Sono tra quegli uomini che non ama stare con i
suoi simili, ma preferisce da sempre la compagnia delle donne. Ho sempre mal
tollerato circolini ARCI, club sportivi, serate di calcetto, poker o
televisione. Trovo che gli assembramenti forzati di solo genere maschile siano
un po' tristi. Perdiamo in brillantezza e narcisismo, proprio perché non
abbiamo più alcuna necessità di metterci in competizione, per l'assenza delle
donne. Se proprio devo comunque scendere nei dettagli, la situazione che
preferisco è quella di uno a una, io e una donna, una-un rappresentante per
genere.
Ma iniziamo a scendere nel merito. Chi come me appartiene
alle generazioni di maschietti nati negli anni '50 e che ha raggiunto la
propria pubertà all'inizio degli anni sessanta, sa bene che tipo di relazione
avessimo con l'altro genere. Gravati dalle nubi cupe del cattolicesimo
imperante e appena usciti dalla catechesi di avviamento alla comunione, eravamo
avvolti da pesanti catene che trattenevano le nostre eruzioni ormonali, creando
situazioni a dir poco esplosive. Dovete pensare che a quei tempi alla
televisione non si dicevano parolacce e testi o canzoni che potessero in
qualche modo alludere al rapporto fisico tra un uomo e una donna, erano banditi
e a volte messi al rogo. Alcuni dischi e alcune pellicole sono stati veramente
bruciati. Abbiamo avuto una palestra di erotismo trattenuto, fisicamente dai
preti e dalla DC e moralmente dal nostro senso del peccato, che potevamo
diventare dei serial killer o dei totali asessuati. Chi ce l'ha fatta a
superare questa cortina di ferro ha però maturato e conservato sino in tarda
età un forte desiderio nei confronti dell'altro da se. Inoltre la socialità era
a quei tempi prettamente realizzata all'interno del tuo stesso genere ed era
difficile trovare occasioni di incontro con le ragazze. Come diceva un mio caro
amico in quei tempi: "Chi ha veramente provato la fame, apprezza
maggiormente e sa tener di conto del cibo." Non potendo viverlo, ci
nutrivamo esclusivamente di sesso orale, nel senso che ne parlavamo e basta. E
ne parlavamo in modo assai competitivo, dilatando a dismisura i film fantastici
che ci facevamo e presentandoli come reali. Io ho fatto questo e io ho fatto
quest'altro. Eravamo pieni di paura e di ignoranza sull'argomento, ma non lo
confessavamo, anzi lo utilizzavamo per competere con gli altri maschietti. Non
avendolo mai vissuto e non avendo potuto cogliere la bellezza e la profondità
di uno scambio e di un'unione di corpi e di menti, che si considerano come due
sfere parimenti interessanti, avevamo trasformato il sesso in una performance
sportiva. D'altronde lo sport era l'unico terreno che conoscevamo e che poteva
avere qualche attinenza con l'intensità di un rapporto sessuale. Lo
immaginavamo quindi soprattutto come una prestazione unicamente del nostro
corpo, che avrebbe dovuto pensare a tutto e gestire tutto, quando sarebbe
arrivato il momento. E dovevi anche farlo meglio di tutti quelli che l'avevano
già fatto prima di te e che ce l'avevano descritto in tutti i dettagli,
naturalmente nella maggior parte dei casi falsi. Io ero terrorizzato dalla
cosa, a tal punto che la prima volta che una donna mi ha proposto di passare la
notte con lei, sono fuggito, balbettando scuse grottesche. Me ne sono sempre
pentito, primo perché lei era molto bella e secondo perché era più grande di me
e molto più tranquilla e edotta intorno alla cosa. Se fossi stato tranquillo
anch'io e avessi confessato la mia inesperienza, lei mi avrebbe sicuramente
insegnato ad amare il suo e il mio corpo. Ho avuto comunque a fortuna di
ritrovarmi in una situazione simile dopo non molto tempo, non sono fuggito, ed
ho appreso molto.
Diciamo che come introduzione può bastare, ci risentiamo presto per la prima storia.
The Boxer


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