinate in un paio di album. Alcune le ha lasciate fuori, scenograficamente sparpagliate su di un tavolo, Quest'ultime sono naturalmente le più significative e commoventi e ritraggono solo ed esclusivamente la fanciulla delle nevi. Io scompaio. non per mia scelta, ma per chiara volontà dei presenti. Non sono più carne ed ossa, ma nebbia e foschia, di un presente che è ormai scomparso.




Risate, schiamazzi, intensi momenti di commozione, sporadiche lacrime si succedono sino alle due di mattina. Sono annientato nel fisico e nel morale, l'Alpöhi ha stravinto e si è ripreso la sua Heidi. Io ho clamorosamente perso, annientato dalla mia sicumera e dalla boria del maschio toscano. Riccioli, occhi azzurri e antenati rinascimentali non servono più a niente. Annuncio quindi la mia ritirata e comunico che me ne vado a dormire. l'Alpöhi gongola, intravedo il suo sorriso perfido mentre infilo il corridoio per andare nella camera degli ospiti. Naturalmente la fanciulla dice che resta ancora un po' a bere l'ultime dieci bottiglie di vino e a dare un'occhiata alle ultime centrotrenta fotografie.
Infilo nel letto, ma non dormo. La sconfitta mi rende furioso e alimenta un cumulo di rancore, che in qualche modo dovrei sfogare. Verso le quattro di mattina, ebbra di ricordi e di care immagini liceali, arriva la fanciulla. Non contento di aver perso, dimostro anche la mia impossibilità e ritrosia ad accettare le sconfitte. Gliene dico di tuti i colori e le faccio notare che in questa situazione da combattimento di galli mi ci ha messo lei. La vedo vacillare e quindi vedo soprattutto vacillare la mia posizione. E' però solo un attimo, si riprende e mi rimprovera come si può rimproverare un bimbetto: "Ma cosa vai a pensare, io non ho mai avuto alcun dubbio." Mah, sarà anche, comunque nel frattempo si sono fatte le cinque e io al mattino devo ritornare a Firenze, mentre lei va con la mia auto in Engadina.
A colazione sono una specie di zombie, mentre l'Alpöhi è tutto marmellate di ribes e di lamponi, di latte e burro di alpeggio, di pani di segale e mais dal mulino locale. Escogita un ultimo trucco e mi consiglia di prendere l'auto postale, così si chiamava la corriera in Svizzera perché era gestita dalle Poste, per Bellinzona. Io speravo che la fanciulla delle nevi mi portasse almeno a Milano, ma lui lo sconsiglia caldamente, io posso prendere subito il bus e lei può così restare ancora tutta la mattina con lui a lavorare nell'orto.



Finisco di corsa la colazione autarchica e non riesco nemmeno a passare dal gabinetto. Resterò con la voglia di andarci per circa due ore e mezza, il tempo che ci vuole all'auto postale per fermarsi a tutti i villaggi, le stalle, i tabernacoli e le panchine tra Paspels e Bellinzona. Scendo alla stazione ferroviaria di Bellinzona come un pazzo furioso, paonazzo in volto con i reni in fiamme. L'Alpöhi mi ha giocato il suo ultimo tiro. Per tornare a Firenze impiego due ore e mezza di corriera, un'ora di gabinetto a Bellinzona, due ore di trenini rossi locali, tipici nella loro lentezza, per arrivare a Milano ed altre tre ore per arrivare a Firenze.
Avrò anche vinto io, ma non mi sento così fiero.


