18 aprile 2021

E la Peppa !

La vespa terragnola stava tornando verso il suo nido, cioè stavo guidando verso casa ed ascoltavo la radio. La nostra bella e cara nazionale, Radio 1. All'improvviso, tra le varie notizie del radiogiornale, una voce entusiasta femminile annuncia che la NASA ha tra i suoi prossimi programmi il lancio di una navicella che sbarcherà sulla Luna un equipaggio composto da un uomo e una donna. Fantastico, siamo alla parità cosmologica, Ma non è finita qui la voce entusiasta aggiunge che la NASA porterà sulla Luna anche un uomo di colore. Dice proprio di colore, non specifica quale colore, ma sarà sicuramente un uomo, perchè non vogliono esagerare con cambiamenti improvvidi. Mi immagino quindi la stessa vocina che tra ventanni mi dirà che la NASA progetta di mandare sulle Luna una coppia omosessuale, di maschi però, perchè per le donne è ancora troppo presto.


                                                       Uomo di colore by Vespa terragnola


13 aprile 2021

La rivoluzione non ha luogo

Come metafora ho scelto la presa del Palazzo d’Inverno, quella della Rivoluzione d’Ottobre, soprattutto per motivi immaginifici.

Incrociatore Aurora
mio collage dell’incrociatore Aurora e della presa del Palazzo d’Inverno …

La folla affamata tumultua, assedia la residenza dell’odiato zar. Soldati, milizie rosse, operai, donne, malamente armati, attendono solo un segnale. L’incrociatore “Aurora”, in mano ai marinai ammutinati, gira le sue batterie, pronto a far fuoco e dare il via all’assalto. Ma dove sono i capi rivoluzionari? Non si trovano, nessuno sa dove si siano cacciati. Gira voce che uno sia seduto sul divano in pantofole, alla TV, mentre un altro partecipa attivamente al Simposio “Suicidi sulle Ferrovie Dimenticate – Problemi e Opportunità”. C’è poi chi è impegnato in una consulenza professionale per l’Ente di Promozione del Lago Titicaca, mentre altra figura chiave guida una vacanza attiva con raduno nelle lande sperdute del Belucistan. Uno invece si è reso irreperibile, non risponde al telefono di casa, al cellulare, alle email … cazzo non esistevano ancora, che figura sto facendo! Vabbè, gli mandano dei messaggeri a casa, ma lui nisba. Qualche altro leader è un po’ perplesso delle defezioni, ma insomma cerchiamo di comprenderli, avranno le loro sensibilità.

La presa del Palazzo d’Inverno viene rinviata, anzi non avrà luogo. Meglio fare vita tranquilla, è meno faticoso, non c’è da rompersi tanto. La Rivoluzione si ferma lì, e magari è anche un bene: notoriamente quella vera non ha avuto gli esiti che i suoi entusiasti sostenitori si aspettavano. Meglio starsene a casina, cincischiare, rimpallare, tergiversare, e per carità non si deve essere così autoritari.
Avevano ragione loro.
Ovviamente si tratta solo di una metafora, e il riferimento non è ad Erdogan che massacra i Curdi, a Pinochet, ai macellai argentini o altri orrori. No, si tratta di “rivoluzioni” ben più piccole, dove nessuno rischia la vita e nemmeno un graffio, tutt’al più qualche piuma o di perdersi una partita di calcio.

Colonna sonora in tema, con un misto di sarcasmo , brividi, tragicomico, delusione e non so cosa altro. Quelli nei filmati la rivoluzione l’hanno fatta davvero, i capi non erano in pantofole sul divano o al Simposio “Suicidi sulle Ferrovie Dimenticate: problemi ed opportunità”. E gli esiti non sono stati quelli sognati durante l’assalto al Palazzo d’Inverno o dai marinai dell’incrociatore Aurora. Che abbia ragione chi preferisce baloccarsi nel suo noioso tran tran???




