Vivo sulla collina prospiciente il Castello di
Sammezzano in Località Castello, abitato del Leccio, nel Comune di Reggello dal
1983. Siamo a nemmeno un chilometro dal fiume Arno, ma è come se il fiume e la
cultura che si è portato dietro in tanti anni non esistessero più, siamo al
confine con il Comune di Incisa e di Rignano. Non avevo mai sentito parlare del
Ponte di Annibale, ne tantomeno del Mulino di Bruscheto, come del resto
non sono più presenti nel nostro quotidiano i ricordi del porto fluviale di
Incisa e delle secche di Pian dell'Isola. Nelle ultime settimane causalmente
incontro ripetutamente questi due nomi per alcune mie ricerche storiche sulla
zona. Ci arrivo quindi non per passaparola, per conoscenza diretta di qualcuno,
ma seguendo dei testi e delle testimonianze storiche.
Decido quindi di andare a vedere. Cerco di capire a che altezza della
provinciale che da Leccio porta al Casello di Incisa-adesso anche Reggello,
devio a destra e do per la prima volta un senso al cartello Bruscheto un
chilometro, davanti al quale sarò passato qualche migliaia di volte. Esiste un
abitato di recente costruzione, a sua volta denominato Bruscheto, dove sembra
che durante il giorno vivano solo anziane donne dall'espressione arcigna. Si
passa sotto all'autostrada e si costeggia un canale, in un tipico scenario di
campagna abbandonata nelle adiacenze di grandi vie di comunicazione, vedi
autostrada e direttissima. La prima sorpresa è costituita da due villini
ottocenteschi in una pioppeta al livello dell'argine dell'Arno. Dimostrano una
loro origine nobile, da quadro dirigente, tipo medico del paese o notaio.
Chissà forse la loro costruzione era in qualche modo legata ad uno dei periodi
più opulenti del mulino.
Qui c'è un ponte sul canale squallido, così stretto da obbligarci a
parcheggiare la macchina e proseguire a piedi.
Camminiamo lungo il fiume in un paesaggio da femmine violate e predoni post
moderni, e sono sorpreso che la mia adorata consorte prosegua senza fiatare e
senza esprimere la sua volontà di tornare indietro. Nell'aria c'è il tipico
odore dei fossetti di scarico della cucina, che ormai quasi sempre ci
accompagna nella vicinanza dei nostri maggiori fiumi. Non ci sono però nè
plastica nè rifiuti. Tutto è incolto e sa di dimenticato, su un lato del fiume
passa la linea dei treni ad alta velocità, mentre sull'altro lato si
intravedono le auto che corrono lungo l'autostrada. In mezzo a tutto ciò appare
come prima cosa un enorme costruzione abbandonata posta su un grande masso
sull'ansa del fiume. Sfruttando un'area piena di rocce, un abile architetto
idraulico ha costruito una vera e propria diga, per obbligare il flusso a passare
attraverso il mulino. Il prodotto è un bacino assai ampio, quasi un placido
lago, che vedi terminare all'orizzonte in una specie di bordo sfioratore. Il
mulino è chiaramente abbandonato, ma non da secoli. Le macchine che ancora vi
sono nell'interno hanno ingranaggi di ferro e si intravedono dei resti di
impianti elettrici. Scendendo un piccolo sentiero si arriva al ponte, ed è
bellissimo. C'è una carreggiata centrale in sassi di fiume stondati, una specie
di pavé medievale, incorniciato da entrambi i lati da grandi pietre
rettangolari lisce. Non ha archi ed è quasi al livello dell'acqua, è come se
avessimo appoggiato noi una passerella tra i massi. E' questo accorgimento che
l'ha reso resistente alle piene del fiume. Non si distingue la pietra della
roccia dalla pietra del ponte. Chi l'ha costruito ha utilizzato ciò che la
natura gli aveva messo a disposizione sia per l'aspetto carraio che per quello
estetico. Come vedete dalla foto dei primi anni sessanta il ponte aveva un arco
centrale, che adesso non esiste più.
E' stata un'autocisterna, trasportata dalla corrente
durante l'alluvione del 1966 a distruggerlo, sino ad allora aveva resistito a
tutto, alle piene, alle guerre, ai bombardamenti alleati e alle mine tedesche.
Sembra che ci siano solo due altri ponti "immortali" sull'Arno, il
Ponte vecchio a Firenze e il Ponte a Buriano. Questo si chiama Ponte di
Annibale o delle Panche. Sembra che la storia che sia stato Annibale a farlo
costruire per far passare il suo esercito, che andava a distruggere Roma, sia
una leggenda. Sembra che il ponte sia di origine medievale. Ma quello che più
mi intriga è il secondo nome, delle Panche. Non sono andato a verificare l'etimologia
di queste panche, perchè mi affascina troppo l'immagine immediata che ci
coglie. Donne indaffarate in cestini di vimini o nel lavaggio di verdure, che
siedono su delle panche di pietra, naturali o manufatte, e che guardano lo
scorrere della corrente o il passaggio di carri o di persone sul ponte. E' un
abbaglio di ricordi e di storia dell'umanità che ti coglie su questi sassi.
Chissà perchè pensi a questi posti come dei luoghi molto più vitali di adesso,
pieni di gente che lavora, che trasporta direttamente sulle acque del fiume o
lungo le strade che scorrono nella valle, attività agricole, commerci,
manifatture. Eppure oggi ci sono molti più abitanti, molte più strade, molte
più attività industriali, molte più abitazioni e commerci. Cosa avrà questo
passato immaginario di così affascinante ai nostri occhi, eppure nella realtà
era molto più insicuro e i predoni e le femmine violate c'erano veramente.
Forse è colpa nostra, colpa di un presente che scorre
velocemente lungo alcune direttrici e ignora o abbandona tutto quello che resta
da una parte, anche un ponte come questo, bellissimo nella sua semplicità e
affascinante nella sua storia. Rifletto sul fatto che scopro adesso questo
luogo, dopo 38 anni che vivo in queste terre. Soprattutto nessuno me ne ha mai
parlato. Il ponte non è stato più usato, il mulino ha cessato di macinare o di
produrre corrente. Nel frattempo tutti in macchina o in treno lungo strade,
autostrade, direttissime ad alta velocità, e tutto quello che è nel mezzo non
viene più toccato e soprattutto non viene ricordato. La mancanza di utilizzo
porta all'oblio e la vegetazione di una campagna incolta fa il resto, stende
una recinzione verde intorno a questi luoghi, dimenticati da tutti.
Andrea analogico

Questa lettura mi ha rattristito. Non perchè non mi sia piaciuta, anzi, ma perchè questa volta , l'immagine che mi è apparsa nella mia mente è un'immagine cupa, verdognola, forse umida. Non so descrivere l'emozione che mi ha trasmesso. Chissa' quanti altri posti da riscoprire che ci sono. Bravi, bravi davvero. Avete fatto berne ad andarci.
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