Taschenbunker



14 febbraio 2022

Lavagnetta e barbona

A volte risulta faticoso scrivere pagine intere, di recente uso le "lavagnette" o immagini varie, meglio se provocatorie





12 febbraio 2022

Elogio della compagna

Non vorrei tediarvi con la riproposta del mio intervento all'anca in tutte le salse e attraverso tutti gli account che gestisco, ma ciò ha comportato una serie di riflessioni interessanti sui ruoli e i comportamenti dei due generi e ha prodotto le basi per questo elogio.
Da quando ho sposato la rappresentante del genere femminile con la quale condivido la mia esistenza non ho usato più il termine compagna, un po' perché mi faceva sentire come in un kolchoz sovietico degli anni 20 e un po' perché potevo finalmente soddisfare la schiera di vecchiette bigotte, che hanno solo e sempre compreso e preteso il vocabolo moglie. In questo caso però compagna è un omaggio dovuto a chi, più o meno consapevolmente, ha deciso di condividere affanni e fortune di una vita comune. Come potete vedere, da questo punto di vista, cementa più un intervento chirurgico di una dichiarazione di impegno e di amore perpetuo, fatta davanti a un prete o ad un sindaco.
Il modo come la mia compagna ha condiviso con me le peripezie di queste settimane non è solo un'enunciazione che riguarda il futuro, non è una semplice promessa, è la pratica di chi ti dona una parte di sé e prende su di sé una parte di te, in tutti i suoi aspetti, piacevoli e no, nel presente, che diventa presto passato, e che ti fa presumere che lo farà anche nel futuro.
Tutto questo tocca punti fondamentali nelle relazioni di genere all'interno di una coppia ? Direi di no, direi che tocca i punti fondamentali di essere una coppia e di condividere la vita.
Lei donna non è diventata anche uomo, ha semplicemente interpretato ruoli che forse non avrebbe mai voluto interpretare. Lei si è trovata donna sola a supportare tutto ciò che normalmente grava sulle spalle di entrambi. Ha sentito la responsabilità di una casa di non facile accesso, posta in cima ad una collina e ai margini del bosco, popolata di animali che dipendevano solo da lei e che aspettavano il suo ritorno per avere la certezza di cibarsi e di porsi al riparo per la notte. Ci sono momenti in cui pensi: non posso avere un malore, non posso fare un incidente, ci sono tante, troppe cose che dipendono da me. Ci sono momenti in cui pensi: non posso sbagliare ad imboccare la ripida salita di casa, piena di foglie umide, e rischiare di slittare, avendo a bordo un quasi infermo. Non posso contrarre il virus perché devo poter continuare a fare la spesa per chi al momento non la può fare. Non posso tirarmi indietro dal chiamare il 118, richiedere un'ambulanza, spiegargli il modo migliore per salire alla casa. Non posso evitare di piantare una siringa nel petto del mio compagno, anche se la cosa ti fa quasi svenire. Non posso non affrontare quel sorpasso in un'autostrada piena di camion irrispettosi di una donna, in una carreggiata ridotta al minimo da lavori quasi eterni. Non posso mandare al diavolo idraulico ed elettricista, perché non capiscono al telefono quale e dove è il guasto alla caldaia. Non posso ignorare come funzionano i vasi comunicanti nel riempire di petrolio una stufa provvidenziale. Non posso non condividere le paure, i dubbi e le speranze di chi mi sta accanto e si sente dipendente da me.
Non sono abituato ad esporre così pubblicamente i miei sentimenti e gli aspetti quotidiani della mia convivenza, che di solito condivido unicamente con la mia compagna, ma questa volta ci vuole: Grazie Valentina.