12 aprile 2021

Se niente importa

Non deve essere stato un caso se a un certo punto della sua vita, nel 2009, Jonathan Saffran Foer, scrittore americano, che ama nei suoi romanzi affrontare i drammi con una certa ironia, tra questi anche le conseguenze dell'olocausto, tema che ha toccato da vicino la sua famiglia, ha deciso di occuparsi degli allevamenti intensivi di animali, e ha scritto un libro sull'argomento. La traduzione italiana si intitola "Se niente importa" ed è spiegata da un dialogo tra l'autore e sua nonna, sopravvissuta ai campi di sterminio:
Il peggio arrivò verso la fine. Moltissime persone morirono proprio alla fine, e io non sapevo se avrei resistito un altro giorno. Un contadino, un russo, Dio lo benedica, vide in che stato ero, entrò in casa e ne uscì con un pezzo di carne per me.
Ti salvò la vita. 
Non lo mangiai. Era maiale. Non ero disposta a mangiare maiale. 
Perché ? Perché non era kosher ?
Certo.
Ma neppure per salvarti la vita?.
Se niente importa, non c'è niente da salvare.

Stamattina, Domenica e con tempo grigiastro, riflettevo su alcune reazioni che accomunano gli individui all'umanità nel suo insieme, ed ho pensato che non deve essere un caso se alcune reazioni, legate a dinamiche specifiche sono così simili. Un individuo reagisce a qualcosa che nasconde nel profondo, soprattutto per insopportabili sensi di colpa, con una serie di nevrosi o di manifestazioni di squilibrio. L'umanità produce tutta una serie di soggetti che, una volta riflettuto su come approvvigioniamo quotidianamente le nostre tavole di carne, non riesce più a levarsi dalla mente l'immagine di un capretto sgozzato o di un maiale abbattuto con un colpo alla testa, e questo li getta in una profonda depressione e nel disgusto per la propria esistenza.
Da una parte penso all'uomo e alla sua storia, di come si sia formato attraverso il modo di nutrirsi, prima con bacche e radici, poi con gli animali che riusciva a cacciare, quindi con le piante che riusciva a riprodurre vicino alla sua casa e agli animali che riusciva a crescere e a far riprodurre in un pezzo di bosco chiuso con delle pietre o con dei tronchi. Procurarsi delle piante e della carne animale per la propria sopravvivenza è un qualcosa che fa parte di noi, del modo con il quale siamo arrivati ad essere quello che siamo. Dall'altra parte però penso che da troppi anni continuiamo a tenere in piedi un processo di produzione di carne estremamente costoso per noi e per l'ambiente che ci circonda. Dal recinto  di pietre dietro alla nostra capanna siamo infatti passati a strutture composte da immensi capannoni, che raccolgono grandi numeri di animali, e che vanno quindi condotte con un certo raziocinio. Cos'è che guida però il nostro raziocinio ? La ricerca di risultati economici che rendano proficuo l'investimento effettuato, la salvaguardia degli animali in quanto merce che ha comportato un certo costo e deve quindi essere salvaguardata e non deteriorata. Se si considerano gli animali come merci che devono essere lavorate, per produrre un profitto che ricompensi l'investimento fatto, avremo sempre una conduzione che non rispetterà nè la vita di questi animali nè la salute di chi li mangia.
Forse non si dovrebbe più considerare un allevamento per la produzione di carne come oggetto di attività imprenditoriale singola. Forse dovremmo iniziare a considerare questi settori come di interesse generale per ogni comunità e organizzarli nello stesso modo di come organizziamo la scuola e la sanità. 
