Qualche anno fa lessi su un muro dalle parti di via dello Statuto la battagliera scritta “Fuori i fascisti dal quartiere 5”, di quelle fatte con lo spray, lunga vari metri. Mi venne un po’ da ridere pensando: forse devono migrare nel quartiere 2, oppure se sono nel 4 invece lì vanno bene? Ma soprattutto mi riaffiorarono ricordi di gioventù e, accavallate, riflessioni “politiche”.
Tempi roventi quelli, che poi sfociarono negli anni di piombo, e non meno tragicamente negli anni di fango, in cui forse ci troviamo ancora, nonostante qualche tentativo di tirarsene fuori.
Capitai per caso davanti ad una delle due sedi del mio liceo (c’era una ragazza che mi piaceva), da cui ero già uscito da un un paio anni con una maturità al massimo dei voti, e come una bomba arriva la notizia: “in via La Farina c’è una squadraccia fascista davanti al portone”. Si raccoglie un piccola folla disordinata che si avvia quasi di corsa verso il pericolo, pochi minuti a piedi. E in effetti all’incrocio, dove ha sede il liceo, si fa avanti una masnada di 10-15 imbecilli, casco in testa, mazze, spranghe, catene che roteano sopra le teste (vuote) dei combattenti neri. Un ingenuità rischiosa la nostra, a mani nude, più increduli che incazzati, allibiti di cose solo sentite dire. Davanti all’orda, a “capo” (si fa per dire, parola grossa …) uno del nostro liceo. Poveretto, madre natura non era stata generosa con lui, oltre che per cervello, anche nell’aspetto: peloso, volto prognato, sguardo non proprio intelligente, somigliava davvero ad uno scimmione. Si vantava delle sue abilità in arti marziali, suscitando ilarità in classe o nei corridoi. Al grido di “banzai” intonato da lui e dai suoi (non scherzo, proprio così), brandendo spranghe e facendo roteare catene, guida i suoi all’attacco. Lo fa con una serie di passi in posa da karate, le braccia in minacciosi gesti come quelli dell’ l’ispettore Clouseau nella Pantera Rosa, emettendo suoni gutturali: Ah-Ah-Aaah”. Ma scivola sull’asfalto, cade rovinosamente, tenta di sostenersi con un braccio. Urlo di dolore, i suoi si sbandano un po’, poi vanno in suo soccorso, lo sollevano a braccia per portarlo via e metterlo in salvo. Qualche pedata nel sedere, ma in sostanza se la cavano con poco. Il poveretto ricompare a scuola qualche giorno dopo, con la spalla ingessata, il braccio sinistro ad angolo rivolto verso l’alto. Come per un saluto a pugno chiuso. Poveretto quante beffe si è preso, in quelle orribili settimane col gesso.
Ricordo che già allora percepìì il tutto come ridicolo. Anche da parte nostra, un volantino che circolò, dal tenore “i kompagni del liceo Castelnuovo hanno messo in fuga una squadraccia fascista”, con toni eroici che non rendevano bene l’idea dei fatti, in realtà da scompisciarsi dal ridere.
Avevo il dubbio allora vago, oggi ben più consistente, che i “fascisti” fossero solo dei poveretti con la segatura nel cervello, con cui possenti movimenti venivano deviati su nemici fasulli, tenendo in ombra quelli veri. Certo, venivano usati a comodo, in buffonate come quella narrata, o in cose ben più tragiche: attentati e stragi, di cui quella di piazza Fontana fu solo la prima, pilotate da servizi segreti nostrani e d’oltre oceano, e dalle bande politico-mafiose andreottiane. Un gioco che ha funzionato. Hanno vinto loro. Mi vengono i brividi nel ricordare che ci sono stato in mezzo, per fortuna senza danni ne scivolamenti in zone pericolose, un po’ per caso, un po’ a fiuto.

Nessun commento:
Posta un commento
niente paura, scrivi!