The Boxer




Mattarella for president ovvero come non saper andare oltre allo statu quo

Anche la vespa terragnola ha avuto un piccolo intervento al pungiglione ed è così arrivata un po' in ritardo su alcuni eventi. Per esempio sull'elezione del Capo dello Stato.
C'è voluto un semestre bianco pieno di attacchi personali tra i vari leader e di improbabili candidature, ci sono voluti alcuni giorni di ingenuità e comportamenti grotteschi da parte dei nostri rappresentanti politici, per veder confermato alla presidenza un galantuomo anziano, che pensava di aver già dato e che se ne voleva andare in pensione. Cioè di nuovo, come nel caso dell'elezione di Draghi a Presidente del Consiglio, abbiamo assistito alla pochezza della nostra classe politica e alla sua incapacità di fare proposte dignitose.
La cosa che più urta è che i giornali e i vari cosiddetti mezzi di comunicazione di massa hanno fatto passare questa elezione come una vittoria del Parlamento rispetto alle segreterie dei partiti. Solo perché un centinaio dei nostri gloriosi rappresentanti ha voluto sin dalla prima votazione scrivere un nome sulla scheda, per non lasciarla bianca e per potersi contare. Ma scrivere Mattarella e continuare a farlo nelle votazioni successive ha significato solo affermare pubblicamente: non sappiamo che fare, non sappiamo chi votare, per ora non facciamo niente.
Dal vocabolario Treccani: "statu quo locuz. avv. – Formula enucleata dalle espressioni lat. moderne in statu quo ante (o prius), in statu quo nunc «nelle condizioni di prima, o d’ora».

Vespa terragnola




06 febbraio 2022

Una giornata di ordinaria follia, II parte

Siamo alfine al Pronto soccorso di Ponte a Niccheri. I giovani volontari vorrebbero rilasciarmi in fretta perché si sono fatte quasi le due e cominciano ad avere fame. La struttura è però sottoposta ad un vero assalto, 50 ricoverati al Pronto soccorso Covid e 64 a quello normale. Aspettiamo circa 15 minuti fermi sul furgone davanti all'ingresso, prima di poter entrare. In pochi secondi mi estraggono dal retro del mezzo e mi portano all'accettazione, dove però non ci sono più lettighe per trasbordare l'omone dalla sospetta lussazione all'anca. Aspettiamo quindi ancora una quindicina di minuti prima di poter liberare il lettino dell'ambulanza e permettere quindi al giovane equipaggio di correre (a sirene spiegate ?) verso il meritato pranzo. Loro partono liberi e spensierati mentre io resto prigioniero della struttura, e un braccialetto al polso con un numero di ricovero mi ricorda che parte della mia individualità appartiene adesso al sistema sanitario nazionale.
Noto subito una differenza con la clinica de luxe, qui ti danno del tu e il tono è decisamente perentorio. Comprendo subito quale sia la causa di questo atteggiamento. La causa risiede nei pazienti anziani. Vengo infatti parcheggiato in un corridoio antistante il vero pronto soccorso, insieme con altri 7 pazienti, con età media tra i 70 e i 90 anni. La maggior parte si lamenta e si esprime a male parole verso le infermiere. Qualcuno anche in modo un po' vile, cioè gridando turpiloqui quando il personale sanitario è assente e recitando richieste in forma di pacata preghiera quando questo è presente. Mi rendo conto che il tono delle infermiere è più che giustificato. Le più sindacalizzate intanto iniziano a richiedere al responsabile del reparto di presentare una richiesta ufficiale al 118 e alla Direzione sanitaria di chiusura temporanea della struttura, per eccesso di ricoverati. Cosa che credo sia realmente avvenuta.
Io però non ho tempo di verificare perché vengo finalmente ammesso al Pronto Soccorso vero e proprio. Ambiente modernissimo e apparentemente funzionale, anche con una certa indulgenza per l'estetica, sia nella struttura architettonica che nell'arredamento.