Un singolo agricoltore o allevatore non opera per l'interesse generale ma per il proprio. Il problema però è che tra i costi che calcola per determinare il prezzo di vendita dei suoi prodotti non considera quelli generati dall'inaridimento del suolo, dall'inquinamento dei terreni, dall'eccessivo utilizzo di fonti idriche, dalle malattie che i supporti che la chimica gli fornisce causano all'essere umano. Se si dovessero considerare anche queste voci di spesa. il prezzo della carne dovrebbe essere molto più alto di quello che viene offerto sui banchi delle macellerie.
Via via che procedo nella scrittura mi rendo conto che in questo aspetto la produzione di carne, come quella di pesce, procedono di pari passo con la produzione di prodotti orto frutticoli. Da troppo tempo gestiamo la produzione agricola e l'allevamento da carne e da pesce in un modo che impoverisce e danneggia da un lato le risorse naturali che abbiamo a disposizione e dall'altro determina un'alimentazione che produce e cronicizza malattie cardio circolatorie o l'insorgenza di tumori. Questo è l'aspetto fisico chimico della faccenda.
C'è poi l'aspetto morale.
Provate a pensare a quante cose che ci sembravano normali e che facevano parte della nostra quotidianità o di quello dei nostri avi, ci sembrano oggi dei comportamenti criminali o inumani. Ve ne cito solo due, uno che fa parte del microcosmo familiare di molte persone della mia generazione. I miei genitori fumavano uno o due pacchetti di sigarette al giorno, fumavano dappertutto, in casa, in ufficio, in bagno, ma soprattutto fumavano in macchina durante le allegre gite domenicali con i propri figli, cioè noi. Le prime volte che qualcuno si è opposto a questa pratica in molti l'abbiamo guardato come un assurdo censore di comportamenti innocui. L'altro invece riguarda il macrocosmo e la storia dei paesi occidentali, dalla Magna Grecia alla Guerra civile americana, detta di Secessione. In tutto questo periodo si è prodotto il nostro pensiero e sono nate le nostre democrazie, che riguardavano entrambi però unicamente i cittadini, non gli schiavi. Avevamo infatti creato una categoria di subumani, per i quali non valevano le nostre stesse leggi e potevamo tranquillamente abusarne per ogni scopo lecito o illecito. Entrambi i comportamenti, quelli dei miei genitori e quelli degli schiavisti, sono oggi fermamente condannati ed abbiamo idee piuttosto chiare su come non torneremo mai a praticarli.
Spero solo che tra cent'anni qualcuno non mi condanni perché oggi mangio carne, comprata dal macellaio, che è l'ultima propaggine di un sistema che ha asservito tutte le altre specie, e che molti di questi esseri vengono fatti nascere al solo scopo di essere massacrati e squartati, per permettermi di gustare uno stracotto di guancia. Mi ricordo che tra i tanti pensieri di quel pazzerello di Mao Tse Tung, ce n'era anche uno dedicato ai cavalli, che un giorno si sarebbero liberati dal dominio dell'uomo ed avrebbero fondato una propria organizzazione sociale. Qualcuno, sempre tra cent'anni, potrebbe anche dirmi: "Tu sapevi, ma hai taciuto, eri al corrente di questi stermini organizzati, ma hai fatto finta di niente". E qui saremmo veramente giunti all'assurdo della negazione della nostra storia, che si è sempre fondata sul tentativo di emanciparsi dal caos nel quale siamo nati, dalla violenza di una natura che non si poteva considerare come accogliente e della quale facevano parte anche altri essere umani con i quali abbiamo cercato di stabilire delle regole di convivenza.




