13 marzo 2021

Google e la conoscenza

La mia riflessione odierna si basa su due aspetti, uno di carattere generale su quelli che oggi sono i maggiori strumenti di conoscenza e uno particolare, su un'esperienza professionale recentemente vissuta. Averli messi insieme mi ha portato ad una conclusione sconcertante. Ma procediamo con ordine.

Google è da considerare senza ombra di dubbio uno strumento di conoscenza. Uno strumento che ha raggiunto una potenza che non ha precedenti nella storia dell'umanità. Forse qualcosa che gli si può avvicinare nella storia della filosfia e della scienza è stata la scoperta della dimensione di forme simboliche della parola e dei numeri, con le quali si può descrivere, quantificare e quindi governare la realtà che ci circonda. Questa scoperta dava ai filosofi e agli scienziati di allora una sorta di ruolo magico, proprio perché attraverso le parole e i numeri davano l'impressione di dominare il mondo che li circondava.



Oggi la magia è data da un motore di ricerca, che tutti possono avere facilmente a disposizione, con il quale si trova tutto, Google, appunto. Ha un'utilità enorme anche per i vecchi narratori analogici come me. Un tempo scrivevi, facevi una citazione e dovevi andare nella tua libreria o in biblioteca, per verificare l'esattezza di un nome, una data di nascita, un testo. Oggi digiti, già non si dice più scrivi, e già questo è un segno, insomma digiti il nome del filosofo e ti appaiono montagne di informazioni. Ti puoi addirittura permettere di digitare il nome in maniera scorretta, che il motore, ormai una vera e propria entità pensante, ti corregge e dice: "questi sono i risultati del nome corretto, ma, se proprio insisti nella tua ignoranza, ti posso dare anche i risultati per il signor nessuno che hai in testa". La maggior parte delle informazioni che raccogli sono banali, alcune addirittura false, ma molte sono vere e assai utili. E qui sento nell'orecchio la voce del vecchio e caro Karl Popper che mi ricorda: "oggi i mezzi di informazione ti scaricano addosso così tanti dati che lo strumento essenziale della conoscenza è il discernimento; devi imparare a tagliare e a cancellare ciò che è superfluo." Non andate a cercare su Google se questa citazione è corretta o no, perché non è testuale, parafrasavo. Il fatto è che comunque Google, oltre ad essere un motore di ricerca, è uno strumento di conoscenza, anzi oggi è lo strumento di conoscenza per eccellenza.

Arriviamo quindi all'esperienza professionale recentemente vissuta. Per promuovere il sito della mia attività lavorativa ho avuto a che fare con uno specialista SEO. Non sto a spiegarvi il significato dell'acronimo, perché lo sapete meglio di me o potete cercarlo su Google. Non sto a sottolineare il fatto che oggi gli acronimi sono tutti di denominazioni inglesi e non ci sono più nuovi partiti politici e sindacati italiani da abbreviare. Il consulente, che ci tengo a sottolineare essere brava persona e di notevole ingegno, mi chiede di aggiungere alle pagine del sito una descrizione  su come si vive a Firenze. 

Come prima cosa, avendo parecchie incombenze in questi ultimi tempi, mi oriento per una terza persona, che lo realizzi. E qui mi si apre un mondo. Esiste tutto un mercato di parole scritte, con i suoi listini prezzi e la sua borsa internazionale. Esistono siti specializzati e persone disposte a scrivere su tutto, anche su quello che non conoscono. Si parla infatti genericamente di contenuti. Google è questo che privilegia, quindi tutti a scrivere contenuti, senza la minima preoccupazione che questi siano validi. Non solo, essendo rivolti ad attirare l'attenzione del Moloch, devi sapere come vanno scritti. E qui si apre un altro mondo di siti e video su come scrivere testi che siano attraenti per il Leviatano. Tutto questo, oltre che un tantino spregiudicato, mi risulta assai dispendioso.  Nella mia ingenuità di analogico penso:" a me piace scrivere, quasi quasi lo faccio io, forse mi diverto anche".

Essendo la nostra proposta rivolta ad un pubblico straniero, desideroso di conoscere l'Italia e in alcuni casi esageratamente entusiasta del Bel Paese e della realativa qualità di vita, produco un testo assai critico sulla città di Firenze e pieno di premurosi avvertimenti sulle difficoltà che uno straniero può incontrare nei suoi tentativi di vivere temporaneamente o definitivamente nella nostra Bella Città. Il consulente mi chiede se voglio far venire le persone o se voglio fare in modo che fuggano dall'Italia. Riconosco la validità dell'appunto e produco un secondo testo, pieno di consigli su dove andare per trovare qualcosa di interessante e qualcosa che abbia conservato una sua identità culturale, artistica, storica, produttiva e gastronomica valida. Vivendo in una città devastata dal turismo di massa, la maggior parte di queste cose sono nascoste al grande pubblico e pochissimo conosciute. Fiero di aver soddisfatto la mia etica di narratore e nello stesso tempo la richiesta del consulente, gli invio il nuovo testo, ça va sans dire, tutto rigorosamente in Inglese. Lui mi cassa anche questo, e la motivazione ci introduce al secondo e fondamentale aspetto della nostra riflessione odierna. Qualcosa avevo già sospettato dalla visione dei video dei bancarellari di parole, lui mi spiega pazientemente e dettagliatamente che se voglio fare in modo che questo testo, su come si vive a Firenze, mi aiuti nell'indicizzazione del mio sito sul motore di ricerca principe, cioè sempre Google, devo scrivere intorno a qualcosa che è già molto famoso, altrimenti non mi trova nessuno. Per esempio, se voglio far conoscere il coraggioso ristoratore che ha aperto il localino decentrato, dove sperimenta le meraviglie della cucina stagionale, devo dedicare la maggior parte del mio testo al famoso venditore di schiacciatine all'olio di Borgo Unto, cfr. Corriere della Sera. Il succo è questo, se voglio essere visibile, devo affidarmi a chi lo è già.

Faccio due più due e arrivo alla mia riflessione. Lo strumento di conoscenza più potente che l'umanità abbia mai posseduto si basa sulla ripetizione di ciò che è già conosciuto. La fantasia, la curiosità intellettuale, l'esplorazione dell'incognito, cioè praticamente tutti gli elementi fondanti della conoscenza sembrano essere riposti in cantina. Non esiste che tu abbia un tuo progetto di studio, che ti sia creato una scaletta, che tu faccia tutti i tuoi sforzi per avere un minimo di originalità e che tu riesca a produrre qualcosa di nuovo. Cioè, esiste, lo puoi fare, ma sei condannato alla marginalità. Come si dice oggi: non avrai mai visibilità, non potrai apparire e non influenzerai nessuno. Tanto per fare un esempio, Kant ed Hegel, che scrivevano in maniera diciamo un po' complessa e non avevano proprio come primo obiettivo quello della visibilità, e forse nemmeno quello della onnicomprensibilità, oggi non li leggerebbe nessuno. Infatti non li legge quasi più nessuno, non sono degli influencer e non portano visibilità. Uno può anche dire, fatti loro, potevano scrivere gialli, se volevano avere successo. E anche questo è vero, però qualche domandina sul futuro della conoscenza me la farei.

Analogico


1 commento:

  1. Finalmente qualcuno che spiega in maniera chiara, anche filosofica e perché no poetica, che Google e tutte le intelligenti artificiali, non sono creative, fantasiose, illogiche ma semplicemente ripetitive. Immagino che uno scrittore come te deve ingoiare per adeguarsi a Google.

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