Ci ragiono però un po' sopra e mi rendo conto che forse c'è un concetto sbagliato di accoglienza alla base della costruzione. Mi domando a cosa dovrebbe servire un pronto soccorso. Mi rispondo: ad accogliere tutti i casi di malattia, frattura, ferita che per la loro gravità necessitano di una certa urgenza. Di questa tipologia di paziente non vedo nessuno, forse c'è un ulteriore reparto per questi casi più gravi. Quello che io vedo è un reparto organizzato benissimo, per l'accettazione di pazienti affetti da ogni tipo e forma di malanno. Si tratta di una porta filtrante dove si fanno i primi accertamenti e si decide in quale reparto deve andare un paziente. Accanto a me c'è un signore anziano che ha battuto la testa, c'è una donna giovane con una colica renale e un uomo altrettanto giovane con una colica biliare. Questo Pronto soccorso è un'accettazione, organizzata piuttosto bene, per entrare nella struttura ospedaliera.
Ma non sono qui come Direttore sanitario per un'ispezione sul funzionamento del Pronto soccorso, sono un paziente con un numerino al braccialetto. Sono entrato alle 13:45 ed uscirò alle 18:45 con una radiografia al bacino, che conferma che l'anca con relative protesi è perfettamente posizionata e sta li dove l'ha lasciata il chirurgo una diecina di giorni prima. La radiografia ha richiesto 15 minuti intorno alle ore 16 e il radiologo è stato anche così carino da anticiparmi a grandi linee il responso. Nell'attesa, prima della radiografia, disteso sulla mia lettiga, vedo passare un giovane medico che mi tocca la coscia e dice: "Secondo me l'anca è fuoriuscita e poi è rientrata nella sua sede. Non è che ha sentito dei rumori che avvalorino questa tesi ?". Lo deludo un po' asserendo che non ho udito alcun rumore.
Ogni tanto dal centro pensante della struttura, una specie di centrale operativa con un lungo bancone di ricezione, tutto ricoperto da spessi cristalli, pieno di monitor e personale medico indaffarato, senti pronunciare il tuo nome o il numero correlato, ma poi non segue niente. Niente di niente.
Il mio atteggiamento per le prime quattro ore è stato quello di mantenere un silenzio dignitoso. Mi sono trovato spesso nella vita ad organizzare il lavoro di un gruppo di persone e so quanto possono pesare commenti inopportuni e lamenti ingiustificati, entrambi non richiesti, sull'andamento della giornata. La quinta ora l'ho passata cercando di richiamare l'attenzione, anche con modalità grottesche, di uno dei medici indaffarati. Sono riuscito ad esporre il mio caso e il mio desiderio di andarmene quando è arrivata la cena e mi hanno chiesto se sarei rimasto a mangiare con loro. Un medico mi ha dato attenzione e in cinque minuti ha redatto le mie dimissioni dalla struttura, mi ha consegnato i dischetti della radiografia ed ha attivato un'infermiera munita di sedia a rotelle, per condurmi all'uscita, dove mi attendeva il sorriso di Valentina. Insieme al sorriso una selezione fantastica di salati farciti con ogni tipo di delizia.
Entrambi piuttosto provati siamo saliti in macchina e siamo tornati a casa.