Oggi in molti provano a risolvere il problema nel loro contesto privato. Molti lavorano al proprio orto, producendo verdura e frutta, e tengono un loro pollaio. Quelli tra di loro più realisti, che non pensano di aver iniziato un processo di trasformazione del mondo e che si rendono conto che già i loro nonni seguivano queste pratiche, si ritengono piuttosto soddisfatti dal fatto che sanno quello che mangiano, cioè non usano diserbanti, antiparassitari e concimi di sintesi o mangimi ipervitaminici, ormoni e coperture vaccinali. Anche loro però iniziano a trovare qualche difficoltà nel passaggio dal mondo vegetale a quello animale. Quasi nessuno si sente responsabile di sopprimere un essere vivente quando recide delle foglie di bietola o strappa dalla terra un florido ravanello. Molti però hanno scrupoli a tirare il collo ad un pollo o ad accoppare un coniglio. Si tratta infatti di decidere della vita o della morte di un essere vivente su due o quattro zampe o palme, e non è semplice. Già il pollaio con le sue reti di recinzione e i suoi cancelli ha un ché di inquietante e costituisce comunque un confine preciso tra libertà e cattività. Nel momento in cui si decide di chiudere un gruppo di animali in uno spazio ristretto si deve fare i conti sul modo con cui si associano tra di loro e costituiscono dei branchi. Chi non lo fa non è un sostenitore di uno spirito libertario, per esserlo semplicemente non si devono costruire pollai, è un irresponsabile. Chi chiude degli animali, anche considerati da secoli da allevamento, in uno spazio chiuso, ma non vuole fare i conti con le dinamiche che si sviluppano tra di loro, li condanna ad una conflittualità perenne. Come al solito sono soprattutto i maschietti a creare problemi, tendono infatti a formare il proprio nucleo di femmine e a porsi alla loro testa. Ogni altro maschio che incontrano sul loro cammino è un nemico e va annientato o sottomesso. Nel bosco la cosa si risolve facilmente con la divisione e la dispersione dei vari nuclei. Nel pollaio si deve fare in modo che due maschi non convivano nello stesso gruppo, dividendoli, dove è possibile, o eliminandone uno. Nascono qui i vari galletti al mattone, allo spiedo e alla cacciatora.
A proposito di cacciatori, è un peccato che abbiano dei forti sensi di colpa e delle intelligenze non troppo brillanti, e che tendano a non partecipare a questo tipo di dibattito, perdono così l'occasione per contrapporre ai 5 Stelle da pollaio il fatto che loro lasciano che gli animali vivano liberamente nel bosco e non li costringono entro determinati limiti. Li ammazzano si, e in modo violento, ma in maniera improvvisa ed inaspettata, nel corso di una vita di libero arbitrio. Libero arbitrio che trova anche nel bosco i suoi limiti negli animali predatori, che si nutrono di carne. Ma non confondiamo le idee all'animo semplice del cacciatore e nemmeno ai nostri cervelli.



I problemi sono complessi e non risolvibili completamente con semplici azioni personali, perché ormai implicano un approccio globale, che tenga conto di tutti i fattori ambientali, economici, sociali e di salute, che costituiscono un interesse generale. Come ad un certo punto della nostra strada di emancipazione dall'homo homini lupus, abbiamo deciso di delegare l'uso della forza ad una struttura di potere che tenesse insieme la società, abbiamo deciso di organizzare un servizio pubblico che pensasse alla nostra salute ed un altro che si occupasse della nostra educazione, oggi dobbiamo organizzarci per mettere in piedi un sistema pubblico che si occupi della nostra alimentazione, che riesca a produrre alimenti vegetali e animali, senza prosciugare o inquinare le risorse ambientali e avendo come obiettivo la nostra salute. Tutto questo cercando di occuparci anche del benessere delle piante e degli animali, finchè li teniamo in vita.
Io sono per storia personale un imprenditore e non apprezzo l'assistenzialismo di Stato nè la sua invadenza, ma questo è un problema che il singolo non può affrontare, e, come abbiamo visto la logica di ricavarne un guadagno peggiora le cose. Abbiamo creato lo Stato, la Sanità e la Scuola, dovremo creare un qualcosa che si occupi della nostra alimentazione, ormai è res publica anche questa.

