Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi
essenziali della nostra poesia…..
Avremmo potuto esordire come Filippo Tommaso Marinetti nel
Manifesto del Futurismo, ma noi (inteso come un plurale limitato a me e qualche
amico mio) non andiamo a celebrare la nascita di una Nuova Era. Questo lo
lasciamo a chi l’ha prodotta. Piuttosto abbiamo assistito al passaggio da un
tempo analogico ad un tempo digitale. Noi (e questa è l’ultima volta che uso il
plurale) siamo nati ed abbiamo vissuto larga parte delle nostre esistenze come
umani analogici. Non abbiamo rifiutato il digitale, anzi lo abbiamo
sapientemente utilizzato nelle nostre carriere professionali e ne siamo stati i
pionieri. Lo abbiamo però poi visto crescere a dismisura e farci un po’ senso.
Ogni generazione è convinta di apportare un contributo unico
di originalità allo sviluppo dell’umanità e di aver vissuto un periodo
speciale, al quale nessuna delle precedenti e tantomeno delle future potrai mai
assurgere. La mia però è stata veramente una generazione di passaggio. Ho avuto
la fortuna di nascere in anni in cui potevo giocare a calcio e vagare
liberamente in bicicletta per la strada e nello stesso tempo ho visto i miei
procreatori viaggiare lieti verso il consumismo e festeggiare con tutta la
famiglia l’acquisto del primo frigorifero e della prima automobile, che
contenessero entrambi tutti i membri del gruppo familiare. La tranquillità e i valori saldi della
società contadina e l’ottimismo e la fiducia nello sviluppo delle umane sorti
della borghesia del dopoguerra.
Sarei diventato un campione sportivo sorridente e attraente,
alla Robert Redford di “Come eravamo”, oppure un obeso felice di sguazzare nei
grassi e nelle proteine, se non avessi incontrato lo “iato”, la frattura, la
voragine che si è aperta alla fine degli anni ’60. Costruite, costruite,
pensavo tra me, ci penso io a distruggere il vostro giardinetto e il vostro
benessere. A questo poi in realtà non ci ho pensato più, ma questo
è un altro discorso. Begli anni, ho bevuto come un alcolizzato dall’enorme
bottiglia della cultura e l’ho utilizzata per stanare e spiazzare i miei genitori
e i miei professori e tutti erano li ad aspettare che la utilizzassi per
completare la loro emancipazione dalla campagna o dalla più bassa borghesia, e
che diventassi un dirigente d’industria, un ricco commerciante o un chirurgo
dedito ai trapianti, molto di moda in quel periodo. L’ho travalicate le classi
sociali, ma non esattamente nel senso che mi veniva richiesto, cioè dal basso
verso l’alto, le ho attraversate in tutte le direzioni, alla ricerca dei loro
valori e del loro significato, per soddisfare la mia curiosità e per cercare di
capire in quale mi potessi riconoscere.
Tutto questo, direte, è storia vecchia. A noi che ce ne
importa. Appunto, è storia di analogici.
Nel trapassare da una classe all’altra un ruolo decisamente
importante l’hanno avuto le donne, intese come l’altro lato della relazione
sentimentale. Strumento possente per penetrare in ogni diversa realtà sociale,
per esplorare famiglie e ambienti di studio e di lavoro, altrimenti preclusi. E
infatti parlerò anche di loro e del ruolo che hanno avuto nella crescita della
mia sessualità, da rapporto unilaterale con il mio corpo, non certo privo di
fantasia, a scambio di affetti e di conoscenze tra due poli diversi.
Sono anche un essere umano abituato a relazionarmi
direttamente con gli altri, intendo dire vederli di persona, scontrandomi
fisicamente con loro giocando a calcio o a pallamano, sostenendo con loro una
sana competizione fisica, annusando i profumi e l’odore della pelle, che
soprattutto le donne miscelano sapientemente, gustando gli odori e i sapori
della cucina e dei vini, ululando contro chi sul lavoro manifesta inconsapevole
incapacità o cosciente arroganza. Mi piace il corpo e mi è sempre piaciuto
anche il mio. Dopo la lettura di due o tre pagine, e non dalla foto dell’autore
posta sulla copertina dell’Essere e il Nulla di Jean Paul Sartre, mi sono
subito accorto che alla base del suo teorizzare c’era il disamore per il
proprio corpo. Se fosse vivo oggi il nostro filosofo si troverebbe alla grande
con la piega che i digitali hanno dato alle relazioni umane e sentimentali.
Nessun digitale scriverebbe o accetterebbe un curriculum con su scritto “bella
presenza”. Avete notato, nessuno la dichiara più né tantomeno nessuno la
richiede incautamente più.
Non è solo questione di corpo. E’ anche questione di
sostenere con la propria presenza le proprie affermazioni. Scrivere dei
commenti in rete è come essere alla guida della propria auto, protetti da
lamiere e paraurti, isolati dai diversi da te, quindi autorizzati a compiere
ogni tipo di atto incivile e maleducato e a villaneggiare il
metallo-vetro-isolato, che ti sta di fronte. Quando scrivo, ritengo di dover
rispondere delle idiozie o delle prelibatezze che produco, rispondere prima di
tutto alla mia intelligenza e al mio buon senso e quindi a quella degli altri.
Il digitale scrive solo rivolto al computer, l’esercizio di trascrivere il
pensiero in neretti su fondo bianco luminoso resta un’operazione tra se ed uno
schermo. Trasuda infatti stupore ed ingenuità quando le sue affermazioni
indelicate varcano la soglia del circolino di cercopitechi digitali in cui
sguazza, per avere una risonanza nazionale o globale. Si accorge allora di
possedere un cervello e normalmente lo usa per smentire se stesso e ciò che ha
appena affermato.
Globale, ecco un altro argomento che distingue il mio essere
analogico dai digitali. Quando parlo o scrivo mi ascoltano nell’ordine e a
seconda se sono a casa o al lavoro: tre gatti, intendo veri, tre cani, mia
moglie, qualche gallina e un’oca, una collega segretaria, una collega socia e
il barista o il trippaio, ma solo quando l’epidemia me lo permette. Ci sono
invece dei soggetti che hanno milioni di ascoltatori o di seguaci.
Personalmente ho passato un periodo che invidiavo i parroci cattolici o i
pastori protestanti, perché avevano una platea di ascoltatori, anche se
riuscivano a riunirli una sola volta alla settimana. Gli intellettuali questa
cosa se la sognano. Parleremo anche di globale.
Sempre nel Manifesto del Futurismo, Marinetti ad un certo
punto urla:
I più anziani fra noi, hanno trent’anni: ci rimane dunque
almeno un decennio, per compier l’opera nostra. Quando avremo quarant’anni,
altri uomini più giovani e più validi di noi, ci gettino pure nel cestino, come
manoscritti inutili. — Noi lo desideriamo!
Un po’ mi sento già in un cestino, ma da qui vi renderò la
vita dura, cari miei digitali.
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