Andrea ancalogico


Una giornata di ordinaria follia, I parte

24 Gennaio, una data che ricorderò.

Forse non tutti sanno che Andrea analogico dal 14. Dicembre ha una sua appendice autoriale, anzi più propriamente una protesi d'autore, la chiameremo Andrea ancalogico. In quella data sono infatti entrato in sala operatoria per un intervento programmato da mesi all'anca sinistra.
Penso di aver decisamente sottovalutato l'impegno e sono ancora qui a domandarmi se è stato il mio inguaribile ottimismo o se sono state testimonianze fuorvianti di medici, amici, protesi anchisti esperti, a farmi credere che me la sarei cavata alla grande in tempi brevi. Il giorno delle dimissioni dall'ospedale, anzi dalla clinica 5 stelle de luxe, dove ero ricoverato (in un altro post vorrei narrarvi con piacere le caratteristiche della "location"), mi sono imposto l'imperativo morale di dedicarmi anima e corpo alla mia guarigione. Seguendo le indicazioni di amici fisioterapisti, ho intrapreso un percorso di ginnastica assai impegnativo, che pensavo mi avrebbe portato con certezza e linearità a riprendere in poco tempo la mia vita normale.
Dopo due settimane dalle dimissioni ero fiero di me e del lavoro svolto. Una Domenica ho fatto anche una passeggiata sino all'orto, per vedere a che punto erano cavolfiori, radicchi e cavolo nero. E, a dimostrazione che Hegel sbagliava a pensare che l'umanità avrebbe avuto sempre uno sviluppo progressivo e lineare, le umane sorti del sottoscritto hanno subito un tracollo. La sera non mi reggevo in piedi, un dolore atroce mi divorava il fianco destro, e una specie di ramo nodoso mi penetrava il gluteo della gamba sinistra. Essendo stato terrorizzato sin dai primi incontri con l'ortopedico sulle varie ipotesi di lussazione dell'anca, vado a letto pensando di aver fatto una frittata e di dover andare al pronto soccorso. Passo una notte d'inferno, consultando anche la guardia medica. Una vocina di una giovane dottoressa mi rassicura che non ci sono rischi di embolia e che posso aspettare la mattina per farmi ricoverare. Per sicurezza, chiamo l'amico fisioterapista e lo prego di venire a casa mia per verificare se effettivamente l'anca è fuoriuscita dalla sua sede. Nel frattempo il dolore è passato e mi accorgo che posso sollevare e piegare l'arto funesto.
Arriva l'amico, esperto fisioterapista, dedica due secondi ad osservare la gamba e pronuncia la frase che non avrei mai voluto sentire: l'anca è lussata. Quasi piango dalla disperazione. Inizia intanto l'operazione ricovero con l'ausilio di un'ambulanza. La dolce consorte chiama il 118 e inizia a descrivere agli operatori tutte le difficoltà che un'ambulanza potrà incontrare a salire sulla nostra aspra e irta collina. L'ambulanza arriva e si ferma ai piedi del colle, la consorte preleva l'autista, poco più che ventenne e mostra le due vie di accesso alla magione e al paziente. L'autista le giudica entrambe non percorribili. Una perché le curve sono troppo strette, l'altra perché i rami degli alberi sono troppo bassi. Decide quindi di richiedere l'intervento dei Vigili del Fuoco per tagliarli. Questi non solo rispondono ma vengono anche. Un prode pompiere su una bella jeep rosso amaranto si intrattiene con i volontari dell'ambulanza per una mezzoretta su alcuni amici comuni di Pontassieve e se ne va senza accendere la sega a motore.




Nel frattempo sono sempre più convinto di non avere alcuna lussazione ma solo un forte stress alla coscia. Ne parlo con il Maestro della medicina ginnica e gli faccio notare che alzo e piego l'arto. Lui mi dice: "Certo, se tu riuscissi ad alzarti a sedere ciò significherebbe veramente che non c'è lussazione". Cosa che regolarmente faccio, mettendomi anche in piedi. Faccio notare che forse a questo punto potremmo fermare l'Operazione ricovero, lui mi risponde che ormai li abbiamo chiamati e che comunque è bene fare una radiografia.
Rassegnato mi alzo, prendo le stampelle, salgo sulla mia auto, con la prode consorte alla guida e raggiungo l'ambulanza ai piedi della collina. Mi fanno stendere su una lettiga, che una volontaria diciannovenne mal sopporta per il peso dell'omone che vi si è adagiato, Pensa bene quindi di adagiare tutto in terra, richiedendo l'aiuto dell'autista poco più che ventenne, impegnato in una conversazione telefonica.
Sono a bordo. Il mezzo parte inspiegabilmente a sirene spiegate e ad andatura folle, terrorizzando gli abitanti del Leccio. Andatura folle che tiene per tutto il percorso dall'erto colle al Pronto Soccorso dell'Ospedale di Ponte a Niccheri, rischiando la vita di tutto l'equipaggio lungo un'autostrada ingolfata dal traffico.
A questo punto, pur essendo Andrea analogico, odo la vocina dell'esperto SEO, che mi ricorda di non scrivere e pubblicare post troppo lunghi. Chiudo quindi questa prima puntata. Ci risentiamo presto.

Andrea ancalogico