Andrea Analogico

Ristoranti e virus: ribaltate certezze

La scienza riserva sempre grandi sorprese. E ribalta verità credute tali per secoli: l'uomo non creato da dio ma che discende dalla scimmia; il sistema solare copernicano; la scoperta di batteri e agenti patogeni; la meccanica quantistica che supera quella newtoniana ecc.
Una recente grande colpo a sorpresa della ricerca mette in dubbio quanto finora assodato con riprove, studi, ricerche, oltre che per intuizione: i ristoranti sono grandi focolai di diffusione del virus che causa il Covid. Pareva evidente: si mangia e si beve senza mascherina, a distanza ravvicinata, per 1-2 ore faccia a faccia, in ambienti senza ricambio di aria. Sembrava ideale per il passaggio del virus dalla saliva di una persona a bocca, naso, occhi di un'altra, con il respiro, ridere, parlare, senza neanche bisogno di tosse o di starnuti. Ebbene no! I ristoranti ammazzano il virus, frenano o annientano il contagio. Lo svela una sconvolgente scoperta recentissima da parte del Laboratorio di Virologia e Immunologia Galattica (*) di Gotham City. 
Si tratta di una vera rivoluzione sotto vari aspetti. Miliardi di ristoratori potranno riprendere la loro lodevole attività di spennare polli, peraltro orgogliosi per il bene dell'umanità. I titolari e le loro famiglie si salveranno dalla morte per fame, spesso in extremis, senza bisogno di dare in in affitto case al mare e in montagna, vendere Lamborghini o barche.
Potranno far tornare al lavoro, in nero o con buste paga da fame, camerieri, cuochi ecc
Le sfacciate voci da parti della società civile su minime forme di evasione fiscale della categoria verrebbero finalmente messe a tacere.
Sono attesi articoli su autorevoli riviste scientifiche e si mormora già di candidature al Nobel. Indiscrezioni sui meccanismi di contrasto al contagio nei ristoranti fanno cenno a fattori finora ignorati.
Pare che il piacere di mangiare, gli sguardi ammiccanti e lo stato di rilassatezza inneschino il rilascio degli ormoni "arrafforfina" e "trombina", poco conosciuti  e finora non considerati, con un effetto di barriera verso il virus SARS-CoV-2 responsabile del Covid. I suddetti ormoni creerebbero una sottile patina nel cavo orale, tale da impedire l'insorgere del contagio
Anche le dita nel naso non  avrebbero effetti contagiosi, al tavolo di un ristorante ovviamente.
Restano invece altamente a rischio i pompini. I loro estimatori, maschi e femmine, troveranno nelle nuove regole (vedi cliccando) dettate ai ristoratori da decreti dittatoriali che sarà vietato il sesso orale sotto il tavolo o nelle toilette del locale. 
Pare però che i responsabili delle numerose ricerche che finora dimostravano il contrario, cioè l'alta pericolosità dei ristoranti, stiano preparando alcune contromosse, in cui nuove analisi e riscontri smentiscono l'effetto degli ormoni anti-covid "arrafforfina" e "trombina".
Si attendono prese di posizione dell'EMA. Non mancheremo di riferire sui nuovi sviluppi, seguiteci su queste pagine.
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(*) Alcuni maligni insinuano che il citato Laboratorio sia riccamente finanziato dalla Confederazione Universale Spennapolli, allo scopo di ottenere risultati compiacenti e convergenti con gli interessi delle categorie rappresentate , ma i responsabili dell'autorevole istituzione di ricerca scientifica smentiscono con forza: ricevono ingenti fondi solo per spirito filantropico. 

04 aprile 2021

C'era una volta

C'era una volta chi si appassionava alla Politica. Vi racconto il mio '68.

Doveva essere Gennaio, eravamo nel 1977 e, come accadeva spesso in quegli anni le novità partivano in altre città e poi arrivavano anche a Firenze. Strano però che questa volta fossero partite da Macerata e Camerino. In quelle amene località delle Marche erano infatti iniziate le occupazioni da parte del movimento degli studenti delle locali Università. 

Frequentavo la Facoltà di Filosofia, posta sulle prime colline che da Firenze portano a Trespiano, in un antico convento che offriva il privilegio di seguire le lezioni di Eugenio Garin in quello che era l'antico refettorio. Eravamo molto decentrati, la provincia della provincia, se a Firenze "le cose succedevano in ritardo", da noi non arrivavano nemmeno.

Mi ricordo che in un mattino di sole mi recai a casa di un caro amico, a letto con l'influenza, coetaneo e cofrequentatore del convento ormai divenuto sede di Lumi. Con la sconsideratezza con cui ragionavamo a quell'età, decidemmo che era l'ora di seguire il glorioso esempio dei compagni di Macerata e Camerino e di occupare anche noi l'Università. Considerammo che se avessimo occupato il "Pellegrino", così si chiamava il luogo dove incontravamo il pensiero filosofico classico, non se ne sarebbe accorto nessuno. Decidemmo quindi di scendere a valle e di puntare alla Facoltà di Lettere di Piazza Brunelleschi, da sempre il cuore pulsante degli studi umanistici fiorentini. Sede della mitica Aula 8, una grande aula dove si erano succeduti tutti i mini leader studenteschi dal '68 ad allora. Non ci volle poi molto, un certo numero di manifesti, che a quei tempi si chiamavano Tazebao, in onore di quel mattacchione di Mao Tse Tung, oggi Zedong, che li aveva utilizzati per invitare il popolo a sparare sul comitato centrale del partito comunista cinese, e un paio di riunioni. Apparve così all'ingresso della Facoltà uno striscione con su scritto Università occupata, firmato Movimento degli studenti.

Per costituire tale movimento in realtà c'eravamo incontrati con i cinque o sei che conoscevamo per il loro impegno politico nei gruppi della cosiddetta sinistra extraparlamentare, che a quei tempi non godeva di buona salute ed aveva realizzato la propria extraneità non solo dal Parlamento, ma dall'intera realtà. Mi sembra di ricordare un appellativo che definiva questi soggetti del mondo universitario, cani sciolti. A questi si erano uniti in poco tempo tutta una serie di personaggi che non solo non si riconoscevano nelle forze politiche tradizionali, si sta parlando qui solo della Sinistra, a quei tempi Comunione e Liberazione o altre rappresentanze di Centro o di Destra non erano presenti all'interno dell'Università, ma avevano difficoltà a riconoscersi in tutto quello che li circondava, a cominciare dalle aule e dai professori con i quali avrebbero dovuto studiare. Per definirci in maniera assai generosa eravamo soggetti in cerca della propria identità e intenzionati a percorrere qualsiasi strada, musicale, psichedelica, bucolica, artigiana, viaggiatrice, filosofica, poetica, per trovarla. Non avremmo mai pensato che ci saremmo presto appassionati alla Politica.

A quei tempi non era necessario avere un pass per entrare in Facoltà ed esisteva una specia di libero utilizzo delle aule. Mi ricordo ancora l'aula a piano terra dove questo gruppo di profondi, sensibili ed intelligenti emarginati ha deciso di compiere il primo passo verso la definizione della propria identità, dandosi un nome, Collettivo NN. Avete presente i figli di nessuno lasciati nel meccanismo di legno rotante all'ingresso del Convento della S.S. Annunziata, detto anche Istituto degli Innocenti ? Nessuno di noi infatti aveva chiaro davanti a se il termine nescio nomen, cioè non conosco il nome, ma aveva invece nitida l'immagine del bimbo abbandonato e piangente. E qui dobbiamo aprire una parentesi. Non è che tutto il gruppo fosse prevalentemente ignorante, tutt'altro c'erano fior di intellettuali, è che avevamo proceduto ad una rigida selezione di ciò che ritenevamo proficuo ed interessante per la nostra personalità, e il latino non rientrava tra questi aspetti.

Eccolo qua, in tutto il suo splendore anni '70, il Collettivo NN in uno dei suoi frequenti momenti ludici, ritratto in occasione di una grigliata all'aperto sul prato di una casa colonica, in fase di lenta e risparmiosa ristrutturazione, nei dintorni di Firenze, di un qualche lontano parente di uno dei membri, ignaro dell'accadimento, che dopo qualche settimana si sarebbe domandato quale fosse la causa di quel cerchio di erba bruciata nel mezzo del suo prato.



Non sto a elencarvi i nomi e cosa facevano, né tantomeno cosa fanno adesso, perché o non me lo ricordo o non l'ho mai saputo, nella maggior parte dei casi. Le facce però sono quasi tutte sorridenti e, anche se ognuno aveva o avrebbe avuto i suoi grattacapi, danno l'idea di spassarsela.

Questo gruppo di improvvisati, disomogenei e stralunati individui ha prodotto alcune delle riflessioni più interessanti di quel periodo, in particolare due: l'autonomia del proprio fare politica e la necessità di dotarsi di strumenti seri per portarla avanti. La prima riflessione è stata sulle offerte di rappresentanza politica che ci circondavano e sulla loro inadeguatezza, quindi la necessità di darsi una forma nuova di organizzazione, autonoma dai vari gruppi politici; una specie di comitato di lavoro volontario per il raggiungimento degli obiettivi che ci eravamo dati. Su questo ultimo aspetto eravamo forse un po' vaghi, essendo gli obiettivi assai variegati e inerenti agli interessi e ai comportamenti più diversi dell'esistenza umana. La seconda riflessione è stata sui contenuti del nostro studio, su quello che l'Università ci offriva e su come ce lo presentava; questo gruppo di variegati personaggi ha costretto i prestigiosi docenti del Dipartimento di Filosofia, distratti da carriere politiche o dalla direzione di collane editoriali, a sedersi ad un tavolo e a discutere un documento sulla didattica e su cosa significava in quegli anni produrre cultura all'interno di un'Università, cosa che la maggior parte di loro aveva completamente dimenticato. Ma non è questo il luogo e il momento per approfondire questo tema.

Ho accompagnato i componenti di questa allegra brigata su queste pagine per sottolineare la loro freschezza, spensieratezza e incoscienza. Qualcuno di loro poi è andato a piedi in India e non è più tornato, qualcuno è diventato professore universitario, qualcuno sembra che peschi perle lungo la costa brasiliana, qualcuno fa il contadino biodinamico, qualcuno il tecnico del suono, qualcuno ha aperto un ingrosso di rivestimenti per il bagno, qualcuno ha continuato a farsi solo canne.

Mi piace pensarli così diversi in quello che saranno andati a fare, come erano diversi quando li ho conosciuti.

Analogico




03 aprile 2021

Pasqua, di Resurrezione?

Tempo fa, quando ho accettato di ricominciare a scrivere, qui su un blog a più mani, molti drammi erano già in atto e una Pasqua era già passata con tutti chiusi in casa.
Ora ne arriva una seconda, e mi trovo a mandare un messaggio di auguri agli amici di mezzo mondo e di decenni, compagni di avventure esaltanti e deludenti, momenti belli e brutti, follìe, ecc  (e anche a qualche quaquaraqua ...) . 
Nella tradizione cristiana, da me piuttosto lontana, è la festa della Resurrezione. Un concetto che implica morte, distruzione, a cui segue la rinascita: "Auferstehung", di grande impulso nella musica, per esempio la seconda sinfonia di  Mahler, qui sotto per l'anniversario del bombardamento di Rotterdam, nel 1940:

E anche quella di Hanns Eisler, allievo di Schönberg e della sua rivoluzione dodecafonica,
"Auferstanden aus Ruinen"  - rovine che si riconoscono bene nelle riprese aeree della Berlino del 45. Ho scelto questa esecuzione, che illustra con immagini quello che la partitura e la musica trasmette, e non una delle tante con parate militari nella capitale della ex-Germania Est di cui  il brano era assurto a rango istituzionale.
  


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